100 di Fila / Il presidente della Fondazione fa il punto sul progetto del museo, sui finanziamenti ancora da trovare e sulla volontà di rendere l'impianto un luogo più aperto ai tifosi

In questo viaggio lungo cent’anni, il Filadelfia lo abbiamo raccontato soprattutto attraverso il passato: i ricordi di chi lo ha frequentato, le storie di chi ci è cresciuto, le persone che ne hanno accompagnato la vita. Ma c’è anche un futuro ancora da scrivere. Luca Asvisio, presidente della Fondazione Stadio Filadelfia, è oggi tra le figure chiamate a immaginarlo, a partire dal progetto del Museo del Grande Torino presentato lo scorso 2 ottobre. Con lui abbiamo parlato di memoria, identità e di ciò che il Fila può ancora diventare.

Asvisio, la sua famiglia viveva in via Spano, a pochi passi dal Filadelfia. Qual è il suo primo ricordo legato a quel luogo?

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“Prima che nascessimo io e mio fratello, i miei genitori vivevano lì, poi ci trasferimmo. Ricordo distintamente il giorno in cui vincemmo lo scudetto, il cancello del Filadelfia chiuso, con tutta la gente che girava intorno. E ricordo quella sera, dopo la scuola superiore, quando mio padre mi accompagnò. Ero un ragazzino, è un ricordo indelebile. La zona del Filadelfia è stata molto importante per la mia famiglia, perché rappresentava un punto di inizio. I miei genitori venivano da Cantalupa e si trasferirono a Torino proprio lì. Accanto a noi abitava mio zio, juventino, mentre mio padre era granata. Avevamo due gatti: il nostro si chiamava 'Baci', come Bacigalupo, quello di mio zio 'Bonni', come Boniperti. Erano zone popolari, nelle quali si sentiva ancora molto il senso della famiglia e del quartiere. Il Filadelfia si apriva e permetteva di incontrare i giocatori. Era un mondo diverso da quello di oggi”.

Che cosa è cambiato rispetto a quel mondo?

“C'è stato un distacco dei calciatori, che non hanno più l'approccio che avevano i nostri idoli di allora. Ha visto Zaccarelli alla presentazione del museo, come si è commosso? Io sento molto forte la vicinanza a questi colori, a questo modo di essere un po' controcorrente, legato alla Torino popolare, diversa dalla Torino che conta. Mi auguro che il Toro, che negli ultimi anni ha perso un po' della sua capacità di attirare i giovani, possa tornare a essere una squadra capace di coinvolgerli, anche senza necessariamente vincere, sebbene tutti speriamo di tornare a farlo. Mio figlio è del Toro perché lo è suo padre. Io ho lo studio alla Crocetta e nei giardinetti davanti vedo poche maglie granata. Quando incontro un bambino con la maglia del Toro, ogni tanto gli regalo una cioccolata per incoraggiarlo in questa scelta. Non so se serva davvero, ma chi la riceve è felicissimo”.

Asvisio: “Abbiamo bisogno di punti di aggregazione”

Secondo lei il Filadelfia può contribuire a ricostruire quel legame?

“Me lo auguro. Il borgo Filadelfia era un quartiere popolare, operaio, in una città che sta cambiando profondamente. Torino si è trasformata rispetto alla città dell'automobile che era un tempo. In questo contesto, anche solo una cittadella granata, con i suoi colori, potrebbe diventare un modo per attrarre idee, cultura e socialità. Una volta c'erano i Mercati Generali, c'erano le persone che andavano a lavorare alla Fiat. Oggi quella zona deve ritrovare una propria natura. Mi auguro che, oltre allo stadio e al museo, tutta l'area possa essere rivalutata dal punto di vista sociale e tornare a essere un luogo di incontro. Viviamo in un mondo di grandi magazzini e di poche famiglie. Abbiamo bisogno di punti di aggregazione”.

Come immagina questa cittadella granata?

