100 di Fila / Esclusiva: dagli insegnamenti di Ussello e Ferrini al rapporto con i tifosi, fino ai ragazzi che lo imitavano dalla tribuna: Paolo Pulici racconta il Filadelfia che lo ha cresciuto e che ancora oggi lo emoziona
Il Filadelfia spegne le sue prime cento candeline. Non è stata, e non è, una storia lineare: per un periodo il Fila non è nemmeno esistito davvero, almeno non nella sua forma materiale. E, a maggior ragione, ci ha insegnato che un luogo può continuare a esistere anche quando non c’è più. Il suo spirito va ben oltre quel cancello, che non è una linea di demarcazione, ed entra dentro ognuno di noi. Persino chi lo ridurrebbe a un semplice centro sportivo ne è erede. Cento anni di storia d’Italia, di Torino, di Toro, a conferma che il calcio c’entra fino a un certo punto.
Ripercorrere questo viaggio, tappa dopo tappa, è un’occasione per sviscerare tante sfaccettature dell’animo umano. Attraverso i ritratti di chi lo ha vissuto, ci si emoziona, ci si commuove, ma si ride altrettanto. È una scoperta continua, ed è quasi sprecato dedicarle qualche puntata: forse nemmeno un’intera vita basterebbe a ricostruire questa storia fino in fondo.
In tanti hanno saputo raccontare il Fila benissimo. In primis i nostri nonni, così innamorati, così fieri di dirti di aver visto “Quelli là”. Sì, è uscita la lacrimuccia, più di una. “Ma che te lo dico a fare”, mi ha detto un prodotto del vivaio, davanti a una domanda così ampia, forse così inutile. Mi viene da citare gli Stadio: “Chiedi chi erano i Beatles...”. Con il Fila è lo stesso: chiedere a chi c’era, pur sapendo che non potrò mai capire davvero.
E allora ho continuato a seguire le tracce di questo luogo così inspiegabile, per provare almeno a trovarne l’essenza. E mi sono imbattuto in un ciclone. Anzi, in un Puliciclone: Paolo Pulici. Una forza della natura, pronta a travolgere chiunque gli capitasse davanti. Di testa, di sinistro e di destro. Eppure basta riportarlo a quei giorni perché la voce si incrini ancora. “Il primo insegnamento importante è che quando indossavi quella maglia erano tutti avversari battibili. Non ce n’era uno che poteva metterti in difficoltà, quindi tu dovevi semplicemente giocare”, racconta, riportandoci nel suo Fila.
Pulici, partiamo dall’inizio. Quando arrivò per la prima volta al Filadelfia era ancora un ragazzo del Legnano. Che cosa ricorda di quel giorno?
"Pensavo di dover fare una partita d’allenamento con la mia squadra contro il Torino. Invece era una cosa un po’ diversa: era il Torino che voleva vedermi e provarmi con i suoi ragazzi. Io non sapevo nulla. Mi sono ritrovato in campo al Filadelfia, nello stadio dove sapevo che aveva giocato il Grande Torino. Per un ragazzino era un’emozione particolarissima, difficile da raccontare. Non so nemmeno se quella partita l’ho giocata bene o male, perché mi interessava poco quello che succedeva: mi interessava essere lì dentro, con tutto quel mondo che mi girava intorno".
Poi, poco più di un mese dopo, il Torino la prese davvero. Se lo aspettava?
"No. Quando mi dissero di andare a Torino perché il Torino mi voleva, quasi non ci credevo. Dicevo: 'Non è possibile che uno scarso come me diventi un giocatore del grande Torino'. Invece avevano ragione loro. Mi hanno insegnato tantissimo, ho imparato tantissime cose legate al calcio. Per me il Filadelfia è stato una scuola incredibile".
Quando cominciò davvero a sentire la presenza del Grande Torino al Filadelfia?
"Subito. Non potevi entrare nello spogliatoio e poi scendere in campo senza sentire qualcosa di diverso. Quando eri lì, eri uno dei giocatori che entravano in campo come loro. E quando ti raccontavano chi era passato da lì, gli Invincibili, quelli che avevano indossato quella maglia prima di te, era una cosa veramente unica".
Pulici: "Ussello era il mio allenatore, ma prima ancora era il mio papà"
Chi era per lei Ussello?"Oberdan Ussello è stato il mio allenatore, ma prima di essere allenatore era il mio papà". (Pulici si ferma, la voce cambia, ndr). "Mi sono emozionato. Ricordare vuol dire rimettersi davanti a tante cose. Ussello, da papà, ti insegnava le cose dicendotele e poi magari non te le ripeteva più: ti chiedeva semplicemente di farle. Lui e Rabbitti facevano così con i ragazzi. E quando imparavi in quel modo, ti rimaneva dentro e non lo dimenticavi più".
