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Torino, gli aneddoti di Petrachi: “Quelle bombe carta, i ‘peones’, lo scouting e…”

Le parole / Il direttore sportivo granata in un'intervista a Torino Channel ha parlato degli aneddoti personali, dal suo arrivo al Torino alle aspirazioni per il futuro

Redazione Toro News

Un'intervista interessante, a cuore aperto, quella messa in onda in queste ore su Torino Channel a Gianluca Petrachi, utile a far comprendere caratteristiche e comportamenti di un direttore che ama lavorare nell'ombra e sorprendere di giorno in giorno, senza nascondere le ambizioni, come sta dimostrando questa sessione di calciomercato. Il diesse granata si è concentrato su vari temi. Ecco alcuni estratti.

Il diesse granata ha parlato del modo in cui si è avvicinato alla professione: "Il mestiere del direttore sportivo me lo sono sempre sentito dentro. Ho sempre avuto la sensazione di capire in fretta se un giocatore vale oppure no. E anche se non sono mai stato un capitano, ero sempre quello che andava a interfacciarsi con la società. Sinonimo di grande personalità: non ho mai avuto problemi a parlare con un direttore sportivo o un presidente. Ho sempre avuto il polso della situazione della squadra. A un certo punto, quando sono tornato a giocare al Perugia, il diesse di allora, Walter Sabatini, insieme ad Alessandro Gaucci, mi chiesero di assisterli durante dei provini di alcuni ragazzi. Ho sempre avuto il fiuto nel capire le potenzialità di un giocatore, anche da un semplice stop o una postura".

"L'avvio di carriera, però, lo vede partire come team manager: "Sono partito dall'Ancona, dove c'era Ermanno Pieroni, che faceva un po' tutto lui. Dopo un mese, però, da team manager diventai Responsabile dell'Area tecnica della Prima Squadra. Una squadra già retrocessa nel girone di andata. Ma quei cinque-sei mesi mi sono serviti tantissimo: perchè ho lavorato con una persona molto attenta, molto scaltra. Poi Pieroni ha avuto il suo percorso e io il mio, ma è stata un'esperienza utile. Poi ho conseguito il patentino a Coverciano e sono diventato Direttore Sportivo a Pisa. E' difficile, quando smetti di giocare a calcio, reinventarsi una vita. Molti fanno gli allenatori o i procuratori. In pochi fanno il direttore sportivo perchè è il lavoro più impegnativo. Perchè ti impegna a 360° nella gestione di una società e dei giocatori. Oggi i giocatori non sono come una volta: sono viziati, e a volte ti tocca andarli a prendere a muso duro. E poi bisogna parlare di soldi: dall'essere quello che andava chiedere soldi alla società sono diventato la società stessa. Dipendesse da me, ai giocatori darei tutti i soldi che vogliono, ma ovviamente ci sono delle programmazioni e delle filosofie societarie da seguire".

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