Mirko Ferretti ricorda Peirò: “Un amico e un vero signore. E quella volta al night…”

Intervista TN / Le parole di chi conosceva molto bene lo spagnolo, scomparso ieri: Ferretti era stato suo compagno ai tempi del Torino

di Andrea Calderoni

Amilcare Ferretti, detto Mirko, è stato un ottimo mediano degli anni Sessanta con le casacche di Catania, Fiorentina e Torino. Dal 1962 al 1966 ha vestito la maglia granata e poi è tornato in altre vesti sotto la Mole, lui originario di Alessandria. Ha allenato, infatti, la Primavera nell’anno dell’ultimo scudetto (1975-1976) ed è stato vice del mitico Gigi Radice negli anni a venire, prima di trasferirsi al Bologna e al Milan. Durante i suoi trascorsi nel centrocampo del Torino ha incrociato la propria storia personale con quella di Joaquin Peirò, che si è spento ieri all’età di 84 anni. I due non furono semplici compagni di squadra, ma veri e propri amici e insieme a Giambattista Moschino composero un terzetto praticamente inseparabile. “Con Gioacchino avevo un rapporto eccellente e il nostro primo incontro non avvenne a Torino, a differenza di quanto credono tutti”. 

Buongiorno signor Ferretti, stimola immediatamente la nostra curiosità. Dove vi siete incontrati, dunque, per la prima volta lei e Joaquin?

“In un momento molto speciale per entrambi. Finale di Coppa delle Coppe nel maggio 1962 a Glasgow in Scozia. Di fronte la mia Fiorentina e il suo Atletico di Madrid. La partita finì 1 a 1 e Peirò segnò il gol del vantaggio della sua squadra. Il replay di quella finale andò in scena a Stoccarda in Germania nel settembre 1962 e in quell’occasione l’Atletico ci batté nettamente 3 a 0 e l’ultimo gol portò sempre la sua firma. Erano molto più avanti fisicamente rispetto a noi”.

Questi i primi incontri sul campo da avversari, ma da lì a pochi mesi sareste diventati compagni al Torino.

“Eh sì, era il novembre del 1962 quando ci accasammo al club granata. Siamo stati un paio d’anni al Torino insieme e abbiamo creato uno splendido affiatamento. Mi ricordo che nel nostro gruppo era immancabile Gigi Simoni, oltre naturalmente a Moschino, con il quale costituivamo un trio inseparabile. Avevamo un affiatamento che andava al di là del calcio. Eravamo legati affettivamente e molto spesso Moschino ed io eravamo a casa di Gioacchino. Ah tra l’altro non lo sapete, ma lui risiedeva nella stessa attuale abitazione di Giorgio Puia”.

Com’era Joaquin fuori dal campo?

“Era una persona elegante, che amava tremendamente la moda. Voleva vestirsi bene in qualsiasi circostanza. Andavamo spesso dal sarto, anche insieme a sua moglie. Lo posso definire a distanza di anni un vero e proprio signore. Tuttavia, essendo spagnolo aveva qualche abitudine differente rispetto alle nostre”.

Tipo? Signor Ferretti ci racconti degli aneddoti di quel passato magico…

“Gli spagnoli avevano più libertà di noi di muoversi di sera. Una volta propose a me e Giambattista di andare in un night di Torino. L’appuntamento era verso le 21, non come oggi a mezzanotte se va bene. Voleva andarci per bere qualcosa, tipo un gin o anche una bevanda non alcolica. Giambattista ed io eravamo francamente timorosi, perché Torino non era Madrid e quindi era più facile incontrare qualcuno che avrebbe potuto spifferare che ci aveva incontrati al night. Alla fine andammo tutti e tre, ma Giambattista ed io rimanemmo tutta la sera sul chi va là, un po’ timorosi di essere riconosciuti”.

E invece in mezzo al rettangolo verde come si comportava Peirò?

“Aveva una falcata incredibile. Un modo di correre unico. Era velocissimo anche con il pallone tra i piedi. Proprio per questo lo chiamavamo Ezechiele Lupo (personaggio della Disney, creato negli anni Trenta ndr). Non si risparmiava mai ed era un piacere stargli vicino, perché era intelligente anche calcisticamente”.

Finita l’esperienza al Torino, Peirò è andato all’Inter, poi alla Roma e infine è tornato in Spagna e quindi le vostre strade si sono divise. Siete, comunque, rimasti in contatto nel recente passato?

“Certo. Si figuri che qualche anno fa sono riuscito a procurarmi il suo indirizzo a Madrid, dove lui gestiva una società di taxi. Alternava questa attività con quella di allenatore e io a quel tempo ero osservatore e giravo parecchio per scovare talenti. Una volta dovetti andare a Madrid e naturalmente lo contattai, ma non ci incontrammo perché lui era tecnico del Malaga e non si trovava in città. A parte questo, ogni tanto ci sentivamo con piacere per ricordare i bei tempi che furono e poi mi prendeva spesso in giro e mi ammoniva se dovevo andare per lavoro in Spagna”.

Perché?

“Semplice io sono un sinistroide e lui diceva scherzosamente che al tempo in Spagna venivi arrestato se giravi con L’Unità sotto il braccio. E allora io stavo al gioco e gli chiedevo di farmi tenere una cella comoda in carcere a Madrid da sua suocera, che lavorava come guardia carceraria”.

Dunque, un’amicizia profonda e bella da raccontare.

“Assolutamente. La porterò sempre con me, così come quelle con Moschino e Simoni. Ah voglio precisare che non eravamo un clan, ma semplicemente un tempo lo spogliatoio era diviso tra chi giocava alle carte e chi non giocava. Noi non amavamo particolarmente la scopa o la scala 40 e quindi questa non passione ha favorito la nascita della nostra unione profonda, sincera e umana”.

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