Sul piano tecnico, Ussello le insegnò soprattutto a usare entrambi i piedi. Lei era un destro naturale: come riuscì a convincerla?
"Io ero nato destro, tutto quello che facevo lo facevo con il piede destro. Il sinistro per me era quasi un tabù. Ussello mi fece capire una cosa molto semplice: quando calci col destro, su quale piede sei appoggiato? Sul sinistro. Quanto pesa il pallone? Mezzo chilo. Quanto pesi tu? Da quei ragionamenti capivi che, se imparavi a usare bene il sinistro, potevi calciare ancora più forte. Da quel momento, durante gli allenamenti, quando potevo usavo quasi esclusivamente il sinistro per migliorarlo".
E poi c’era il famoso muro del Filadelfia. Come funzionavano concretamente quegli allenamenti?
"L’allenatore ti toglieva tutto il resto del campo e per te esisteva soltanto il muro. Correvi e facevi l’uno-due contro il muro. Uno-due, uno-due, uno-due. Se sbagliavi a calciare, il pallone al ritorno non lo prendevi più. Quindi dovevi essere molto, molto preciso".
Lo viveva come una punizione o capiva già che cosa le stessero insegnando?
"No, lo capivi e lo rispettavi. Anche dare il pallone al compagno alla velocità giusta faceva parte del gioco. Se devo darti la palla perché tu possa riceverla, non posso dartela troppo forte: devo dartela a una velocità che ti permetta di gestirla. Erano tutte cose che poi ritrovavi in campo".
E alla fine quanto diventò importante quel sinistro?
"Tantissimo. A Coverciano c’era quello che chiamavamo il 'muro del pianto', dove misuravano anche la velocità del tiro. Col destro arrivai a 128 chilometri all’ora, che era già tantissimo. Ma col sinistro toccai i 174. Sa cosa vuol dire? Quasi dimenticarsi di usare il destro. Infatti, quando ci allenavamo, se potevo usavo solo ed esclusivamente il sinistro, proprio per migliorarlo e farlo diventare un piede importante dappertutto".
Pulici: "Ferrini mi disse: 'Paolino, adesso sei un uomo vero'"
Quando cominciò ad avvicinarsi alla prima squadra, chi la fece sentire davvero uno del Toro?"Il mio capitano. L’amico Giorgio. Ferrini era qualcosa di incredibile. Sapeva come comportarsi per farci crescere, e questa è una cosa che vale un’eternità".
Di Ferrini racconta un episodio piuttosto… fisico.
"Lui mi tirava dei cazzotti nella schiena per farmi alzare i gomiti e insegnarmi a difendere lo spazio. Finché un giorno non ce l’ho fatta più e gli ho rifilato una gomitata pazzesca. Gli usciva sangue dal naso. Mi guardò e mi disse: 'Paolino, adesso sei un uomo vero'. Sa cosa voleva dire per me una cosa del genere?".
Ferrini era capitano soltanto la domenica?
"No, con tutti era il capitano. Portava la fascia durante le partite, ma anche in settimana, quando non aveva nessuna fascia, era comunque il capitano. Il suo modo di stare in campo, di gestire le situazioni, di insegnarti le cose: per noi era il massimo".
Quanto contavano i tifosi nella vita quotidiana del Filadelfia?
"Tantissimo. Ci aspettavano quando arrivavamo, quando finivamo l’allenamento e quando andavamo via. E parlando con loro capitava che ti dicessero: 'Domenica hai fatto gol come Valentino Mazzola', oppure 'come Libonatti'. Essere paragonato a quei personaggi era qualcosa di enorme".
Una volta un tifoso le disse addirittura: "Paolino, mi stai ricordando quelli là".
"Sì. Io gli chiesi: 'Come quelli là? Cosa vuol dire?'. E lui mi disse che stavo giocando bene come giocavano loro e che, di conseguenza, per lui ero come loro. Essere paragonato a quella squadra era qualcosa di esagerato per chiunque. Per me fu un’enorme soddisfazione".
Anni dopo le è capitato qualcosa di simile.
"Due o tre mesi fa un bambino mi ha guardato e mi ha chiesto: 'Ma tu hai giocato con quella squadra?'. Io gli ho detto di no, che ero arrivato dopo. E lui: 'Bugiardo, mi stai raccontando una frottola'. Sa che mi è venuto da piangere? Dire a un bambino che sei arrivato dopo e sentirti rispondere che non è vero, perché secondo lui tu hai giocato con il Grande Torino… capperi, è la fine del mondo".
Perché si emoziona ancora così tanto per il Toro?
"Perché io ci ho giocato solamente diciassette anni con quella maglia, dai ragazzi alla prima squadra. Poi sono dovuto andare via. Se fosse stato per me, avrei chiuso la mia carriera con quella maglia".
