Intervista / Paura, rinascita e passione granata: “Quando sono tornato allo stadio mi sono commosso”

“Quando si parla di Toro è sempre qualcosa di positivo”. E lo è ancora di più se a dirlo è Damiano, uomo che nella sua storia racchiude valori profondamente granata come sofferenza, orgoglio e capacità di rialzarsi. Appena un anno fa la sua vita era cambiata per sempre. La corsa faceva parte della sua quotidianità, fino a che una domenica il suo corpo si era fermato all’improvviso. Ricoverato prima all’ospedale di Ivrea e poi trasferito d’urgenza alle Molinette di Torino, gli era stata diagnosticata una miocardite fulminante. Si era reso necessario il supporto di un cuore artificiale, in attesa del trapianto, poi riuscito con successo. Già la scorsa estate Damiano era tornato a correre e il 19 aprile scorso – in concomitanza con la Giornata nazionale per la donazione e il trapianto di organi e tessuti – ha preso parte alla Mezza di Torino. Oggi racconta a Toro News la sua storia di rinascita, tra sport, gratitudine e passione granata.

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Damiano, come sta oggi?“Oggi sto discretamente bene. Se penso a quello che mi è successo un anno fa, già essere qui a parlare anche solo di Toro per me è una gran cosa. Sono contento”.

Che effetto le fa guardarsi indietro e pensare a tutto quello che ha vissuto?“È stato tutto così veloce e difficile. Mi sembra che siano passati tanti anni e invece ne è trascorso soltanto uno. È cambiato tutto, ma oggi sono pronto per un nuovo capitolo e guardo al futuro con più positività”.

Come descriverebbe il Damiano di oggi rispetto a quello di un anno fa?“Sono un’altra persona. Un anno fa davo tutto per scontato, oggi capisco che bisogna fermarsi e apprezzare anche le piccole cose”.

Quando ha capito che quello che stava vivendo non era un semplice malessere ma qualcosa di molto più serio?“Quando sono arrivato alle Molinette sembrava inizialmente che il problema si potesse risolvere con dei farmaci. Poi la situazione è peggiorata e, quando mi hanno detto che serviva un cuore artificiale, ho capito davvero la gravità di quello che stava succedendo. È stato lì che ho capito che le cose sarebbero cambiate per me”.

C’è stato un momento in cui ha avuto paura o pensato di non farcela?“Sì, nel periodo tra il cuore artificiale e l’arrivo del cuore nuovo. Ho vissuto momenti davvero difficili, in cui pensi anche di non farcela. Però aver fatto sport mi ha aiutato a pormi un obiettivo e a restare concentrato, come se stessi affrontando una corsa. Ho vissuto tutto con quello spirito. Se non avessi fatto sport, non credo sarei riuscito ad affrontarlo così”.

Qual è stato il momento in cui ha capito che la vita le stava offrendo un’altra possibilità?“Quando mi hanno chiamato di notte, nel letto delle Molinette, e mi hanno detto che c’era un cuore disponibile. In quel momento si è aperto un altro capitolo. C’era ancora la paura di affrontare l’intervento, ma iniziavo a intravedere un futuro”.

Cosa ha provato al risveglio il giorno dopo la mezza maratona?“Più che il giorno dopo, ricordo con piacere lo scatto finale verso il traguardo in Piazza Vittorio. È stata una cosa incredibile. In quel momento ho sentito di concludere la corsa che avevo iniziato un anno prima e che si era fermata per il malore. È stato il momento più bello: ho fatto uno scatto che non so nemmeno io come abbia fatto. Non come Bolt, ma un bello scatto”.

C’è qualcuno che vuole ringraziare in modo particolare?“Ringrazio tutti i cardiologi delle Molinette, che mi hanno accompagnato anche nella preparazione della gara: ci siamo trovati prima per fare prove, test e anche per correre insieme, così da vedere come rispondevo. Poi ringrazio gli amici che sono venuti a correre con me, ma durante la gara ho sentito vicine tante altre persone, anche se non presenti”.

Lei dice che si sente quasi di dover vivere per due. Cosa significa oggi questa frase?“È proprio così. Devo ringraziare la famiglia che ha reso possibile la donazione e devo andare avanti per chi mi dà la possibilità di continuare la mia vita. Ho una grossa responsabilità. La gara è anche un modo per ringraziare la persona che mi ha donato il cuore e la sua famiglia”.

