Loquor / “Chissà cosa deve aver pensato Nicolò Tresoldi quando ha messo dentro la sua terza rete all’Inter”
“Dio fornisce il vento ma l’uomo
Deve alzare le vele”
Sant’Agostino
Leggo su “Linkedin” un post, che è una lettera d’addio, di un giovane laureato che ha deciso di andare a lavorare all’estero perché qui in Italia, a parte qualche pacca sulla spalla e dei consigli di cui gli italiani non resistono ad esserne prodighi, nessuno si è nemmeno degnato di rispondere all’invio dei suoi curriculum. Siamo oltre all’evangelico “nemo propheta acceptus est in patria sua”, siamo all’isolamento delle speranze. Ti ritrovi con le spalle al muro, e non riesci a capire nemmeno bene a capire il perché. Chissà cosa deve aver pensato Nicolò Tresoldi quando ha messo dentro la sua terza rete all’Inter nella partita di “Champions” al “Meazza”, se in quegli istanti gli sono ripassati per la testa, per l’ennesima volta, tutti quei “non sei adatto per noi” ricevuti da quei settori giovanili dove aveva fatto i provini. Perché con il calcio sentiva di saperci proprio fare, tanto da aver deciso per lui di lasciare il tennis, sport in cui era particolarmente promettente.
Da trent’anni a questa parte abbiamo costruito un Paese particolarmente efficace nell’uccidere i sogni e nel vanificare il talento. Non è che non ce ne accorgiamo di farlo, solo abbiamo altre priorità nelle scelte professionali. Sono queste priorità ad aver portato il talento cristallino di Kimi Antonelli in Germania sotto l’ombrello carismatico di Toto Wolff , invece che alla Ferrari. Negli ultimi anni siamo andati in giro per il mondo come mendicanti di oriundi, a cercare qualcuno con un minimo di pedigree, anche farlocco, di italianità remota, da poter schierare nella nazionale di calcio capace di farsi eliminare dal mondiale per tre volte di seguito. Eppure avevamo Michael Kayode e Nicolò Tresoldi a disposizione, però dispersi nell’oblio fuori dai nostri confini, ignorati persino da quella stampa di settore che ogni tanto dovrebbe ricordare cosa sia il giornalismo. Il mondo è complicato, dicono, ma in Italia si è rottamato intorno ad un reticolo di “amichettismi” vari e complicità tali da averne segnato un declino dalle fattezze irreversibili. A papà Emanuele, ex calciatore professionista, consigliano (l’ho detto: sui consigli non richiesti siamo i numeri uno) di portare il suo figliolo in qualche settore giovanile di Serie C.
Dalle nostre parti, quando decidono di non farti entrare nel circoletto ristretto e vedono che hai talento, provano subito a declassarti per far capire al mondo che qualche calcio a pallone potevi pure tirarlo, ma non nei campi di categoria superiore. E’ un modo losco per svalutare la tua biografia e per deprimerti, per poi dire che c’hai provato ma non avevi i mezzi sufficienti. Quindi avevano ragione loro ad averti rifiutato. Una volta Claudio Lotito, che di saggezza da strada ne sa una più del diavolo, disse che “non serve tu abbia ragione, serve qualcuno disposto a dartela”. Papà Emanuele, che di calcio ha vissuto per vent’anni, fiuta l’inganno e a quel punto diventa categorico: “Se devo portarlo in Serie C, piuttosto lo tengo al Fontanelle, qui nel suo ambiente, con i suoi amici”. Ci sono ancora genitori attenti e pronti ad aiutarti a crescere, in questa società dove due ragazzi minorenni della Roma piccola borghese, muniti di minicar, hanno spedito una persona in coma perché si stavano annoiando. “Non mi era accorta di niente”, ha detto la madre di uno di questi due fenomeni, mentre il figlio buttava via la sua vita in un gioco senza senso. Questa madre inconsapevolmente ha messo il dito nella piaga: non ci stiamo accorgendo più di niente, mentre tutto scorre in un clima di corruzione surreale.
