100 di Fila / Giuseppe Trucchi racconta gli anni trascorsi al Filadelfia da preparatore della Primavera granata

Giuseppe Trucchi entra nel settore giovanile del Torino nel 1981. Proveniente dal mondo dell’atletica e dall’Isef, dove lavorava come coordinatore tecnico, al Filadelfia affianca Sergio Vatta nella preparazione della Primavera e negli anni successivi continua a lavorare con le giovanili granata, attraversando una delle stagioni più prolifiche del vivaio del Toro. I suoi ricordi restituiscono il racconto di quel Filadelfia vissuto ogni giorno, tra campo, spogliatoi e settore giovanile.

Professore, qual è il primo ricordo che ha del Filadelfia?

“La prima immagine è di quando ci sono entrato. Le tribune erano praticamente impraticabili, anche le gradinate erano tutte malandate. Durante le partite della Primavera il pubblico rimaneva nella parte bassa, fuori dalla copertura. E all’ingresso degli spogliatoi c’era la ruota dell’aereo di Superga: il Filadelfia ricordava molto anche quelle cose lì".

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Quando cominciò a frequentarlo per lavoro?

“Nel 1981. Prima c’ero stato soltanto una volta per vedere una partita della Primavera, ma non ero neanche entrato negli spogliatoi".

Che ambiente trovò?

“Era un ambiente molto familiare. Lì c’era la segreteria delle squadre giovanili, mentre la sede della società era in corso Vittorio. C’era l’avvocato Cozzolino, che ormai era un’istituzione, e poi due segretari che seguivano noi. Sul campo principale si allenava la prima squadra, mentre noi con la Primavera lavoravamo sul campetto di fronte. Quando c’era brutto tempo utilizzavamo anche un capannone coperto da lamiere ondulate, con il fondo asfaltato".

Quanto era importante l’avvocato Cozzolino nella vita del Filadelfia?

“Molto. Era un tifoso del Toro assoluto. Con lui e con i segretari avevamo ottimi rapporti. Poi c’era tutta la parte medica: il massaggiatore Siracusa, il fisioterapista e il medico che veniva durante gli allenamenti".

Trucchi: “Con Vatta l’allenamento non era mai improvvisato”

Che cosa aveva Sergio Vatta di diverso rispetto agli altri?

“Aveva una visione molto moderna dell’allenamento e del gioco. Era molto aperto, non si fermava davanti alle proposte nuove. Quando sono arrivato io non ero mai stato nel calcio come preparatore: venivo da vent’anni di atletica. Fu proprio attraverso Vatta che entrai in quel mondo".

Come nacque il vostro metodo di lavoro?

“Concordavamo sempre l’allenamento. Non era mai improvvisato. Dopo la seduta, mentre ci facevamo la doccia e ci cambiavamo, ci confrontavamo sul lavoro fatto e sulle variazioni possibili. Tenevamo conto dei tempi dedicati alle diverse capacità e ogni mese Vatta preparava una tavola riassuntiva per vedere come avevamo distribuito il lavoro. Sul campo potevano nascere delle variazioni, naturalmente, ma il programma non era improvvisato.”

In che cosa eravate particolarmente innovativi?

“Per esempio nel lavoro sulla resistenza. Allora si facevano molto i giri di campo. A me sembrava una cosa noiosa e ne parlai subito con Vatta. Continuammo a utilizzare anche il giro di campo, soprattutto all’inizio della preparazione, ma inserendo dei tratti di velocità. Era sempre un lavoro misto. Allora non lo faceva nessuno: in questo siamo stati degli antesignani.”

Vi accorgeste che quel lavoro produceva risultati?

“Sì. Ricordo una stagione in cui la Primavera andava come un treno: vincemmo il campionato, il Viareggio e credo anche la Coppa Italia. Nel girone di ritorno, su quindici partite, ne vincemmo undici nel secondo tempo. Per me significava che la nostra resistenza era buona. Un medico con cui ero amico, che sosteneva invece il lavoro lungo e lento, mi telefonò e volle venire a Torino per capire come lavoravamo.”

Arrivavano anche tecnici dall’estero per studiare il settore giovanile del Torino?

“Non erano tantissimi, però ricordo un allenatore delle giovanili del Paris Saint-Germain. Parlando con lui mi disse che aveva chiesto quale fosse il miglior settore giovanile italiano e gli avevano indicato il Torino. Quindi anche fuori dall’Italia eravamo abbastanza apprezzati.”

“Primi Calci fu un nome inventato da Vatta”

Anche il progetto dei Primi Calci nasce in quegli anni. Come venne fuori quel nome?