Fa quasi sorridere, oggi, sentirle dire "solamente diciassette anni".
"C’è la soddisfazione di aver indossato una maglia che ben pochi hanno indossato. Se fai conto che oggi, quando uno indossa la stessa maglia per cinque anni, è già tanta roba...".
Ricorda il giorno in cui lasciò il Filadelfia?
"Penso di non aver nemmeno svuotato l’armadietto. La delusione di essere cacciato via dal Toro era tanta. Luciano Moggi probabilmente aveva paura del mio personaggio e di conseguenza mi ha eliminato dalla società. Pazienza. Quello che ho fatto poi con l’Udinese e con la Fiorentina mi ha riempito d’orgoglio, però c’è sempre di mezzo il granata".
E anche all’Udinese il granata continuava in qualche modo a seguirla. C’è quell’aneddoto della maglia…
"Sì. Il presidente, nello spogliatoio, mi disse: 'Paolino, cambiamo la maglia perché non voglio metterti in difficoltà'. E la cambiarono davvero. La maglia dell’Udinese di quegli anni aveva tre strisce: due bianche e una nera. Lateralmente era tutta bianca e al centro c’era la striscia nera che richiamava il bianconero. La Fiorentina invece non era un problema: col viola non potevi confonderti".
Pulici: "Quando entravo al Fila non chiudevo mai la macchina"
Qual è invece il ricordo più domestico del Filadelfia? Una giornata normale, lontana dalle partite."Noi ci allenavamo e i ragazzi delle giovanili, prima di cominciare il loro allenamento, stavano tutti sulla tribuna a guardare la prima squadra. Poi succedeva anche il contrario: quando noi avevamo finito, prima di andare a casa ci fermavamo a guardare i ragazzi che si allenavano sul campetto di fianco. Vederli provare le giocate che facevamo noi era qualcosa di bellissimo. Voleva dire che ciò che facevamo era considerato giusto, qualcosa da copiare da parte di ragazzi che indossavano la stessa maglia. Vedere poi un ragazzino fare gol come Pulici e correre verso la tribuna alzando i pugni al cielo era qualcosa di esagerato".
Perché alzava proprio i pugni al cielo?
"Me l’avevano detto gli ultras: 'Quando vuoi dedicare un gol a noi tifosi, alza le braccia al cielo con i pugni chiusi. Noi sapremo che quel gol lo hai fatto per noi'. Da lì è nato quel gesto".
E con quei ragazzi che vi guardavano, vi imitavano e poi magari venivano a chiedervi qualcosa, che rapporto aveva? Che consigli dava loro?
"Qualsiasi consiglio era utile, l’importante era che fosse legato alla maglia e alla società. Se io raccontavo: 'Io per il Torino ho fatto questo', per loro diventava qualcosa di unico. Dicevano: 'L’ha detto Pulici, è sacrosanto'. Perché Pulici era tanti anni che giocava con quella maglia e la rispettava. Non so se la rispettavo davvero più degli altri, però per me quella maglia aveva un significato incredibile".
C’è un episodio del Filadelfia apparentemente piccolo che per lei vale moltissimo?
"Quando entravo al Filadelfia non chiudevo mai la macchina. La chiave della messa in moto rimaneva dentro. Uno avrebbe dovuto soltanto aprire la portiera, salire e andarsene. Non è mai successo. Perché erano i tifosi a curarla".
Se potesse riportare nel Filadelfia di oggi una sola abitudine di quello che ha vissuto lei, quale sceglierebbe?
"Indossare la maglia granata e correre fino in fondo, finché la maglia non gocciola".
C’era una regola non scritta che al Filadelfia valeva più delle altre?
"L’importante è essere convinti di quello che si fa. Noi avevamo una regola ben precisa: il Filadelfia aveva sempre ragione. Quando andavamo in campo sapevamo che non potevamo sbagliare, perché chi ci guardava avrebbe detto le cose come stavano, senza vergognarsi".
E il ricordo più divertente?
"Il giorno dopo che abbiamo vinto lo scudetto. I ragazzi ci guardavano come se fossimo i più forti del mondo. Per me fu una soddisfazione incredibile. Erano contenti di parlare con noi, di chiederci perché facevamo una cosa piuttosto che un’altra. E allora tutto acquistava un senso incredibile".
Se avesse una macchina del tempo e potesse tornare al Filadelfia dei suoi anni, quale giorno sceglierebbe?
"Quale giorno? Forse tornerei domani!". (ride, ndr).
Ma se dovesse scegliere un momento del suo Filadelfia da rivivere?
"Vorrei rivivere l’esperienza del campo. Noi eravamo in campo, ma lo eravamo per i tifosi. Entravi, salutavi la gente e il tifoso ti salutava come un compagno. Ci sono cose che non hanno prezzo".
© RIPRODUZIONE RISERVATA