Nuovo appuntamento con "RisorgimenToro", la rubrica su Toro News di Massimiliano Romiti
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Questo 4 maggio al Colle sono successe tante belle cose e non nominerò quindi quella brutta che ha fatto magari più parlare di sé. Parlo invece, per me, dei saluti agli amici di sempre intorno alla Basilica, degli Invincibili che mi hanno aspettato come ogni anno alla lapide, della Messa tra le file del coro. E soprattutto, sull'ingresso della Basilica... dell'incontro con Don Riccardo! Superga non è un luogo di morte e di odio, ma di rinascita e di amore e chiunque sia un cuore granata sente un'attrazione strana per questo colle: misteriosa, ma vera, buona e sincera. E così Don Riccardo Robella annoterà nel suo diario, ammesso che ce l'abbia, che la sua prima uscita dall'ospedale dopo il suo gravissimo incidente sia stata proprio a Superga, il 4 maggio 2026. E dopo averlo incrociato (e abbracciato) sulla soglia della Basilica, ecco... 5 minuti di silenzio assordante. Che bello. Dalle 16.58 alle 17.03 la gente presente alla Messa per i nostri Eroi, si compone come poche volte le ho visto fare. Fa squadra. Raccolta attorno al suo Grande Torino.
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E nel silenzio... la campana della Basilica. Oggi si sente bene, altri anni fatica a emergere dal brusio. Prima 5 tocchi e poi, tre minuti dopo, comincia a suonare "a morto". Non l'ho mai sentita suonare cosí. Ma è solo un attimo... Poi riparte "la vita" del canto, del canto del coro che introduce la funzione. Prima del silenzio Paleari e un'altra persona hanno spostato due panchine dietro l'altare, proprio davanti a me. Due panchine di solito non stanno lì, ma forse sapevano che di lì a poco sarebbero state "protagoniste". All'altare, però, non c'e' Don Riccardo ma il suo amico Don Gian Luca, meno imponente, ma non meno acuto. La voce di Riccardo apre la celebrazione dicendosi, giustamente, contento e fiero di stare "in panchina" ma di esserci.
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L'omelia di Don Gian Luca riprende, invece, soprattutto, una lettura che parla di San Barnaba e San Paolo, due "compagni di squadra", dove il primo, piú esperto, è stato nominato "capitano" della missione loro affidata. Ma resosi conto che il secondo, Paolo, ha maggior talento (nel parlare alla gente) gli dà lo spazio che merita e "si fa da parte", per il miglior successo della missione, che è poi quella di annunciare il Vangelo alla gente del posto: partita vinta! . E Barnaba, si sottolinea, non è un perdente. È un vero vincente. Perché ha capito cosa serviva alla "squadra" per vincere. E quella risorsa era già lí, disponibile, solo andava fatta giocare. La predica di Superga di ieri potrebbe adattarsi a tante situazioni granata e del calcio in genere. La morale che insegna non vale solo tra calciatori giovani e meno giovani, ma anche per i dirigenti del calcio, oppure per il ruolo di una tifoseria da sempre dai vari Club "relegata in panchina" in Italia, quando invece sarebbe l'inutilizzato campione da allenare bene e far giocare, per rilanciare tutto il sistema. E si potrebbe arrivare fino al Presidente Cairo, giacchè è una morale che vale proprio per tutti. Comunque, dalla panchina sono sempre stati lanciati calciatori che hanno cambiato il volto delle loro squadre: la storia del calcio lo insegna. Ma abbiamo bisogno che chi è in campo, in ogni momento, sappia farsi Barnaba e accetti di uscire per fare giocare un altro che possa dare di piú alla squadra. Abbiamo bisogno di uomini che abbiano piú a cuore il bene della squadra che loro stessi. In tutti i campi. Su tutti i campi.
Ora e per sempre ... Viva il Grande Torino!
MASSIMILIANO ROMITI
"Avvocato e mediatore civile e commerciale. Socio Fondatore dei Giuristi Granata - Toro Club Marco Filippi, dell'Associazione Curva Primavera per la Fondazione Stadio Filadelfia e dell'Associazione ToroMio. Attuale presidente del Comitato NOIF "Nelle origini il futuro" che unisce a ToroMio associazioni di varie tifoserie italiane nella promozione di una proposta di legge che introduca la partecipazione popolare nel mondo del calcio e dello sport".
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