Puliciclone, nel podcast "La Quinta di Radice" del sito Torostoria, ha raccontato cosa ha significato per lui far parte della famiglia e della storia granata

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Scudetto 50 / Il ritorno di Pulici nel giorno di Pasqua - Culto (Video)

Nell'estesa intervista audio rilasciata per "La Quinta di Radice", format di Torostoria, Paolo Pulici, leggendario attaccante del Torino degli anni '70 e uno dei protagonisti dell'ultimo scudetto granata del 1975/1976, nonché miglior marcatore granata di tutti i tempi, ha rivissuto a 360 gradi la sua esperienza al Toro, esordiendo: “Quando mia figlia mi chiedeva che cos’era per me il Torino, io gli dicevo che era come un’altra figlia, che era maggiore di lei, perché ho incominciato prima a giocare con quella maglia e lei mi guardava con quello sguardo da bimba soddisfatta, contenta per quello che dicevo". Una ragione di vita, per un giocatore che ha incarnato il DNA del Toro, sin dal suo sbarco in città: "Quando sono arrivato a Torino, ho capito l’importanza che c’era. Combin, Ferrini, c’erano dei giocatori che era una vita che li leggevo sui giornali, e invece li ho conosciuti di persona e questo è stato un qualche cosa di veramente grandioso. C’era Giorgio Ferrini, che era uno che ti guardava e già lo sguardo ti diceva tutto. Grazie a lui noi abbiamo imparato tantissime cose, come ci si comporta in campo, chiedere scusa all’avversario quando gli si da la legnata… roba che con me tanti non lo facevano nemmeno".

Paolo Pulici

In merito al capitano ha aggiunto, elogiandone il valore che ha rappresentato per il Toro: "Giorgio Ferrini il capitano, nel vero senso della parola. Perché lui era una di quelle persone che parlava pochissimo, difficilmente lo sentivi lamentarsi, insultare e fare. E quando si parlava bisognava dir le cose che si pensavano, bene, giuste, di modo che la gente che ci vedeva e ci ascoltava capiva che noi eravamo il Toro. Essere il Toro era una cosa importantissima per tutti”. Ma Puliciclone ha voluto sottolineare anche l'importanza di aver avuto intorno a sé i compagni che avuto: "Calcola che in un anno e mezzo con i ragazzi della Primavera ho fatto 120 gol. Poi quando sono arrivato in prima squadra, non riuscivo più a segnare. Finivo le partite 0-0 e sbagliavo dei gol che sembravano facili da fare. Quindi ero molto teso da quel lato, però ringrazio tutti i compagni di quel periodo, che mi hanno sempre sostenuto nel bene e nel male. Anche se non facevo gol, io per loro ero sempre il migliore in campo e questo era una grossa soddisfazione. Non è il tifoso, che è tifoso di un giocatore e basta, lì era la squadra dove giocavi che ti metteva in Paradiso". "Guarda l’emozione c’è ancora adesso – ha aggiunto commosso sulla coesione del gruppo in quegli anni – eravamo un blocco unico, che era formato, non solo da noi Cinque, ma anche da quelli dietro: Santin, Salvadori, Caporale, Castellini… eravamo in 11 in campo, tutti si vinceva e tutti si pareggiava… perdere mica tanto, perché per fortuna era un risultato che avevamo cancellato. Però eravamo lì tutti insieme, eravamo proprio un gruppo, e Radice diceva 'se voi giocate così non vi frega più nessuno'

In una risposta data ad Albertoni, portiere ai tempi del Cagliari, che gli chiedeva come facesse ad essere così micidiale sotto porta, nel corso di un match contro i sardi, emerge quanto il gruppo sia stato fondamentale per la sua crescita come calciatore e come uomo: “Eh io ho avuto la fortuna di avere dei giocatori come Nestor Combin, come Meroni, come Ferrini, che tutti mi dicevano ci sono due modi solo per tirare in porta. Uno, allenare i portieri e quindi il portiere la para e due fare gol. Non c’è altro modo per calciare in porta. Alla mia domanda “eh ma sei uno calcia, prende il palo e va fuori?” “è il tiro sbagliato, non conta” ed è una cosa che veramente mi ha aiutato tantissimo per diventare “quello che sono riuscito a fare”". La storica punta granata ha affrontato poi l'emozione di quando è stato chiamato in prima squadra e, nel breve tempo, ha scoperto di partire titolare nella partita della domenica: "Arrivare alla domenica a tavola, con l’allenatore che fa “allora oggi giocano… tun tun tun tun tun , Pulici”. Io lo guardo e dico ha sbagliato. “Hai sbagliato”. “Giochi te”. Favoloso. Poi il giorno dopo, mettere quella maglia… la prima maglia che ho messo aveva il numero 11 ed è stata una soddisfazione per me. Questa maglia l’avevo già messa ma quella del Toro con lo stemmino sopra del Toro, l’aveva solo la prima squadra, mentre nei ragazzi era granata e basta. Capperi, avere il Torello lì, era una qualche cosa da dire... Mille e una notte, altroché”.

