Torna "Culto", la rubrica su Toro News di Franceso Bugnone: "Oh, Baffo, ti ho visto alla Domenica Sportiva"

Il gol più bello di Bruno Peres con il Torino

Il gol più bello di Bruno Peres (VIDEO)

“Oh, Baffo, ti ho visto alla Domenica Sportiva”

“Baffo” è Michele Bisceglia e chiunque di voi l’ha visto almeno una volta nella vita perché è quel signore in abito elegante e dai folti baffi che, pazzo di gioia, è tra i primi ad abbracciare Pulici dopo il gol al Cesena il giorno dello scudetto 1976. Chi ha letto il libro di Eraldo Pecci “Il Toro non può perdere” sa che c’è un capitolo dedicato a lui intitolato “Michele Bisceglia sempre con noi”. Michele proviene da Lavello, provincia di Potenza, si innamora del Toro ascoltando le gesta del Grande Torino per radio, va a vivere a Cormano, vicino a Milano, dove fa il parrucchiere e quando può, dagli anni ’60 in poi, si fionda a Torino dove riprende gli allenamenti in superotto, diventa amico di alcuni giocatori e si piazza dietro la porta dove attaccano i granata durante le partite. Qualche metro dietro di lui, in curva, c’è qualcuno a cui ha trasmesso la sua fede: suo figlio Alioscia. Il Toro ha una marea di tifosi fra gli artisti: da Willie Peyote a Boosta, da Oskar ai Bull Brigade, da Giuseppe Culicchia a un insospettabilmente fumantino Alessandro Baricco. Quello con cui sento maggiori affinità però è proprio Alioscia Bisceglia, leader e anima dei Casino Royale, uno dei gruppi più coraggiosi della scena alternativa italiana. Lo sento davvero come “uno di noi”.

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Per gli amanti delle analogie c’è molto Toro nella storia e nell’epica dei Casino Royale: sfornare un trittico di album avanti di anni rispetto al resto mancando di un centimetro il grandissimo successo commerciale come la traversa di Sordo ad Amsterdam, ma assurgendo comunque a gruppo di culto proprio come la squadra del “Mondo”. I CR perdono componenti importanti lungo la strada, ma sanno comunque risorgere più forti quando in pochi ci credevano (“Reale”) proprio come il Toro di Mondonico che alza la coppa Italia dopo alcune cessioni eccellenti. I Casino una sorta di famiglia allargata che va anche al di là dello stretto ambito musicale, proprio come amiamo pensare che sia la nostra tifoseria. Anche seguire una propria logica come uscire solo quando si ha qualcosa da dire come con l’ultimo “Fumo”, mentre il mondo musicale sembra andare da un’altra parte ci ricorda come i valori che vogliamo associare al Toro siano sempre più incompatibili con molte direzioni della macchina del calcio.

Alioscia da piccolo entra in campo mano nella mano con Agroppi (pensando anche di aver portato sfiga visto che era prima di un Toro-Samp 0-1, ma non è così), quando arriva lo scudetto del 1976 si ritrova in braccio a Mozzini. In quel momento suo papà gli dice che non è per tutti vedere vincere uno scudetto a otto anni. “Ali” assorbe tutto il granatismo possibile e lo porta con sé con naturalezza anche quando fa meno comodo, in anni più bui col Toro troppo spesso al piano di sotto. Nel 1999 è ospite a “Kitchen” di Andrea Pezzi su Mtv indossa la seconda maglia, quella nera griffata Kelme, mentre cucina spaghetti alle cime di rapa con vongola verace e acciuga, “la variazione di un classico, come My way di Frank Sinatra rifatta da Sid Vicious”. Qualche anno dopo gli viene presentato Marco Materazzi all’Estoril. Potrebbe fare buon viso a cattivo gioco soprattutto in un mondo dove si finge di sorridere e di essere tutti amici, ma lui lo accoglie con uno spigoloso “sto stringendo la mano a Materazzi, io, uno del Toro” (si rivedranno in aeroporto, non si saluteranno). Per lo stesso motivo è contento di non avere mai dovuto incontrare Balzaretti, non avrebbe potuto evitare di dire quando facesse ancora male la sua fuga anche perché ha indossato una sua maglietta, regalatagli dall’amico Marcello Bonetto, durante un concerto all’Hiroshima. Alioscia era sugli spalti in una delle poche vere imprese degli ultimi anni, la vittoria nella Milano rossonera con gol di Adopo su assist di Bayeye e non si è trattenuto molto dopo le provocazioni di qualche tifoso rossonero. Quando ha incontrato, per motivi di lavoro, un altro dirigente RedBull penso che possiate indovinare quale sia stata la prima domanda che gli ha fatto. La partita che gli è rimasta dentro in negativo è una delle più belle e più sfortunate della nostra storia europea: l’eliminazione con lo Stoccarda a tempo ultra-scaduto, non a caso la gara che sancisce di fatto la fine degli anni settanta granata e del Toro di Radice.

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Alioscia porta il suo essere “uno di noi” anche on stage. Il 12 novembre 2018, sul palco delle Ogr per l’evento benefico Amici di Piero esordisce con “Tanto lo sapete tutti che Torino è granata, vero?” scatenando un boato, che probabilmente ha coinvolto anche tifosi di altre squadre, prima di attaccare con CRX. Sempre alle Ogr dopo un’interpretazione da brividi di “Ora solo io ora” dice “Wow, che pezzo, sembra scritto da uno che tifa il Toro, no?”. Per una di quelle assurde ironie della sorte, la sera della Coppa Italia con la Roma Alioscia suona al Testaccio e quindi sente la partita per radio, in un furgone con Ferdinando Masi, batterista dei CR e anch’egli cuore granata: al fischio finale arriva anche un pianto liberatorio, quello di quando hai finalmente rivinto qualcosa. Qualche tempo fa, andando a prendere sua figlia a scuola, l’anima dei Casino Royale ha intravisto un bambino con la maglia del Toro. Ciò che gli ha detto è nell’episodio di quello splendido podcast che è Prendo la sciarpa e vengo da te di Michele Bitossi: “Guarda, è dura, è difficilissima, però è per pochi, dev’essere una cosa d’orgoglio essere del Toro. E la madre mi guarda, un po’ sorride e un po’ pensa: questo è un altro esaurito come il padre”. Alioscia è uno di noi, ma a fare musica è decisamente più bravo. Ha appena scritto una canzone sul Toro che uscirà a breve su tutte le piattaforme musicali e che più che un inno è un vero coro da curva che parte con dei bassi della Madonna che sembrano usciti da “London Calling”, infila un paio di strofe geniali prima di liberarsi in un “Il Toro non può perdere” che chiude il cerchio con quanto raccontato all’inizio del pezzo. Sarebbe bellissimo se la Maratona lo adottasse in futuro.

Permettetemi di ringraziare Gianluca Sartori che mi ha permesso di avere questo spazio su “Culto” dove ho potuto davvero dire e fare quello che ho voluto. Scusa Gianlu se a volte ho “bucato” qualche consegna facendoti sclerare, anche per questo ti auguro davvero il meglio possibile dopo la tua lunghissima esperienza di direttore di ToroNews.

Un affettuoso benvenuto ad Andrea Calderoni che raccoglie l’eredità di Gianluca: andrà certamente bene. Lui non lo sa ancora, ma sarà lui a raccontare le stupende del cavalcate del Toro targato Dellavalle-Cacciamani. I want to believe.


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