Petrachi chiama l'ex tecnico granata in dirigenza con il ruolo di consigliere e supervisore tecnico

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Torino-Juventus 2-2, Cairo: "Bella reazione, ora pensiamo a fare risultati per i tifosi" (Video)

Negli ultimi anni, il Torino ha vissuto parecchie mini-rivoluzioni, cambiando allenatori, dirigenti e riferimenti tecnici. Eppure, ogni volta che si torna a parlare di identità granata, il filo porta sempre lì, al quinquennio di Gian Piero Ventura. Non perché abbia riempito bacheche o aperto cicli vincenti, ma perché quello è stato l’ultimo Toro capace di avere un’identità forte, chiara, immediatamente leggibile. Cinque anni attraversati da momenti molto diversi tra loro, da cadute improvvise e ripartenze continue, ma sempre con una linea precisa sullo sfondo. Dalla promozione in Serie A nel 2012 fino all’unico derby vinto dell’era Cairo, passando per la notte del San Mamés contro l’Athletic Club, Ventura ha costruito un Torino che cambiava interpreti senza perdere sé stesso.

Torino FC v AC Cesena - Serie A

C’erano il sacrificio e i gol di Rolando Bianchi nel ritorno dalla B, poi il futuro affidato a Ogbonna, tradendo le aspettative scegliendo la Juventus. C’era la coppia Cerci-Immobile, esplosa in una sola stagione e smontata troppo in fretta. E ancora Darmian, capace di dare ordine e di farsi metronomo su entrambe le fasce, le cavalcate infinite di Bruno Peres, il trio Maksimovic-Glik-Moretti dietro: duro, sporco, granitico. C'erano Gazzi e Vives in mediana, ci sono stati prima Gillet e poi Padelli in porta, e il duo formato da Maxi Lopez e Quagliarella in attacco.

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Una squadra magari poco spettacolare nel possesso, ruvida, ma tremendamente coerente con sé stessa: Ventura cambiava sistema, passava dal 4-2-4 al 5-3-2, adattava uomini e soluzioni, però il Torino restava riconoscibile. Aveva principi chiari e gerarchie solide. E, soprattutto, quel Torino aveva avuto una cosa che oggi nel calcio italiano esiste sempre meno: il tempo di sbagliare e costruire.

Ventura, Petrachi e la ricerca di un Toro riconoscibile

È da qui che nasce l'urgenza del ritorno. Non dalla nostalgia, almeno non soltanto. Perché il nome di Ventura è tornato a circolare dentro il Filadelfia nelle ultime settimane con una logica molto precisa: restituire al Torino la sua identità. Le visite dell’ex allenatore granata al centro sportivo non sono passate inosservate. Prima gli incontri riservati, poi la presenza costante sugli spalti degli allenamenti, infine il derby vissuto accanto a Cairo e a Petrachi, seduti uno vicino all’altro in tribuna, dopo essersi ritrovati pochi giorni prima a Milano. Segnali concreti di un rapporto che si è riacceso e che ora può trasformarsi in qualcosa di strutturato.

Il grande sponsor dell’operazione è proprio Petrachi. Il direttore sportivo sa meglio di chiunque altro che il miglior Torino dell’era Cairo non nacque da un colpo improvviso, ma da un lavoro lungo, riconoscibile e condiviso. Ed è esattamente ciò che oggi manca al club. Nell'ultimo periodo, ogni stagione è sembrata una nuova partenza. Ogni errore ha prodotto una rivoluzione immediata, fallace, fragile. Il risultato è stato quello di una squadra incapace di costruire un’identità duratura, per questo Ventura potrebbe tornare con un ruolo nuovo, da supervisore tecnico, uomo di raccordo, consigliere esperto. Una figura capace di stare accanto al prossimo allenatore, proteggerlo, accompagnarlo e aiutare il club a mantenere una direzione precisa anche nei momenti difficili. Una sorta di chioccia calcistica, ma soprattutto un uomo che conosce perfettamente l’ambiente granata e ciò che il Torino dovrebbe essere. Perché oggi il problema del Toro non sembra tanto capire dove vuole arrivare. Il problema è capire cosa e chi vuole diventare. E Ventura, da questo punto di vista, rappresenta ancora l’ultimo riferimento davvero riconoscibile della gestione Cairo.

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