“Il termine ‘Primi Calci’, che poi hanno adottato in tanti, è un parto di Vatta. Me lo ricordo perfettamente. Eravamo in una riunione con gli istruttori, nella Sala Caldaia del Filadelfia, e stavamo ancora cercando un nome. Lui disse: ‘Potremmo chiamarlo Primi Calci’. E così facemmo.”

All’inizio foste anche criticati.

“Sì, molto. La Gazzetta dello Sport ci criticò perché diceva che cominciavamo troppo presto, a sei anni. Ma non erano nemmeno venuti a vedere che tipo di lavoro facevamo. Dopo due anni lo facevano tutti.”

Qual era realmente l’obiettivo con quei bambini?

“Non avevamo ambizioni tecniche. Volevamo farli giocare e divertire. A tutti davamo una maglietta del Toro e un pallone. L’idea era anche fidelizzarli al Toro, senza tesserarli. Arrivammo ad avere più di settecento bambini e dovevamo organizzare i turni perché non ci stavano tutti.”

Anche la presenza di istruttrici donne era una scelta nuova.

“Sì, era anche una rottura consapevole. Vatta disse: prendiamo anche le donne. Erano tre. Una era Alessandra Ferri”.

Trucchi: “Junior conosceva per nome tutti i ragazzi della Primavera”

C’è un episodio del Filadelfia che le è rimasto particolarmente?

“Una volta aveva nevicato e non si poteva lavorare sul campo. Avevamo fatto un po’ di allenamento sotto il capannone, ma l’allenamento con Vatta finiva sempre con la partitella. Così disse: ‘Facciamoli giocare qui sulla neve, nel piazzale’. A un certo punto uscì Junior e ci chiese: ‘Ma giocate? Aspettate, vengo anch’io’. Andò a cambiarsi e venne a giocare con la Primavera.”

Che cosa la colpì di quella scena?

“I ragazzi rimasero meravigliati perché Junior conosceva tutti per nome e cognome. Veniva a vedere gli allenamenti. Era una persona straordinaria, indipendentemente dal giocatore.”

Aveva anche modo di parlare con lui?

“Sì, molto. Una volta parlammo del Mondiale. Mi disse che noi avevamo Rossi, al quale bastava spostarsi di un metro per fare gol. Dopo che avevamo preso un po’ di confidenza gli ricordai anche l’errore che aveva fatto contro l’Italia. Mi rispose: ‘Stai zitto, che non ne voglio parlare più’.”

Ci sono altre innovazioni di quegli anni che le sono rimaste particolarmente care?

“A un certo punto pensai di portare nell’allenamento un lavoro che veniva utilizzato nella rieducazione dopo gli interventi chirurgici, con le tavole oscillanti. Lo proposi a Vatta e lui accettò subito. Anzi, io avevo un po’ più paura che i ragazzi potessero farsi male, mentre lui diceva: ‘Figurati’. Arrivò persino a mettere degli ostacoli tra una tavola e l’altra.”

Chi fece quel tipo di lavoro?

“Ragazzi come Lentini, Fuser, Cois, Dino Baggio. Ci sono ancora dei video. Io e mio figlio Luca presentammo quel lavoro anche a un convegno europeo e venne molto apprezzato. Anni dopo, nel 2007, vidi preparatori presentare come innovativo lo stesso tipo di lavoro. Noi lo facevamo già negli anni Ottanta.”

All’epoca vi rendevate conto di stare facendo qualcosa di così avanti?

“Era semplicemente il nostro modo di lavorare. Abbiamo fatto cose che non faceva nessuno, ma soprattutto perché Vatta era molto aperto. Se gli proponevi qualcosa e ne vedeva il senso, era disposto a provarla.”

“Il Filadelfia era seguito anche dai tifosi ogni giorno”

Quali erano le persone meno raccontate del Filadelfia?

“Sicuramente l’avvocato Cozzolino. Poi c’erano i magazzinieri e tutte quelle figure che ci sono sempre dietro una squadra. E c’erano anche i tifosi. La Primavera si allenava sul campetto e loro stavano dall’altra parte della rete: conoscevano i ragazzi alla perfezione, li seguivano continuamente.”

Era quindi un rapporto quotidiano tra squadra e tifosi?

“Sì. C’era una grande vicinanza. E Vatta si preoccupava molto anche dei ragazzi come persone. Per esempio era nemico dei procuratori: cercava di spiegare ai giovani che dovevano imparare a cavarsela da soli e non farsi fare tutto dagli altri.”

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