Il Giaguaro ha difeso la porta del Toro dell'ultimo Scudetto: ci sarà anche lui sotto la Mole il 16 maggio
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Il 16 maggio si avvicina: sarà la data delle celebrazioni dei 50 anni dell'ultimo Scudetto. In esclusiva su Toro News inizia una settimana di grandi racconti. Il primo racconto è quello di Luciano Castellini, il Giaguaro.
Buongiorno Luciano. Pronto per le celebrazioni del 16 maggio a Torino? "Il 16 maggio saremo lì tutti, allo stadio. Ritroverò tutti i miei amici. Facciamo un po' parte della storia del Torino. In pochi possono capire cosa significa indossare quella maglia: un assoluto privilegio".
Sarà una bella occasione per rivedere i suoi vecchi compagni. "Noi in realtà ci sentiamo spesso, abbiamo una chat anche con le mogli. Sapete cosa significa? Significa che eravamo una squadra vera perché ci sentiamo ancora dopo cinquant'anni. Diciamo che ci conoscevamo bene, a fondo. Oggi non credo di conoscere nemmeno un giocatore che veste la maglia del Torino, però non è una colpa dei giocatori attuali, è il mondo che è cambiato".
Quando capiste che potevate vincere lo Scudetto? "La consapevolezza è nata strada facendo. Battere la Juventus non era facile. Nella stagione successiva l'avevamo quasi battuta, ma si decise che doveva vincere soltanto una squadra".
Quanto era utile allenarsi con i Pulici e i Graziani? "Eravamo abbastanza naif. Avevamo un grande allenatore, non avevamo dei grandi tattici e match analyst ma eravamo forti. Diciamo che eravamo una squadra pane e salame, quella era la nostra forza".
Come si arrivò al trionfo? "Le nostre due annate magiche sono state frutto di buone scelte, fu preparata bene la strada. Io venivo dal Monza, prima di me venne sempre dal Monza Claudio Sala e dopo di me Patrizio Sala. Eravamo una grande squadra che si è formata nel tempo. La Serie B era una palestra importante, senza stranieri e in cui potevi crescere. Ai giovani venivano lasciati gli errori, poi si arrivava dalla Serie B alla Serie A".
Oggi si sostiene che i giovani marciscono in Serie B... "Io ho giocato in Serie B prendendo 20mila lire al mese e dovevo lavorare per poter giocare in Serie B. La reputo una gavetta fondamentale".
Si gode ancora le gioie di quello Scudetto? "Posso dirti che quando sei dentro ai fatti non ti accorgi nemmeno di quello che stai facendo. Soltanto quando sei vecchio lo capisci. Oggi è più piacevole che una volta. Mi emoziono quando un tifoso dopo tanti anni mi ferma per strada".
Chi coniò il soprannome Giaguaro? "Gianni Brera mi diede quel soprannome. Devo dire che ci aveva visto lungo perché dopo tanti anni resto ancora piuttosto agile".
Come vede il Torino di oggi? "Non riesco a parlare male del Torino, così come del Napoli. Ci sono delle situazioni diverse. I giocatori, i procuratori e i direttori sportivi sono diversi. Noi avevamo Bonetta che era da trent'anni direttore del Torino. E poi avevamo osservatori che ti guardavano per venti volte prima di portarti al Torino, oggi ti osservano mezzo tempo, magari a video e neanche di persona, e ti propongono alla grande società, poi ti vendono se non vai bene. Inoltre, oggi c'è tutto un teatro con il match analyst e con l'alimentazione. Noi mangiavamo riso alla parmigiana e la bistecca prima di scendere in campo. Non si moriva nemmeno con quell'alimentazione. E poi avevamo i cosiddetti maroni".
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