Torna Appuntamento con la Storia, la rubrica su Toro News di Marco Severini
Cacciamani fuori dalla Nazionale? (VIDEO)
Il 4 marzo 1987, in un freddo polare, il Torino affrontò allo stadio Comunale, nell’andata dei quarti di finale della Coppa Uefa lo Swarovski Tirol di Innsbruck: al 9’ del secondo tempo, i granata ebbero una ghiotta occasione di passare in vantaggio, ma Comi prese il palo pieno alla sinistra del portiere austriaco, sfiorato dal pallone che uscì dal campo. Seguii quella gara, 39 anni fa, in curva Maratona, nell’ambito di una serata tanto per cambiare stregata, insieme al mio amico Aldo Clementi, con cui ho condiviso più di una trasferta. Al ritorno perdemmo 1-2 e gli sfottò rivolti ai tifosi austriaci al loro ingresso (“Veniamo giù dai monti, dai monti del Tirolo, gridiamo tutti in coro…”, refrain di una nota pubblicità) si rivelarono tutto fuorché bene auguranti.
Oggi Aldo fa l’allenatore di calcio della sua città, Senigallia, la Spiaggia di Velluto, a metà Adriatico, e pur facendo il ‘pompiere’ da quattro giornate, la sua Vigor Senigallia è prima nel campionato di serie D, girone F, a punteggio pieno: quattro vittorie in altrettante partite! Non seguo più da anni le vicende della Vigor, che registra migliaia di presenze allo stadio ‘Bianchelli’, anche se un attimo per vedere online il risultato finale lo trovo sempre, essendo stato un supporter accanito da ragazzo. Ricordo che ero solito andare allo stadio, in tempi in cui le pay-tv neanche esistevano, per vedere la Vigor con la radiolina attaccata all’orecchio per seguire il Toro.
Ho incontrato un anno fa il mio amico, ovviamente tifosissimo granata, in libreria e anche allora cercava di smorzare gli entusiasmi per il buon piazzamento di classifica: come a dire, grazie per i complimenti, ma non montiamoci la testa. Eppure, quando una squadra inanella quattro successi consecutivi, un pensierino al massimo obiettivo è impossibile non farlo. Soprattutto se, al netto di tutto, si ha il coraggio di osare.
Coraggio che finora abbiamo visto al lumicino tra i granata in questo esordio del campionato 2026-27, con il rigore non dato a Bologna che non può assolutamente costituire un alibi: i rigori negati fanno parte della nostra storia, purtroppo.
Il coraggio di osare ha peraltro connotato più di una pagina della storia del Torino Calcio. La ripartenza nel dopo-Superga fu una di queste.
L’11 settembre 1949, in occasione della prima stagione dopo Superga, i granata esordirono fuori casa a Venezia e vinsero 1-0: segnò l’argentino Benjamin Santos all’86’, dopo che nel primo tempo il veneziano Degano aveva sbagliato un calcio di rigore; il pubblico lagunare accolse «con sincero affetto» la squadra ospite; pur di misura si trattò di un successo «pienamente meritato», scrisse due giorni dopo Vittorio Pozzo che, in precedenza, aveva sottolineato, dalle colonne de La Stampa, le specificità del campionato italiano di calcio: i continui spostamenti, anche di «centinaia di chilometri», impedivano di «sorvegliare il contegno degli avversari»; coefficienti importanti come l’entusiasmo e la demoralizzazione moltiplicavano le forze o tagliavano «le gambe»; l’essenziale dipendenza dagli uomini che si avevano «a disposizione» e dal modo con cui li si conduceva; l’importanza dell’«uniformità del rendimento».
Nelle successive quattro giornate, i granata fecero registrare tre roboanti vittorie (5-1 in casa al Novara, 18 settembre 1949, con doppietta di Santos; 3-1 alla Lucchese in casa il 2 ottobre seguente e stessa identica tripletta rifilata al Como al Sinigaglia, il 9 ottobre), con solo la netta sconfitta, alla seconda giornata a Genova contro la Samp.
Il presidente granata Novo, insieme al direttore tecnico Roberto Copernico, ricostruì la squadra attorno a Riccardo Carapellese (1922-95) che, pugliese cresciuto nelle Giovanili granata e ala talentuosa e dalla serpentina velocissima, in tre anni (1949-52) fece la sua parte, con 98 presenze e 28 gol, dopo un triennio nelle Giovanili nel decennio precedente (e due in prima squadra, 1940-42, senza presenze e reti, chiuso dai campioni del Grande Torino).
Il Toro disputò un discreto torneo, giungendo sesto: il nuovo allenatore fu il lombardo Giuseppe Bigogno (1909-78) che rimase sulla panchina granata per due stagioni; il capocannoniere, con 27 reti (in 37 presenze), fu il già citato argentino Santos. Questo talentuoso centrocampista aveva iniziato a lavorare come fornaio insieme al padre, ma sognava di diventare calciatore: trovò il coraggio di seguire il suo sogno, cominciando a giocare nelle squadre della sua nazione, affermandosi come mezzala nel Rosario Central; poi il grande salto, il trasferimento al Toro nel ’49 e quella prima sfavillante stagione, a conferma del fatto che i sogni possono avverarsi.
Tuttavia, lo attendeva un destino crudele: a soli 40 anni, quando aveva già concluso la carriera agonistica ed era divenuto allenatore da più di un lustro, perse tragicamente la vita in un incidente stradale mentre tornava da una vacanza con tutta la sua famiglia in Spagna, nel luglio del 1964, come riportato da un articolo de l’Unità del 22 luglio di quell’anno: l’auto, guidata dalla moglie, perse il controllo e si scontrò contro un albero; per il giovane allenatore che aveva avuto il coraggio con i suoi gol di rappresentare una sorta di ‘rinascita’ dopo Superga, facendo sperare i tifosi granata, non ci fu nulla da fare; la moglie e le due figlie si ristabilirono.
Come allenatore Santos esordì con la Pro Patria nel 1958 – squadra con cui aveva giocato nel biennio 1951-53 –, passò al Toro nel triennio 1960-63 per poi approdare, nella stagione 1963-64, al Genoa; tra i giocatori da lui valorizzati, nell’arco della sua intera carriera, ci furono Vieri, Ferrini, Rosato, Fossati e Meroni. Nomi che avrebbero portato al Toro non solo tecnica e agonismo, ma anche una buona dose di coraggio. Senza il quale la vita è più grama e la strada appare scialba e piatta.
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