Le parole dell'ex attaccante del Torino riguardo al suo percorso in granata
Scudetto 50 / Il ritorno di Pulici nel giorno di Pasqua - Culto (Video)
Gigi Lentini e il Torino: un legame che non si è mai davvero spezzato, nemmeno quando la carriera lo ha portato lontano. Intervistato dal Corriere Torino, l’ex attaccante granata ha ripercorso la sua storia calcistica e personale, raccontando cosa abbia significato davvero indossare la maglia del Toro. Per Lentini, il Torino non è mai stato una squadra come le altre, ma un’identità profonda, costruita fin dall’infanzia e diventata parte della sua crescita: "Quella maglia è tutto. La squadra per cui tifavo da bambino, la società dove sono cresciuto e dove sono diventato giocatore. E anche uomo".
Nel racconto emerge anche il fascino intramontabile dello scudetto del 1976, impresa rimasta viva nello spirito del club. Lentini aveva solo sette anni quando il Toro vinse quel titolo: "Sentivo i nomi di Claudio Sala, Pulici e Graziani, ma ancora non capivo la grandezza di quell'impresa. Quando sono entrato nelle giovanili granata quei nomi riecheggiavano ancora nello spogliatoio. Avevano vinto lo scudetto, erano degli eroi". Uno dei passaggi più delicati della sua carriera resta il trasferimento al Milan, una ferita sportiva e sentimentale per il popolo granata, che reagì con rabbia e delusione. Lentini, però, chiarisce come quella decisione fu figlia di dinamiche economiche e societarie già definite: "Io non volevo. Andai da Borsano a trattare sull’ingaggio, ma ballavano troppi soldi, mi avevano già venduto. Non c’era nulla da fare. Quello che è successo dopo è una ferita, ma è anche la dimostrazione che qualcosa di buono, l’avevo fatto".
Il ritorno in granata, poi, non invece fu solo un’operazione di mercato, ma una scelta personale, che sapeva di gesto di riconciliazione. Lentini lo descrive come un modo per chiudere un cerchio e restituire qualcosa al Toro e alla sua gente: "Con il mio ritorno ho saldato un debito. L’Atalanta mi voleva tutti i costi, ho preferito scendere in B in granata. Una scelta di vita, abito a Carmagnola. E poi ho continuato a giocare nei campetti, perché quando smetti a 35 anni hai ancora voglia di calcio vero. E alla fine ho dato un taglio netto, perché certe cose non mi piacciono. Ho scelto la libertà di fare quello che voglio".
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