Tra l’orgoglio per un’impresa immortale e l’amarezza di mezzo secolo senza più guardare tutti dall’alto verso il basso

Non voglio fare il guastafeste. O forse sì. Decisamente sì. E, se ci pensiamo, è la cosa più Toro che si possa fare. Inutile girarci intorno: la ricorrenza dei 50 anni dall’ultimo scudetto non può che alimentare una sorta di bipolarismo interno impossibile da nascondere. Festeggiare quei ragazzi che restano ragazzi ancora oggi, idealizzati per l’aura che li circonda e per la simpatia naturale che li contraddistingue, è la cosa più giusta da fare. Nessuna obiezione, vostro onore. Ma è proprio quel “50 anni dopo” che lascia inevitabilmente un po’ di amaro in bocca.

Torino campione d'Italia 1975-1976

Sono giorni che Claudio Sala ripete un concetto semplice e disarmante: “Non sappiamo se essere contenti per aver vinto quello scudetto oppure scontenti per aver vinto in 50 anni un solo scudetto”. Ed è probabilmente la fotografia più sincera possibile dello stato d’animo granata. Ma sappiamo tutti che non è tanto lo scudetto in sé. Non può esserlo, nel 2026. La speranza è l’ultima a morire, certo, e chi segue il calcio sa bene quanto il fattore imprevedibilità possa incidere. Ma qui il punto è un altro. Lo stesso Sala, proprio quel giorno di 50 anni fa, appena vinto lo scudetto, diceva che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita quella sensazione. E per chi gli unici calci dati a un pallone sono sempre stati sbilenchi, quel desiderio è inevitabilmente vissuto per delega. Undici semidei, che non giocano sul Monte Olimpo ma all’Olimpico, a cui da qualche anno si tende perfino ad affiancare il Grande Torino, quasi a rendere ancora più evidente il peso della tradizione. Anche se, di nuovi idoli, da quelle parti se ne vedono pochi.

Solo che questa giornata racconta anche un’altra verità: sono passati 50 anni senza più guardare tutti dall’alto verso il basso. Ed è qui che inizia il cortocircuito. Perché quella sensazione la si può immaginare. La si può scrivere. È persino un bellissimo esercizio narrativo. Immaginate di essere al triplice fischio accanto a un figlio o a un nipote a cui, con ostinazione, avete indicato la strada “giusta”, nonostante amici pronti a deviarlo. Potervi girare e dirgli: “Te l’avevo detto io”. Immaginate di salire in macchina, cercare “Grazie Toro” dal telefono, collegarlo al bluetooth e piangere come bambini. I clacson che riempiono Torino, ma senza rabbia. Solo felicità. Le bandiere fuori dai finestrini. Piazza San Carlo piena. Gli abbracci con sconosciuti che per una notte sembrano fratelli. Le storie Instagram insopportabili per chiunque non abbia voglia di festeggiare. E poi Superga, perché non potrebbe essere altrimenti. Se fate fatica a immaginarvelo, è normale. Anzi, è proprio questo il punto. È un bellissimo storyboard. Forse irrealizzabile.

Magari succederà che qualche nipote granata, un giorno, scriverà davvero qualcosa come “Non sapete cosa vi siete persi”, come accadde a Napoli al primo scudetto di Maradona. Magari no. Magari si resterà vergini a vita, senza sapere se davvero la prima volta non si scorda mai. Ma, ancora una volta, non è tanto questo. Non è solo lo scudetto. Non sono le coppe. Non è nemmeno un piazzamento europeo. Altrimenti si sarebbe da un’altra parte, a inseguire vittorie effimere, come tante altre cose del quotidiano. E allora non sarebbe Toro. Perché essere Toro significa anche essere testardi. Avere una risposta pronta a quel “ma chi te lo fa fare?”. Lo scudetto che ci si accontenta di vincere, in fondo, è sentirsi davvero Toro. Ma questo non può diventare un alibi. Perché la tradizione, se vuole restare viva, deve anche saper guardare avanti. L’orgoglio di appartenere a questa storia dovrebbe spingere chi oggi ne custodisce l’eredità ad avvicinarsi almeno a certi insegnamenti. Da Orfeo Pianelli a Beppe Bonetto, fino a chi ha indossato quelle maglie e reso immortali quei numeri. Un Toro che abbia l’ambizione di meritarsi uno scudetto ogni giorno, prima ancora di vincerlo davvero. E poi, chiss

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