Il libro di Turco e Savasta a Palazzo di Città: dalle cause della tragedia agli aiuti Fiat fino al valore del Toro oggi. Presente anche l’assessore Carretta che ha accennato al tema stadio
"Fate un esperimento. Chiedete a persone anziane cosa facessero il 4 maggio del 1949. State tranquilli che se lo ricorderanno". C’è qualcosa di anomalo nella storia del Grande Torino: come può una tragedia, la morte di un’intera squadra e di chi viaggiava con loro, assumere ancora oggi i connotati del mito ed essere motivo di orgoglio per una tifoseria e una città intera? Come può un grande dolore lasciare un risvolto così positivo per un’intera comunità?"Io trovo meraviglioso questo racconto quasi familiare, che ha creato uno spirito identitario fortissimo nella tifoseria granata", afferma Fabrizio Turco, giornalista di Repubblica, coautore con l’avvocato civilista Vincenzo Savasta del libro edito da Bradipolibri The Day After. Il Grande Torino dopo il Grande Torino, incentrato su una ricerca inedita. "Esistono più di cento libri stupendi sul Grande Torino, ma tutti si fermano al 4 maggio. Noi invece siamo partiti dal 4 maggio in avanti", spiega Turco, tirando le somme di un lavoro durato otto anni, "frutto di tante ricerche che alla fine hanno pagato".
Il libro si pone innanzitutto un quesito ambizioso: capire quali fossero le cause della sciagura che in pochi secondi spazzò via la squadra più forte del mondo. "La prima domanda che ci siamo posti – racconta Savasta – è stata se il Toro avesse chiesto un risarcimento danni per l’incidente. La risposta era sì. La responsabilità della compagnia aerea è stata per anni uno dei capisaldi del diritto civile e della responsabilità civile".
La risposta della magistratura sul diritto del Torino al risarcimento fu però negativa. Una sentenza fondata sul fatto che tra società e giocatori non vi fosse un rapporto di proprietà, pur essendo considerati beni dell’impresa. "Ciononostante i giudici, anche di Cassazione, diedero torto a questa teoria: non sono oggetti ma persone".
La vicenda fu poi ribaltata con la sentenza relativa alla morte di Gigi Meroni. Dagli anni Sessanta, con il boom economico e lo sviluppo industriale, anche le ragioni d’impresa iniziarono a essere prese in considerazione. "Ma all’epoca non vi fu alcun tipo di ristoro e ciò ha inciso sui problemi economici del Torino negli anni successivi. E qui si inserisce il discorso degli aiuti economici e di un certo tipo di rapporto tra le due società cittadine".
"Siamo andati al Centro storico di Stellantis – racconta Fabrizio Turco – ci hanno aperto cassetti chiusi dagli anni ’50-’60 e abbiamo scoperto che la Fiat ha dato una grossa mano al Torino per rimanere in vita negli anni Cinquanta. Ci sono bonifici e la richiesta di Vittorio Valletta che, nell’agosto del 1952, scrive al presidente della Cassa di Risparmio di Torino, che non voleva concedere un mutuo al Torino, proponendosi come Fiat di pagarne gli interessi in maniera un po’ nascosta. E il Torino lo ottenne. La cosa si ripete negli anni successivi con un altro mutuo, fino a quando Pianelli lo estingue".
Ma perché Valletta e la Fiat avrebbero dovuto aiutare i granata? "Due ipotesi: il rimorso, perché l’Ecce-212 era della Fiat e aveva già avuto sette incidenti nel corso della sua breve vita. Oppure un tentativo di fusione, perché si sa che negli anni Sessanta la Fiat era interessata a creare una grande polisportiva per contrastare le milanesi. I tentativi di fusione si sono ripetuti a lungo, finché Pianelli disse di non essere interessato".
Alla realizzazione del libro ha collaborato anche l’ingegnere Lorenzo Lucà, che ha dedicato la tesi di laurea triennale all’analisi delle cause dell’incidente di Superga. Il suo lavoro parte da un presupposto chiaro: non esiste una singola causa certa, ma una serie di concause. Tra queste il maltempo, i limiti delle strumentazioni disponibili nel 1949 e procedure di volo molto diverse da quelle odierne.
Secondo Lucà, quel giorno le condizioni meteorologiche su Torino erano difficili ma ancora compatibili con l’atterraggio secondo le norme del tempo. Decisivo fu invece il peggioramento improvviso nei pressi della collina di Superga. I piloti, nel tentativo di mantenere riferimenti visivi, scesero al di sotto dello strato di nubi, ritrovandosi poi immersi nella nebbia. A incidere sarebbero stati anche il vento di libeccio, che spinse il velivolo verso la basilica, e possibili interferenze temporalesche sul segnale del radiofaro di Pino Torinese. Uno scenario complesso in cui errori umani, limiti tecnologici e condizioni atmosferiche si sarebbero intrecciati in pochi drammatici minuti.
Ma The Day After, come sostiene Turco, "non è un libro di storia, ma di tante storie che si intersecano. Di persone che non dovevano salire sull’aereo e altre che non sono salite e si sono salvate. Sliding doors". Come quella della hostess Niny De Santis, che non partì con il volo di Superga dopo aver ceduto il posto a Ottavio Cortina, massaggiatore del Torino, che altrimenti avrebbe dovuto raggiungere Lisbona in treno. La sua vicenda aveva già dell’incredibile: un anno prima era sopravvissuta a un incidente aereo sulla tratta Milano-Bruxelles, venendo estratta viva dalla carlinga. Un anno dopo Superga, invece, era a Roma per lavoro: la sveglia non suonò. Anche quel volo cadde e morirono tutti. Dopo il terzo volo "incriminato", decise di cambiare vita: fece la modella, poi la dirigente Rai e per trent’anni la professoressa.
Poi c’è la storia di Regina, la chiromante torinese. Una simpatizzante di Rigamonti, incuriosita dalla propria relazione con il calciatore, le mostrò una foto di Rigamonti insieme a Bacigalupo. Regina, entrata in trance, scrisse che nei primi giorni di maggio i due avrebbero subito una sciagura. La ragazza, spaventata, nascose il foglio in un cassetto. La vicenda sarebbe poi stata pubblicata dal giornale dell’Istituto Luce.
In chiusura, Turco ha riportato il discorso sul significato attuale del Torino: "Il Toro oggi non può essere equiparato ad altre grandi squadre per vittorie e trofei, ma il Torino ha una storia unica e proprio per questo va tutelato e innalzato. Quando si vuole accantonare la storia si ammazza il Toro un’altra volta", richiamando anche alle tensioni tra tifoseria e società degli ultimi mesi.
Alla conferenza è poi intervenuto anche l’assessore allo Sport della Città di Torino Domenico Carretta: "La città considera il Toro un patrimonio non solo immobiliare ma di emozioni, ricordi e sensazioni che vengono vissute giorno dopo giorno. Non ci sono fenomeni sportivi che abbiano attirato così tanto interesse da parte di scrittori, studiosi e tifosi. Ci dà la misura di ciò che significa il Toro: è patrimonio di tutti. Non bisogna essere tifosi del Toro per riconoscersi". Carretta ha affrontato anche il tema stadio: "Abbiamo avuto dei risvolti amministrativi, figli anche di uno sforzo che questa amministrazione ha messo in campo, che è stato quello di lavorare per togliere le ipoteche che gravavano sullo stadio. Le ipoteche non vanno a compromettere tutto, possiamo dire che però restringono quello che da un punto di vista amministrativo è l’arco dentro cui muoversi".
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