Pulici si è poi soffermato sul ricordo della Maratona e di quanto la sua presenza sia stata essenziale per lui, essendo il suo obiettivo primario fare contenti i tifosi: “Noi giocavamo per loro. Quando io finivo la partita e la Curva Maratona gridava “ Pupi tu sei sempre O’rei”, cosa pensate voi? Una soddisfazione enorme. Pulici, tu sei sempre il re, ma scherziamo? Cioè per una cosa del genere qualsiasi giocatore va alle stelle”. Un qualcosa che andava oltre al semplice concetto di dodicesimo uomo in campo: "La Curva Maratona per me è stato come un compagno di squadra, loro mi sostenevano così bene che difficilmente io sbagliavo. Ero concentratissimo nel non sbagliare per non scontentarli. L’urlo della Curva mi dava la distanza dalla porta, era veramente pazzesco”. E sul suo primo anno da Capocannoniere del Torino ci ha tenuto ad evidenziare gli insegnamenti dei compagni sul difendere palla: "Non sbagliando più gli stop, mettendomi la palla sempre davanti, diciamo che avevo la possibilità nel giro di due passi di tirare e tira-tira, tira-tira, tira-tira , ho imparato a tirare guardando dov’era il portiere. Quindi, vedendo il portiere da una parte, calciavo nella parte dove lui non poteva arrivarci. E lì ho incominciato a fare i gol. Nel primo anno, in 21 o 22 partite che ho giocato, ho fatto 18 gol ed ero il capocannoniere della Serie A per la prima volta ed è una cosa che mi ha portato subito a una soddisfazione esagerata, ecco. E sentire i compagni dirti una cosa del genere è bellissimo”. E in merito al suo soprannome Pupi, ha narrato un breve aneddoto: "Pupi era il soprannome che mi aveva appioppato Agroppi, perché ero considerato uno dei più forti giocatori del Torino, ma detto dai giocatori, non dai tifosi e quindi per me era una voglia grandissima di dimostrare che non sbagliavano e ho cercato di fare di tutto per mettere in pratica quella mentalità".

Pulici ci ha tenuto poi a rievocare i suoi allenatori e la crescita avuta con loro: "Gigi Radice era un allenatore giocatore, perché lui il giovedì giocava con noi le partitelle. Gigi ha avuto la sfortuna di farsi male mentre stava giocando al Milan, non una squadretta piccola, ma una grossa squadra e dopo quell’infortunio non è più riuscito ad entrare in campo. Quindi per lui essere allenatore era un di più." Lo ha definito di carattere tosto, ma anche una persona con cui si poteva trovare la soluzione a qualsiasi problema: "Parlandoci assieme, ragionando, magari anche litigando, trovavamo la soluzione di tutti i problemi che ci potevano capitare”. E che dire di Oberdan Ussello. "Ussello è stato il primo allenatore mio, del Toro. E gli devo tantissimo, non tanto. Perché è stato quello che mi ha insegnato di più, mi ha insegnato che in porta si tira due volte, come stare in campo per dare manforte alla squadra e non giovare per sé stessi. È stato quello che mi ha corretto i tanti problemi che avuto. Sempre." Ha infine chiosato dichiarando: "Ho avuto la fortuna di avere in prima squadra degli allenatori come Giagnoni, Fabbri e Radice, tre allenatori uno più bravo dell’altro”.

Non poteva mancare il ricordo e il racconto del suo rapporto con gli Invincibili di Superga: "A me piaceva giocare e basta. Quando è uscito il Toro, io l’ ho legato subito a Superga, agli Invincibili. “ Vado nella squadra degli Invincibili” ed è un traguardo mica da ridere quello. “eh ma..” “Non c’è ne se ne ma. Quando te vai una squadra che sogni, hai risolto il problema e infatti devo dire che è stato veramente una grande soddisfazione. Mi è dispiaciuto quando mi hanno mandato via perché non la ritenevo giusta questa cosa. Io avrei voluto finire lì, ma se finivo lì, finivo a quarant’anni”. Un onore per lui sentirsi parte di quella storia ed essere amato da così tanta gente: "Il mito di Superga nasce da visitare la città e vedere i tifosi che ci sono. Per fare 50 metri su a Superga ci abbiamo messo due ore e mezza io e Claudio Sala. Quando mi fermavano i tifosi gli facevo l’autografo, facevo la foto con loro e Claudio diceva “ non è possibile stare con te”" – ha aggiunto ridendo. Pupi ha continuato quindi ricordando l'orgoglio e le indelebili emozioni provate in una delle sue prime visite al Colle di Superga: "Per noi il Grande Torino è stata la storia che ci ha permesso di essere osannati da tutti. Quando noi andavamo su a Superga, vedevamo il posto dove si era schiantato l’aereo. Una delle prime volte che sono salito, ce n’era uno che quel giorno si è salvato, non è andato sull’aereo, è andato sul treno ed è arrivato a Torino ed era lì a raccontare chi erano i suoi compagni di squadra e a sentire raccontare certe storie ti veniva un’emozione pazzesca. E ricorda ancora un episodio che lo ha segnato per sempre: "quando si usciva e vedevano la nostra maglia, tutti gridavano Forza Toro. È una cosa importante perché chiunque gridava poteva essere della Juve, del Milan, dell’Inter, del Bologna, della Fiorentina... Però il Toro era un'altra cosa. E un tifoso mi ha fatto notare che tifosi sono tutti tifosi. Di Juve, Milan, Inter… ma il Toro è una fede e quando dici fede, è una cosa importante perché non puoi sbagliare".

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