Torna "Granata dall'Europa", la rubrica su Toro News di Michele Cercone
Le celebrazioni per i 50 anni dello scudetto hanno fatto respirare per qualche giorno un'aria di Toro che non si sentiva da troppo tempo. Ricalcare i passi di quei ragazzi normali che hanno fatto un'impresa straordinaria ha riacceso sensazioni e ricordi sepolti nei cassetti della memoria, ma mai del tutto sopiti. Gli eventi, le interviste ed il bel documentario Sky sui protagonisti del titolo del '76 offrono uno spaccato di quello che il Toro puo' rappresentare nella vita di ognuno quando ci si immerge interamente nei suoi valori e ci si fa portatori consapevoli della sua meravigliosa, terribile, eredità. Radice ed i suoi giocatori l'hanno fatto offrendosi alla leggenda del Toro come continuatori, modesti e quasi timidi, della linea spezzatasi con gli Immortali, e nella loro semplice umiltà, l'hanno riannodata. Le loro storie, i racconti e gli aneddoti intrecciano un tessuto fantastico che disegna un mondo del calcio romantico e centrato sulle persone più che sui giocatori, e allo stesso tempo convergono verso la stella polare del Grande Torino che, pur essendo ricordato a bassa voce e quasi con pudore, resta il riferimento e spesso il motore primo di ogni singolo sforzo. Superga rappresenta il punto di partenza e di arrivo di quella stagione favolosa, nata sottotraccia, nel sacrario del Filadelfia dove ancora aleggiava l'ombra dei Campioni, e destinata, nel cuore di quei ragazzi del '76, a quel pellegrinaggio laico che la concluse sui tornanti della basilica.
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Dalle ricostruzioni e dalle testimonianze emerge anche chiaramente come quello scudetto non fu un successo casuale, ma, al contrario, il punto d'arrivo di una pianificazione di una dirigenza illuminata che negli anni precedenti aveva assemblato tutti gli elementi necessari per ottenere quel risultato. La ricetta di Pianelli e dei suoi collaboratori non aveva niente di sorprendente, ma, come il buon pane di casa, partiva da ottimi ingredienti fatti crescere con il lievito della passione e del buon senso. Alla struttura di una squadra già solida vennero aggiunti pochi, mirati innesti consegnati nelle mani di un allenatore ambizioso e capace di guardare al futuro. Il tutto condito con un'attenzione spasmodica al vivaio e ai ragazzi da far crescere al Filadelfia, all'ombra degli stessi Pulici, Graziani e Sala che un giorno sarebbero stati chiamati a sostituire. Il sale di questo buon pane era poi il grande amore che il Presidente Pianelli portava ai suoi ragazzi e al suo Toro, nel quale vedeva riaccendersi quella fiamma che i tifosi alimentavano dagli spalti. Il tuffo in quei meravigliosi ricordi riaccende l'entusiasmo, ma allo stesso tempo fa emergere con estrema crudeltà l'abisso che ormai ci separa dal Toro, quello vero. Più di trenta anni di macerie hanno seppellito buona parte di quella storia e di quai valori, e se la fine degli anni novanta e l'inizio dei duemila hanno ridotto a brandelli quel poco che restava della nostra storia gloriosa, portando al fallimento della società, i venti anni di Cairo hanno spianato le rovine e rimosso le macerie, ma senza prendere coscienza delle fondamenta solide su cui si sarebbe potuto costruire un nuovo inizio granata. Quell'amore e quella passione per il Toro – cosi' ben testimoniati in queste ricorrenze – sono rimasti vivi solo nei tifosi, e anche quell'enorme capitale di voglia ed entusiasmo è stato disperso nel corso di anni insipidi, fatti di sbagli e sbadigli, di vorrei ma non posso, e di potrei ma non voglio. Il solco scavato dall'assenza di vero amore per la nostra storia e la nostra leggenda si è fatto man mano più profondo, fino a trasformarsi nell'abisso che separa ormai i tifosi dal Torino FC, testimoniato dalla tristezza inevitabile di quel vuoto della Maratona, che un tempo era invece bussola e sismografo umano delle imprese di quei vecchi ragazzi nei cui occhi ancora oggi scintilla la fiamma dell'impresa compiuta nel mito e nel ricordo di un Toro che si fa sempre più lontano, sempre più sbiadito.
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