Giorgio Ferrini e la lavagna dei cattivi

Nel segno del Toro / Torna l’appuntamento con la rubrica di Stefano Budicin: “Il capitano scriveva sulla lavagna i nomi di coloro che a detta di Ferrini erano i cosiddetti giocatori “cattivi””

di Stefano Budicin
Ferrini

Che cos’hanno in comune una lavagna e Giorgio Ferrini? Tutto, stando all’abitudine divenuta tradizione che il Campione dei Campioni aveva di utilizzarla per uno scopo piuttosto particolare.

Le lavagne tattiche hanno da sempre ricoperto un ruolo fondamentale nella storia del calcio. Le squadre le utilizzano per decidere schemi di gioco e studiare le disposizioni in campo, provare tattiche precise e capire quali strategie utilizzare per sorprendere l’avversario. Spesso è proprio su quelle piccole tavolette che il genio degli allenatori trova linfa vitale a sufficienza per realizzarsi ed esprimere il proprio potenziale riposto.

Giorgio Ferrini, classe 1939, ha rappresentato per molti uno dei volti più puri e iconici del cuore granata. Complice senza dubbio il numero di partecipazioni tenute con la maglia del Toro, ben 566. Le sue doti atletiche e la sua straordinaria abilità difensiva gli valsero vari soprannomi, dal celebre Diga al Capitano dei Capitani.

Negli anni sessanta, il Capitano dei Capitani aveva cominciato a sfruttare la lavagna di ardesia per un altro scopo, affatto singolare. Quale? Il capitano scriveva sulla lavagna i nomi di coloro che a detta di Ferrini erano i cosiddetti giocatori “cattivi”. Si riferiva cioè a quegli avversari che, durante il match di turno disputato al di fuori del coro del Filadelfia, non si erano comportati in maniera sportiva. I loro nomi restavano impressi, marchiati con il gessetto sulla superficie della lavagna fino al giorno in cui si sarebbe giocato il match di ritorno, allorché era ora di restituire pan per focaccia alla squadra avversaria.

E come andava a finire? In genere il Torino si limitava a rimbeccare i giocatori colpevoli con piccoli gesti bruschi: colpi, calcetti, spallate, da intendere come veri e propri ammonimenti da parte di un team che sapeva, aveva visto, non perdonava facilmente gli sgarri subiti e sarebbero stati novanta minuti di pura tensione, da parte degli avversari, perché stavolta la partita si sarebbe giocata a casa dei granata, cinti e asserragliati da un polmone di migliaia di tifosi torinesi fieri e rabbiosi e pronti a tutto.

Che cos’è il quarto d’ora granata

La tradizione di segnare i nomi dei cattivi alla lavagna ubbidiva più a uno spirito goliardico che non a una questione di onore ferito da vendicare, scenario che si rifletteva nel gioco della squadra stessa, mai per un momento resasi colpevole di gesti o atteggiamenti antisportivi particolari. Nato come mero divertissement, divenne comunque un modo per “cementare lo spirito di gruppo, di dare compattezza alla squadra, ai suoi intenti“, come scrive giustamente Franco Ossola nel suo libro Il Torino dalla A alla Z.

Per undici anni Ferrini guidò la squadra del Torino con un impegno e un’abnegazione esemplari, mettendo a punto un playmaking di proverbiale efficacia. D’indole mite e ritrosa fuori dal campo, era capace di mutare pelle non appena il fischio dell’arbitro segnava l’avvio del match, e allora la sua grinta non conosceva freni o inibizioni di sorta, il suo fiuto per le tattiche vincenti aveva la meglio e il suo polso fermo stimolava la squadra a lottare senza risparmiarsi, proprio come il toro immortalato nello stemma che tutti si facevano vanto di portare. Per tutto il tempo in cui dedicò le sue energie a portare lustro alla squadra, la Diga fu uno dei punti di riferimento più autentici e celebrati dai tifosi, omaggiato in continuazione con tributi, speranze e lodi a non finire.

Angelo Cereser, storico difensore granata degli anni ’60-70, lo ricorda con la tipica commozione di chi abbia conosciuto da vicino una persona leggendaria perché umana fino al midollo: “Ferrini era una persona che nel momento del bisogno, di qualsiasi tipo in campo e fuori, te lo trovavi vicino ancor prima che tu te ne potessi accorgere. Era già lì, non c’era bisogno neanche di parlare”.

Pochi mesi dopo il suo ritiro dal campo da gioco, Ferrini fu colpito da emorragia cerebrale e l’8 novembre 1976 morì all’età di 37 anni. Non fatichiamo a immaginarcelo, Giorgio, in qualche antro poco noto dell’universo, intento a radunare la squadra degli Invincibili attorno a una lavagna d’ardesia sulla cui superficie saranno impressi i nomi a caratteri cubitali dei cattivi di turno, ai quali far capire che scherzare con il Torino è un po’ come attraversare la strada col rosso senza curarsi di guardare né a destra né a sinistra: un gesto di sfida che non porta mai bene.


Laureato in Lingue Straniere, scrivo dall’età di undici anni. Adoro viaggiare e ricercare l’eccellenza nelle cose di tutti i giorni. Capricorno ascendente Toro, calmo e paziente e orientato all’ottimismo, scrivo nel segno di una curiosità che non conosce confini.

16 Commenta qui

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  1. Tororossogranata - 1 anno fa

    Purtroppo di questo spirito non vi è più nulla, abbiamo una squadra e una dirigenza che mi ricorda la Conad…Noi tifosi sappiamo cosa vuol dire essere del TORO, noi aspettiamo sempre e solo il Derby, e ora che c’è vorremmo che non ci fosse….che delusione dove sono i Ferrini, i Bruno, i Beruatto ecc….