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“Quasi nessuno si perde in un solo giorno, ma attraverso rinunce e silenzi progressivi”, scrive Fernando Pessoa, un pensiero fatto per parlare al calcio italiano degli ultimi decenni. Tutto appare incomprensibile finché non ci fermiamo sul serio ad ascoltare e fino al momento in cui decidiamo di ascoltare l’etica al fine di agire per il meglio. Niente è complicato ed oscuro se ti determini a camminarci dentro. Lo abbiamo dimenticato. Se fosse rimasto in Italia, forse la strada nel calcio per Nicolò si sarebbe conclusa nelle partitelle con gli amici nella sua Gubbio, ma il bello della vita risiede nelle sue sorprese, che non sempre sono sgradevoli. Mamma Barbara riceve una buona proposta di lavoro in Germania, e a quel punto si parte tutti in direzione Hannover. La prima cosa facile da capire quando si varca la nostra frontiera per andare in qualunque posto si voglia andare, è che ci si rende conto davvero quanto il mondo sia un rosario di possibilità. Magari il nord Europa è duro, selettivo, poco empatico, non molto incline al sorriso e all’adorato fancazzismo italico, però non hai per forza bisogno di un circolo relazionale per mostrare il tuo talento.
Mamma Barbara concede a Nicolò una “sliding doors” straordinaria, ora forse può diventare un calciatore. L’Hannover 96 lo provina e lo prende immediatamente, fino a farlo esordire a soli diciotto anni in Bundesliga. Il ragazzo ha fiuto del gol simile a quello di Paolo Rossi e Pippo Inzaghi, negli schemi della sua squadra e nell’imponderabile del calcio lui si fa sempre trovare pronto all’appuntamento con la segnatura. Gol a volte non banali, ma particolarmente spettacolari. I tedeschi, che sono stati particolarmente abili, attraverso la riforma radicale del calcio voluta dalla politica, a tenere il più lontano possibile la metastasi dei procuratori dal gioco più bello e seguito al mondo, capiscono di trovarsi davanti ad un vero crack, quindi corrono a fare la cosa più logica del mondo: concedono a Nicolò la cittadinanza tedesca, in modo da cominciare a poterlo convocare nelle loro nazionali minori. Il giocatore ripaga tutta questa fiducia segnando 16 reti in 26 presenze nell’under 21, praticamente una media di un gol e mezzo a partita. Il “Club Brugge”, che della crescita del lancio e della valorizzazione dei giovani ne ha fatto un suo dogma granitico, lo compra per otto milioni di euro e se lo porta in Belgio, dove continua a segnare gol a ripetizione.
A quel punto nella Federazione italiana si ridestano dal sonno, e si accorgono della presenza di un italiano doc molto utile per una nazionale talmente asfittica in zona gol, da non essere a riuscita a creare nemmeno un pericolo contro la modesta Bosnia, nella partita decisiva per la qualificazione ai mondiali Usa. Allora partono all’attacco, dimenticando di averlo ignorato ogni volta, di un attaccante che con Pio Esposito potrebbe davvero andare a comporre una coppia d’attacco tra le più interessanti e prolifiche d’Europa. Sono dissennati a “Via Allegri” e ritengono di avere vita facile nell’intento di arruolare Nicolò, non capiscono di trovarsi davanti ad una persona di valori veri, il cui senso di gratitudine fa assonanza con il concetto dell’onore. “In Germania lo hanno valorizzato e gli hanno dato fiducia sin da subito –racconta Francesca Saldi, amica di famiglia dei Tresoldi e presidente dell’ASD Fontanelle, l’unica squadra che a suo tempo ebbe fiducia nelle qualità di Nicolò-. In Italia non ci ha creduto nessuno. Nicolò si sente italiano al 100% ed è grato per il percorso fatto nell’under 21 tedesca, ma la sensazione tra le righe è che la Germania sia avanti per come lo ha trattato. Se decidesse di giocare per i tedeschi, per noi sarebbe l’ennesima occasione persa”.
Una speranza la si può avere perché Nicolò l’Italia calcistica ce l’ha nel cuore, ed è tifosissimo del Milan, con il quale un giorno spera di giocare: “Il Milan – ha confessato in una intervista – è un sogno che mi spinge a lavorare duramente tutti i giorni, ci penso ogni mattino quando mi sveglio”. Può esistere uno più italiano di così? Credo di no, e si sta rischiando di vederlo giocare con la maglia della Germania. Dall’entourage familiare fanno capire che Nicolò non sceglierà definitivamente fino al 2027, il momento in cui completerà il suo percorso con l’under 21 tedesca. A causa della nostra insipienza e corruttibilità, meriteremmo che Nicolò Tresoldi scegliesse di giocare al centro dell’attacco della Germania. Sarebbe una lezione salutare, un invito a capire come ci stiamo disperdendo. Ripenso al ragazzo neolaureato di “Linkedin” e alla sua dolorosa lettera d’addio all’Italia. Gli auguro buona fortuna con tutto il cuore, e che tutte le belle storie del mondo siano con lui e lo accompagnino. Non può sempre piovere.
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