“Penso a un luogo nel quale ci siano lo stadio, il museo e magari delle sale in cui le persone possano incontrarsi. Intorno ci sono già bar e ristoranti che richiamano i colori granata. Si potrebbe creare una zona ben riconoscibile. Prima delle partite, per esempio, le persone potrebbero visitare il museo, come succede in altri Paesi. Potrebbe essere un'attrazione anche per chi arriva da altre città o dall'estero per vedere il Torino. Abbiamo una storia bellissima da raccontare: si potrebbe visitare il museo, comprare una maglietta, fare un giro a Superga, andare nel locale in cui è stato fondato il Toro. Abbiamo bisogno di riferimenti e spesso, in questo mondo globalizzato, non ne abbiamo. Il Torino può rappresentarne uno, non soltanto dal punto di vista sportivo, ma anche culturale, sociale e umano”.

“La donazione della maglia di Mazzola è stata un grido di dolore”

Durante la presentazione del progetto del museo ha annunciato la donazione di una maglia di Valentino Mazzola. Che cosa ha significato per lei separarsene?

“È stata una grossa perdita, perché era un regalo di grande valore, non soltanto economico, ma soprattutto umano. Però penso che la vita sia fatta di segnali. Se il presidente della Fondazione decide di donare al museo un oggetto di questo valore, magari anche altre persone possono essere incoraggiate a fare qualcosa di simile. Vorrei che questo museo venisse davvero realizzato. È stato un segnale, quasi un grido di dolore. Ho cercato di buttare il cuore oltre l'ostacolo e, con l'accordo di mio figlio e nel ricordo di mio padre, che mi ha trasmesso la passione per il granata, abbiamo deciso di fare questa cosa”.

Un segnale rivolto soprattutto alle istituzioni?

“Assolutamente sì, non ai tifosi. Credo che tutti i tifosi, se potessero, donerebbero qualcosa alla loro squadra. Pensi alla storia del mattone di Novelli. Ho voluto dare un segnale e spero che qualcuno se ne accorga, che ci siano dei benefattori disposti a contribuire. Proprio in questi giorni abbiamo perso Angelo Marello, una figura straordinaria dal punto di vista della generosità. Penso che per il Toro abbia rischiato anche di avere problemi economici, ma lo ha fatto perché credeva in questa passione. Le passioni smuovono il mondo e permettono di ottenere risultati. Mi auguro che succeda anche in questo caso”.

Che cosa ha perso il mondo granata con la scomparsa di Marello?

“Ha perso una delle poche persone che potevano ancora ricordare di aver visto il Grande Torino. Persone come Angelo Marello, o Goffredo Pederzoli, che conosco, e grandi calciatori come Renato Zaccarelli e Claudio Sala rappresentano le radici della nostra storia. Io penso che una città e una squadra senza radici non possano andare da nessuna parte. Abbiamo bisogno di queste persone e della loro memoria”.

Asvisio: “Speriamo che venga organizzato questo tavolo tecnico”

Veniamo al progetto del museo, presentato il 2 ottobre. Qual è il prossimo passaggio concreto?

“Abbiamo sentito che l'assessore Bongioanni e l'assessore Carretta si sono dichiarati disponibili. Speriamo che venga organizzato questo tavolo tecnico e che aderiscano anche le fondazioni bancarie, magari insieme a qualche benefattore privato. In passato ricordo persone come Navone o Beretta, che sono sempre state pronte a dare dei segnali. Con la donazione della maglia ho cercato, nel mio piccolo, di smuovere questa città, che sembra fredda, ma quando si appassiona riesce a ottenere risultati”.

C'è già una data per il tavolo tecnico?

“No, aspettiamo l'assessore Bongioanni e saremo i primi a muoverci. Ci è stato detto che dovrebbe essere verso la metà di novembre. Siamo fiduciosi che le istituzioni manterranno gli impegni annunciati”.

Il costo dell'edificio è stato indicato in circa sette milioni di euro. È una cifra definitiva?

“È il costo massimo. Ci potranno essere dei ribassi e speriamo di riuscire a risparmiare qualcosa per raggiungere il risultato. Un appalto pubblico richiede comunque che venga indicato un costo massimo, per evitare di ritrovarsi senza copertura finanziaria”.

Quante risorse sono già disponibili per realizzarlo?