Damiano e dottor Matteo Giunta

Damiano e il dottor Matteo Giunta

Damiano, come nasce invece la sua passione per il Toro?“Sono sempre stato tifoso del Toro, nonostante in famiglia fossi l’unico. I miei genitori mi dicevano che da piccolo ripetevo sempre ‘Toro, Toro, Toro’: era proprio nel destino. Sono anche abbonato, quindi seguo da vicino le vicende della nostra squadra. Mi ritengo fortunato di essere tifoso del Toro”.

È già tornato allo stadio? “Sono già tornato ad agosto, per la prima partita di Coppa Italia con il Modena. Tornare allo stadio è stata una bella sensazione. Devo dire che mi sono anche commosso”.

Il Toro, in questo percorso, è stato una forma di compagnia, di distrazione?“Assolutamente sì. Quando ero alle Molinette ho visto tutte le partite. Ricordo Lazio-Torino 1-1. Le ho seguite davvero tutte, anche nei momenti più particolari dell’anno scorso. Il Toro mi ha fatto tanta compagnia, aiutandomi a deviare dal pensiero fisso dell’operazione e di tutto quello che stavo vivendo”.

Nella storia del Toro si parla di sofferenza, orgoglio e capacità di rialzarsi: sono valori in cui si riconosce?“Assolutamente sì. Non poteva esserci squadra come il Toro che mi rappresentasse. Il Toro rappresenta in pieno tutte le mie vicissitudini personali. Cadere e rialzarsi è una caratteristica che accomuna sia me che il Toro”.

C’è un periodo da tifoso del Toro che si porta dentro più di altri?“Io sono del ’75, un anno particolare e significativo per noi del Toro. Il primo ricordo ce l’ho del periodo di Leo Junior. Ho iniziato a fare gli abbonamenti nel ’90, quando eravamo in Serie B, e poi ho vissuto gli anni bellissimi con Mondonico. Per me il Toro è quello della finale con l’Ajax e della semifinale con il Real Madrid. Il mio giocatore preferito è sempre stato Gigi Lentini: quando passò al Milan ricordo di essermi messo a piangere. Per me incarnava tutto, la classe e la forza. Era il mio idolo da ragazzino”.

Era un Toro con dei valori…“Quello per me era il Toro. Una squadra che, oltre a essere forte, aveva un grande senso di appartenenza. Il gruppo era unito e non aveva paura di andare in nessun campo. Mi viene in mente la partita di Madrid: nonostante la sconfitta, avevamo dato tutto in un ambiente difficilissimo. Eravamo forti in tutti i sensi e noi tifosi meritiamo una squadra di quel livello. Non dico di vincere lo scudetto, ma almeno di partecipare alle coppe ogni anno”.

Damiano, cosa direbbe a sé stesso di un anno fa?“Gli direi che ancora una volta ce l’ho fatta a rialzarmi, a riprendere la mia vita e a portarla avanti nel migliore dei modi. È l’ennesima dimostrazione di essere riuscito a superare una difficoltà”.

Oggi quali sono i traguardi a cui ambisce nella corsa o nella vita?“La mezza maratona mi ha dato voglia di migliorarmi ancora e partecipare ad altre gare, sempre senza strafare perché devo restare sotto controllo. Come persona, spero di continuare così”.

Oggi che vive sulla propria pelle il valore della donazione, che messaggio si sente di lanciare?“La donazione è qualcosa a cui tengo in maniera particolare. Ho voluto partecipare alla mezza maratona per dare un segnale della sua importanza e dimostrare come, dopo un trapianto, sia possibile riprendere l’attività fisica. La donazione di un organo può consentire di tornare, nei limiti del possibile, a una vita normale. Bisogna fare di tutto per sensibilizzare le persone, perché su questo tema c’è ancora poca informazione. Spero, nel mio piccolo, di aver contribuito”.

Ritiene che se ne parli ancora troppo poco?“Sì, soprattutto tra i giovani. Bisognerebbe fare qualcosa in più, anche se non sta a me dire come. Però tutte queste iniziative sono importanti per sensibilizzare”.

Cosa direbbe a chi affronta un percorso come il suo?“Ogni persona ha il suo modo di affrontare le cose. Il consiglio che posso dare è di appoggiarsi ai ricordi belli e anche alle eventuali esperienze sportive vissute, perché aiutano a tenere la mente pronta a combattere e ad affrontare al meglio il periodo che porta al trapianto”.

Il racconto di Damiano si lega anche all’attività della Fondazione DOT – Donazione Organi e Trapianti onlus - impegnata nel promuovere la cultura della donazione organi, gesto essenziale per restituire nuove possibilità di vita.

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