Chi è Cavallo Pazzo nella storia granata?

Chi è Cavallo Pazzo nella storia granata?

Nel Segno del Toro / A quale giocatore ci si riferiva in genere con l’appellativo di Cavallo Pazzo? Per quale motivo?

di Stefano Budicin

Cavallo Pazzo è il nome che si attribuisce a una figura leggendaria della tribù degli Oglala Lakota (Sioux). Il nativo americano fu capace di attraversare epoche e storie grazie alle vicende al limite del soprannaturale che gli venivano affibbiate. C’è chi dice che fosse invulnerabile ai proiettili, chi sostiene che il suo spirito incedesse tra le tribù dei pellerossa per vegliare su di loro, chi ritiene che fosse un guerriero implacabile e feroce. Tra mito e realtà la popolarità di Cavallo Pazzo finì per incarnare l’archetipo del personaggio forte e indistruttibile.

Inevitabile allora che nel mondo del calcio si finisse per designare con un simile appellativo un giocatore. Nel caso del Torino a godere del soprannome in questione fu il giocatore Riccardo Carapellese, professione attaccante. Cresciuto nelle giovanili del Torino, si ritrovò a giocare il campionato di guerra nel Casale, per poi passare al Milan. Ma l’episodio disastroso di Superga lo sconvolgerà a tal punto da persuaderlo a chiedere ai rossoneri la liberatoria per tornare a giocare con la maglia del Toro. La richiesta viene soddisfatta e Riccardo diventa l’anima del nuovo Torino.

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Le sue doti impressionano tutti: giornalisti, pubblico, compagni, allenatori. Carapallese è un giocatore veloce, un cavalleggero con le gambe che dribblano come niente e scartano e ingannano gli avversari mettendo a segno gol a dir poco spettacolari. Ecco perché gli è stato valso l’appellativo di Cavallo Pazzo. Quando era in campo, nessuno poteva prevedere come avrebbe giocato. La sua determinazione intimoriva, la sua presenza incoraggiava i compagni ad avanzare senza curarsi troppo del rischio, consapevoli com’erano che Carapallese sarebbe stato in grado di sorprendere e segnare qualora avesse avuto sentore che l’occasione era propizia.

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Carapallese giocò 315 partite in Serie A, totalizzando 98 presenze con la maglia del Toro. Morì a Rapallo nel 1995, all’età di 73 anni.
Luigi Cavallero, giornalista della Stampa, descrive con elegante perizia le doti straordinarie di Cavallo Pazzo, in un frammento che merita di essere citato per intero: “Principe dei solisti, è giocoliere innato, potrebbe essere definito l’uomo dribbling. All’apogeo della carriera dotato di un virtuosismo diabolico. A un certo momento avreste detto che sarebbe stato capace di far scomparire addirittura la palla, scambiando il prato per il tappeto verde del prestigiatore. Carapallese corre con gli occhi fissi sulla palla, nell’intrico dei piedi che gli si affollano intorno va a ficcarsi nei vicoli più angusti e il bello è che riesce a uscirne. I suoi compagni lo perdono di vista, poi lo rivedono in una mischia e successivamente infilare un corridoio. Diventa poi difficile persino seguirlo”.

Noi tifosi non possiamo che concordare con le parole di Cavallero. E come Cavallo Pazzo il nativo era solito dire “Hoka Hey! È un buon giorno per morire!”, mi piace immaginare Carapallese incitare i suoi compagni di squadra con qualcosa di simile a “Hoka Hey! È un buon giorno per far sognare i nostri tifosi”. Il sogno è ben al di là da voler tramontare.


Laureato in Lingue Straniere, scrivo dall’età di undici anni. Adoro viaggiare e ricercare l’eccellenza nelle cose di tutti i giorni. Capricorno ascendente Toro, calmo e paziente e orientato all’ottimismo, scrivo nel segno di una curiosità che non conosce confini.

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