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  2. torastro - 1 anno fa

    Per ricordare di che pasta era il Nostro Grande Capitano Vi racconto questo aneddoto: 28 maggio 1972 30a di campionato Bologna Torino 2 a 3 marcatori B. 32 Fedele T. 50 Agroppi B. 58 Savoldi su rigore. T. 77 Bui T. 81 Agroppi. Sul risultato di 1 a 1 al 58′ rigore per il Bologna Savoldi sul dischetto, Il giaguaro in porta, si avvicina Agroppi e sussurra qualcosa a Castelini; tira Savoldi il pallone da una parte il portiere dall’altra.Il giaguaro si rialza cerca con lo sguardo Agroppi che intende subito che per lui si sta mettendo male, scappa verso la porta del Bologna , Capitan Ferrini capisce al volo la situazione riesce ad acciuffare Castellini a metà campo, lo mette giù con una presa tipo rugby e riesce a calmarlo, solo Lui poteva domare un giaguaro inferocito. Storia a lieto fine per Agroppi con il gol della Vittoria. I nostri giocatori erano fatti cosi, altri tempi. Saluti

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  3. Daniele abbiamo perso l'anima - 1 anno fa

    Grazie alla redazione per aver pubblicato questo articolo , dopo che nel precedente avevo giusto ricordato in un ipotetico striscione per sabato dedicato a Ferrini, e non a Chiellini.

    Il Derby è noi contro loro.
    Non noi come uno di loro..

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  4. suoladicane - 1 anno fa

    purtroppo anche ai commenti tutti positivi e propositivi su un MITO del TORO qualcuno è riuscito a mettere dei pollici versi, al commento di Carlin per l’esattezza, che si lamenta del fatto che il FILA sia sempre chiuso; spero li abbiano messi perchè fuori argomento (o come si dice oggi off topic) perchè se non vi interessa andare al FILA a vedere gli allentamenti non è che dovete rompere per forza il cazzo al chi invece vorrebbe assistervi.
    SFT

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  5. suoladicane - 1 anno fa

    guardate, voglio uscire da tutte le polemiche a dai miei giudizi di solito molto trachant:
    bella rubrica, brava redazione, finalmente qualcosa che vale la pena leggere, perchè spesso tante cose non le si ricordano;
    scritta anche in un buon italiano, che non è assolutamente scontato, almeno su questo sito
    SFT

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  6. krhon - 1 anno fa

    Altroché citare i gobbi come esempio. Chiellini dovrebbe essere marchiato a fuoco sulla lavagna e preso a calci in culo tutte le partite.

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  7. Fede Granata - 1 anno fa

    Giorgio Ferrini non è più rinato purtroppo. …GRANDE Giorgio Ferrini. ma io penso sovente se fra tutti i tifosi che vanno allo stadio non c’è nessuno che ha una trombetta da suonare all”ultimo quarto d’ora per dare una scossa a questi giocatori???? Per ripetere ciò che si faceva con gli invincibili. Per provare afar rinascere il tremendismo…Sarebbe bello. Per ricordare a chi è in campo che maglia indossano. Per ricordare a chi è in panchina x chi si sta lavorando..

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    1. Carlin - 1 anno fa

      Sono convinto che se l’adulatore di gobbi aprisse il FILA, la carica arriverebbe.Spero abbia le ore contate!

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  8. Fabio - 1 anno fa

    Quando nell’ambiente Granata si vuol portare ad esempio qualcuno, non occorre andar troppo lontano, non occorre cercare dei papabili tra i giocatori di altre squadre e spararne uno “ad minchiam”, ne basta uno e quell’Uno è Giorgio Ferrini. Non occorre altro, non si può avere di più. Se qualcuno non lo conosce sarebbe bene che si facesse spiegare chi era quest’Uomo che, se ci fosse ancora, vedremmo il Toro, ma quello vero, quello che ci basta, quello a cui non si potrebbe chiedere nulla di più, quello che siamo costretti a rimpiangere sempre.

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    1. AUGUSTO - 1 anno fa

      Applausi!

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    2. marione - 1 anno fa

      La primas maglia del Toro che ebbi da piccolisismo fu quella di Ferrini con il numero 8 se ben ricordo. Senza arrivare a Ferrini, ci sono MINIMO un centinaio di giocatori succedutisi in questi anni da portare come esempio, Pulici che si allenava contro il muro, Patrizio Sala, Caporale, Puja, Cereser, Agroppi, Fossati, Baggio. Nossignore si doveva andare a prendere un gobbo. Io mi ripeto costui non sta bene, io non conosco alcuno a cui verrebe in mente una puttanata del genere. Maresca e Brio forse non gli sono venuti in mente

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    3. user-14003131 - 1 anno fa

      Applausi applausi…

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  9. Dr Bobetti - 1 anno fa

    E’ da questi nostri Campioni e prima ancora Veri Uomini Granata che dobbiamo trarre forza, energia e voglia di lottare su ogni pallone in ogni pallone.
    Mi piacerebbe e mi esalterebbe vedere già da stasera 11 Ferrini in campo contro la Lazio, che si vinca o si perda.
    Ferrini è Emblema del Tremendismo Granata.

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  10. user-13797744 - 1 anno fa

    Altro che il gobbo !!!!

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  11. Toronelcuore74 - 1 anno fa

    Ecco, questo era l’ esempio che WM doveva fare, e non quello di in giocatore scorretto, grintoso, ma sempre scorretto…

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    1. rogozin - 1 anno fa

      C’è da chiedersi se Mazzarri sappia qualcosa di Ferrini.

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