Loquor / "L'èlite italiana è capace come pochi di diventare un misto di lana caprina e mistero buffo”
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“Siate realisti, chiedete l’impossibile” Che Guevara
Uno si è tesserato come dirigente accompagnatore dell’Enotria 1908, club dilettantistico in orbita Inter, l’altro ha fatto le cose un po’ più alla casalinga, tesserandosi, sempre come dirigente accompagnatore, al team del “calcio a cinque” del circolo di cui è presidente onorario. Elevatisi ad accompagnatori che col cavolo accompagneranno mai, ecco Adriano Galliani e Giovanni Malagò risolvere in modo surrettizio e comico la questione del tesseramento alla Federcalcio, criterio necessario per proporsi come candidati alle prossime elezioni per la presa del potere di “Via Allegri”. L’elite italiana è capace come pochi di diventare un misto tra lana caprina e mistero buffo, di attorcigliarsi in una semantica che sfugge via dall’attenzione nazionale, unicamente perché nella vita quotidiana assume il peso dell’irrilevanza.
Certe cose interessano solo ai feticisti da salotto, quelli che quando vanno a fare il rifornimento alla pompa guardano il prezzo maggiorato con aulico distacco. Tanto tutto passa e scorre, e dalle nostre parti i successi e gli insuccessi si sovrappongono senza nessuna pratica della responsabilità personale. Lo sport può essere una misura su come si sta in società o per fare buoni affari, oppure per veicolare messaggi culturali. Partecipano tutti le parti in causa al teatrino, giornalisti compresi. Quei giornalisti lesti nel verificare il tesseramento di Galliani, ma abulici su quale programma eventualmente andrà a chiedere i voti al mondo del calcio. Il tempo scorre a mo’ di lavacro dei nostri ideali, che pialla con una disillusione trasformatesi in cinismo. “Non possiamo fare niente per cambiare l’onda delle cose”, questo è il manifesto affermatosi nel Paese. Non possiamo combattere la corruzione, non possiamo progettare un futuro condiviso a prescindere dagli interessi soggettivi, non possiamo fare film migliori “perché noi mica siamo l’America”, non possiamo nemmeno costruire un ponte su uno stretto di mare lungo 3 chilometri e 600 metri. Non possiamo, insomma.
Trovandomi in una trasmissione in cui si parlava dei soliti problemi del calcio con la vis giaculatoria da litania, un direttore sportivo mi ha detto che l’idea di portare avanti un progetto di legge sulle polisportive, su cui sto lavorando da anni, “in Italia è impossibile farlo”. Risiamo sempre lì, al non possiamo, a parlare e riparlare continuamente di problemi, quasi compiacendocene, su cui alla fine sosteniamo non si possa far niente. “Andiamo avanti così, poi vediamo. Mica siamo la Germania noi”, e si prosegue con la filosofia dello sbraco, nella vigile attesa che lo Stato metta a disposizione qualche denaro da potersi accaparrare con facilità, facendo poi finta di essere imprenditori e addirittura investitori. L’altro giorno la stampa, con una certa perfida soddisfazione, ha annunciato il superamento dei tesserati del tennis rispetto a quelli del calcio. Tra le righe dei commentatori sin percepiva sollievo, con una narrazione da evento storico esposta conla soddisfazione di chi si sente in cima al mondo grazie alle prodezze di Jannik Sinner. Anche la Cina sta avendo un boom di praticanti dello sport della racchetta, solo che lì hanno costruito delle infrastrutture avveniristiche che danno l’idea della scalata di un Paese a livello globale di uno degli sport più seguiti al mondo. Pechino ha afferrato quanto lo sport rappresenti anche uno stile di vita, una “reunion” per famiglie, una occasione di pratica sportiva, una vetrina che esprime al mondo l’ottimismo delle intenzioni.
Da quelle parti hanno capito quanto una infrastruttura sportiva sia parte integrante del tessuto di una città, noi invece abbiamo l’unico “ATP Tour Masters 1000” con il campo centrale sprovvisto di copertura mobile. Quindi quando piove non si gioca, e si rimane con lo sconforto di un Paese che di avveniristico ha solo le intenzioni mai divenute realtà. Non si hanno notizie di commenti del superamento dei tesserati del tennis sul calcio da parte dei due candidati alla presidenza della Figc, si sa, fare i dirigenti accompagnatori stanca, specie nel “calcio a cinque”. Quando non si ha niente da dire vige il più assordante silenzio, come quello di Urbano Cairo di fronte alle pressioni municipali per risolvere finalmente il rebus sulla gestione e la proprietà dello “Stadio Olimpico Grande Torino”. Non ha soldi da mettere nell’impresa l’editore alessandrino, e non si è nemmeno sbracciato per trovare un partner commerciale per sostenere una qualche proposta al sindaco Lo Russo, che ormai deve aver capito l’antifona. Si raccoglie quello che si semina, una regola aurea che vale anche per calcio: se non sei credibile nella gestione di una impresa, non troverai mai un partner disposto a seguirti mettendo dei soldi.
