Scudetto 50 / Non più solo ricordo: a Superga, per la prima volta, si tornò a sperare
“Quella sera mi abbandonai a un pianto disperato e senza pudore. A nulla valevano il rispetto per il mio dolore da parte dei miei genitori e le loro parole di consolazione. La mia squadra, simbolo perfetto di gioventù e di forza prorompente, era stata stroncata in un attimo. Loro non c’erano più. Il biondo e giovane Maroso, il lungo Gabetto con la maglia fuori dai calzoncini, il piccolo Menti. (…) Niente, più niente. Solo i funerali, dopo qualche giorno. (…) Poi vennero gli anni grigi. Tanti, uno dopo l’altro. Poi arriva un lunedì della primavera del ’76. Ritrovo il vecchio distintivo. È il lunedì che precede la domenica del derby. È il momento delle scaramanzie, penso. Aggancio il distintivo al mazzo di chiavi che uso di più, che tengo in mano più spesso. Il Torino vince il derby, poi sorpassa, è in testa e ci rimane. Alla domenica nessuno mi sfotte più. Io non sfotto gli altri. Sto zitta e aspetto. Dopo aver aspettato ventisette anni, si può aspettare ancora qualche settimana. (…) Oggi è il 4 maggio. È diverso da quelli precedenti, da ventisette anni a questa parte. Non oso, non osiamo ancora dire di più. Ma se l’ultima domenica sarà quella che aspettiamo, vorrei essere allo stadio per vederli. Vederli o “rivederli”? Uomini giovani e vivi o vecchi fantasmi? Ma no: i giovani, i vivi.”
Aveva 19 anni Lucia Roselli quando il fato fu l’unico a vincere contro quella macchina perfetta che ai posteri viene appellata come “Grande”. Quando, il 4 maggio del ’76, viene pubblicata questa sua lettera, è una donna di mezza età che da quel giorno non aveva più assistito dal vivo alle partite del suo Torino. Quanta fatica per arrivare anche solo ad avvicinarsi all’inavvicinabile. La ricostruzione dalle macerie, la retrocessione con la T sul petto, gli anni ’60 e una perversa coincidenza. Meroni era il nome del pilota dell’aereo del Grande Torino, ed era anche il cognome di quell’ala talentuosa, bohémien, anticonformista, che dialogò sulla propria pelle con quella tragedia. Quel Toro di Radice è chiamato a quel riscatto, a far fronte a qualcosa di più grande di loro, più grande di uno scudetto.
“Forse nessuno riuscirà a eguagliare le imprese di Mazzola e dei suoi compagni. Ma è già un grande onore per noi indossare quella che è stata la loro maglia e cercare di regalare uno scudetto ai tifosi del Torino, nel loro ricordo”, confida Renato Zaccarelli poche ore prima di salire al Colle.Mai vista così tanta folla a ricordare gli Invincibili. Il 4 maggio del ’76, anziani che quel Toro lo hanno impresso negli occhi e giovanissimi si recarono a Superga in trepidazione. Il Torino era presente al completo. C’erano Pianelli, Radice e la squadra, accolta da un lungo applauso, tra le corone e i mazzi di fiori che arricchivano la lapide. Poi il silenzio. I nomi dei caduti, ricordati da don Ferraudo. La commozione sincera di Pianelli, quando, oltre alle vittime del 4 maggio, aggiungeva il nome di Gigi Meroni.
Ma, intanto, la gente continuava ad arrivare, a piedi o con la macchina abbandonata sul ciglio della strada, a chilometri di distanza. La gente appiccicata una all’altra. I bambini con le bandiere, gli uomini con il fazzoletto al collo, le donne con una rosa da appoggiare alla lapide. Forse ventimila persone, forse trentamila: a Superga c’era uno stadio.“Mi ha impressionato tutta quella folla – dice poche ore dopo Claudio Sala – così imponente, così fiduciosa, così legata a noi. Mi chiedo cosa succederebbe se non ce la facessimo, mi chiedo come ci resterebbero male migliaia e migliaia di persone, che su questo scudetto non hanno dubbi. A questo punto non possiamo neppure immaginare che cosa vorrebbe dire tradire la loro fiducia.”
Quel 4 maggio assume allora il senso di una sfida più grande. Giovanni Arpino lo spiegò con minuzia: “Ventisette anni fa, una squadra grandissima venne annullata dal destino. Oggi i suoi lontani eredi, battendosi per sé stessi, vengono ugualmente giudicati dal buonsenso popolare come gli ‘eroi’ che si oppongono e si vendicano di quello stesso destino. E che sia stato un altro calcio non interessa il cuore tifoso. Ciò che conta è l’idea, l’immagine, un sogno superiore da realizzare. Superga, come Caporetto, non fu e non sarà mai un nome vuoto, ma una zona dolorosa dell’animo. Qui la sua forza, qui lo stimolo del riscatto. Non contro gli altri, ma al di là di se stessi.”
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