“Al momento non ci sono ancora risorse sufficienti per il progetto. La Fondazione dispone di una propria liquidità, che serve per la gestione ed è stata utilizzata per sostenere i primi costi, dalla progettazione alle urbanizzazioni. Ma non basta per realizzare il museo”.

Dopo la presentazione del progetto avete ricevuto qualche riscontro concreto?

“Al momento no. Naturalmente siamo i primi, da Zaccarelli a Beccaria, a contattare tutti i referenti per cercare di ottenere delle risposte. Ci è stato indicato il periodo di metà novembre e speriamo che le previsioni vengano rispettate. Siamo positivi”.

Quale ruolo potrebbe avere il Torino FC nella realizzazione del museo?

“Non lo so. Mi auguro che possa essere presente e che anche il Torino dia dei segnali. Sarebbe importante, perché il museo del Grande Torino riguarda anche la società. Penso soprattutto ai giovani, alla possibilità di trasmettere la storia e di sviluppare anche degli aspetti culturali”.

Avete già avuto rassicurazioni sul sostegno del club?

“Stiamo aspettando. Vedremo se ci sarà il supporto di tutti. Mi auguro e penso che potremo ottenere qualche riscontro”.

Al di là del museo, quali sono i prossimi interventi previsti al Filadelfia?

“Per il momento non ci sono altre previsioni, perché ci siamo concentrati soprattutto sul museo. È una delle cose necessarie da realizzare e sulla base di questo ci muoveremo anche per il resto”.

State lavorando anche per rendere il Filadelfia più accessibile ai tifosi?

“Stiamo cercando di aprire i cortili e di organizzare eventi all'interno dell'impianto. La Croce Rossa ci ha chiesto di realizzare alcune iniziative, la figlia di Ferrini ci ha proposto una mostra dedicata al padre. Ci sono poi le attività per il 17 ottobre, legate al centenario e al borgo Filadelfia, che stiamo cercando di portare anche nello stadio. Speriamo che queste iniziative possano proseguire”.

I tifosi avrebbero un ruolo centrale in queste iniziative?

“Sicuramente. Anzi, sono i principali protagonisti. L'importante è che tutto questo possa riaccendere quel fuoco granata che abbiamo nel cuore”.

Avete chiesto al Torino di consentire aperture più frequenti dell'impianto?

“Sì, lo abbiamo già chiesto e torneremo a farlo, perché anche questo è importante”.

“Il Filadelfia è bellissimo, però non basta”

Quando è diventato presidente della Fondazione definì il Filadelfia, senza il secondo e il terzo lotto, un'opera monca. Utilizzerebbe ancora questa espressione?

“Assolutamente sì, lo penso ancora. Così com'è è una cosa bellissima, però non basta. Mi sono adoperato, insieme agli altri componenti della Fondazione, perché non rimanesse un'opera monca. Devo dire che il consiglio è molto coeso su questo obiettivo”.

Che cosa manca, oltre al museo, per completare il Filadelfia?

“Credo che bisognerebbe pensare anche a portare lì, se possibile, gli uffici del Torino, le sedi di alcune associazioni e quelle legate agli ex calciatori. Tutto questo contribuirebbe a creare una cittadella granata. Qualche imprenditore generoso ha voluto ricostruire almeno una delle due parti rimaste della vecchia curva. Mi auguro che si possa proseguire. È evidente che in questo momento le risorse sono poche, ma è comunque un bel segnale”.

Che cosa si augura che possa lasciare il centenario del Filadelfia?

“Mi auguro che dopo i cinquant'anni dello scudetto e i cento anni della costruzione del Filadelfia, i prossimi anniversari possano essere legati non soltanto alle vittorie, ma alla costruzione di qualcosa di nuovo, di positivo. Solo costruendo si riesce a creare una spinta. Vorrei che tutto questo fosse uno strumento soprattutto dal punto di vista culturale e sociale, non soltanto sportivo. Abbiamo bisogno di segni, di icone, altrimenti i giovani rischiano di perdere i riferimenti e di nascondersi dietro a un telefonino. In un mondo che sta sviluppando sempre più l'intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di persone che continuino a ragionare e che abbiano voglia di mettere il proprio cervello a disposizione degli altri”.

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