Cairo è un sostenitore accanito di Malagò, e ha schierato tutta la potenza di fuoco dei suoi giornali per dare al presidente onorario del “Circolo Canottieri Aniene” l’aura del migliore di tutti, di colui mandato dalla provvidenza a scacciare i demoni e la malasorte dal calcio. D’altronde il Malagò riedizione sordiana del Marchese del Grillo ha messo in cima alla lista del suo striminzito programma da futuro presidente della Federcalcio, il tanto agognato “Tax Credit” richiesto a più riprese dal presidente del Toro. Ecco quindi il prestigioso “Corriere della Sera” mettere a disposizione le sue firme migliori per far diventare epica persino i rutti di “Giovannino”, riducendo il primo quotidiano italiano quasi ad una risonanza da pantomima. Leggere il “Corriere” a volte è malinconia e anche occasione di comicità involontaria. Succede che Kylian Mbappè, fuoriclasse del Real Madrid e della grandeur pallonara dei galletti di Francia, in una intervista riveli che il suo meme più divertente sia “quello in cui diventa un dittatore cinese”. L’attaccante “merengues” si riferisce chiaramente a Mao Zedong, che per la Cina ha la stessa importanza sacra della famiglia Kim in Corea del Nord(il comunismo orientale, grazie all’importanza della scala gerarchica data dal confucianesimo, è riuscito a sacralizzare l’impensabile).
Scrivendo della vicenda sul “Corrierone”, si vede che Aldo Cazzullo ha voglia di tirare le orecchie al giocatore, forse preso dalla sindrome di Bruno Vespa quando si trova davanti ad una studentessa universitaria volenterosa di spiegare i motivi di una contestazione. Ecco quindi Mao diventare, sotto il digitare di tasti del corsivista piemontese, “un gigante della storia, uno dei protagonisti del XX secolo”. Certo ha anche sulla “coscienza milioni e milioni di morti… tuttavia i cinesi lo considerano il padre della patria e in effetti è con lui che, per usare una sua espressione, la Cina si è alzata in piedi”. A questo punto viene da chiedersi: e quindi? Non potendo liquidare la notizia a margine di unanotizia di uno dei più forti calciatori del mondo colpevole di aver fatto infuriare la Cina con le sue dichiarazioni, Cazzullo verga un giudizio da lasciare ai posteri(si fa per dire): “non soltanto a scuola Mbappè non ha studiato Mao( e questo da cosa lo ha dedotto il valoroso editorialista, dal fatto che lo abbia definito dittatore?); nessuno tra i suoi genitori, i suoi nonni, i suoi parenti gli ha raccontato che in Cina ci fu una sanguinosa guerra contro i giapponesi, cui seguirono una guerra civile e quasi trent’anni di dittature maoista, che contagiò la gioventù dell’Occidente”.
Dalle parole di Cazzullo è difficile capire da cosa abbia evinto che nessun parente prossimo ha spiegato al giocatore chi è Mao, e soprattutto non si capisce perché sarebbe stato un clamoroso errore definirlo un dittatore. Ma i giornali oggi sono fatti così, più che spiegare portano avanti teorie appiccicate malamente a delle notizie. Giocano sulla nostra disattenzione, e quindi postulano metonimie e sineddoche dal sapore romantico, aiutandosi dalla grande capacità dello sport di “performare” sulle nostri fragili psiche. Non si riesce più a fare sostanza pragmatica nello nostro sport più seguito, a volte mi piacerebbe proporre a chi di dovere qualcosa simile al minibasket, che tanto successo sta avendo, al calcio. Giusto per disancorare dagli interessi opachi dei club un po’ di pratica giovanile del calcio. Poi, evidentemente influenzato dallo spirito del tempo, mi lascio andare ad una conclusione: “lascia perdere, tanto non si può fare”. Che parta la corsa tra Malagò e Galliani, sarà un successo.
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