Dopo le prime uscite stagionali è arrivato il momento di quantomeno aprire la lente d’ingrandimento sul nuovo Toro di Abate.

Siamo finalmente arrivati a settembre e, con la chiusura del mercato, Ignazio Abate può iniziare a lavorare sapendo realmente quale sarà il gruppo a sua disposizione. È ancora presto per tirare conclusioni, questo è evidente, e probabilmente lo sarà ancora per diverso tempo considerando la natura del progetto intrapreso questa estate dal Torino, ma è altrettanto vero che è arrivato il momento di porsi qualche domanda. Tre partite di campionato, zero punti e tre sconfitte, a cui si aggiunge l’eliminazione ai sedicesimi di Coppa Italia contro il Monza: i risultati non possono essere ignorati, così come le prestazioni. Il Toro ha fatto malissimo contro il Milan, non è riuscito a raccogliere nulla contro il Sassuolo e contro il Monza ha nuovamente mostrato tutti i limiti di una squadra ancora tremendamente fragile. Purtroppo, però, ci va calma. Perché intraprendere un percorso come quello scelto questa estate significa accettare che ci saranno errori, difficoltà e probabilmente anche qualche brutta figura. Abate è un allenatore giovane, chiamato non soltanto a vincere la partita della domenica ma a provare a costruire qualcosa, valorizzando anche ragazzi che avranno inevitabilmente bisogno di sbagliare. E' infatti corretto vedere un allenatore provare a inculcare davvero le proprie idee, anche pagando qualcosa nell’immediato, piuttosto che vederlo rinunciare dopo tre giornate a tutto ciò in cui crede per fare il compitino e strappare qualche punto. Questo però non può trasformarsi in un alibi infinito: la Fiorentina rappresenterà già un banco di prova importante, non tanto per una classifica che a settembre conta relativamente, quanto per capire se dalle difficoltà di queste prime settimane stia iniziando a nascere qualcosa.

Lavagnetta granata (2)

Il discorso diventa ancora più complesso se si considera il contesto nel quale Abate sta cercando di costruire questa nuova identità. In conferenza, dopo il Monza, il mister ha parlato più volte dell’importanza del gruppo, dello spirito e della necessità di diventare finalmente squadra, concetti sui quali è difficile non essere d’accordo ma che nel Torino degli ultimi anni diventano tremendamente complicati da mettere in pratica. Una parte dei giocatori presenti oggi al Filadelfia ha visto cambiare continuamente allenatori, compagni, principi di gioco e presunti progetti tecnici, ritrovandosi ogni estate praticamente a ripartire da zero. A questo si aggiungono un rapporto tra società e tifoseria ormai logoro, il Filadelfia che ogni anno ha un campo disastrato, la questione del centro sportivo e stadio che continuano a rappresentare temi irrisolti, uniti poi a false promesse ed una programmazione sportiva che troppo spesso ha dato la sensazione di vivere sul breve periodo. Non vuole essere una giustificazione per i giocatori, perché i limiti tecnici di questa rosa esistono e alcune prestazioni restano difficilmente accettabili, ma il calcio non si gioca nel vuoto e non si può pretendere che ogni agosto venga cancellato tutto per poi chiedersi a settembre perché manchino identità e automatismi. Probabilmente è anche per questo che trovo corretto riconoscere ad Abate una cosa detta dopo il Monza: nonostante tutto, i suoi hanno corso e lottato. Il problema vero purtroppo è quindi diventato capire se e quanto questo Toro stia correndo nel modo giusto ma, soprattutto, se possa permettersi di farlo per novanta minuti.

Il pressing offensivo è infatti uno dei principi più riconoscibili che Abate sta cercando di trasmettere e proprio le ultime uscite hanno iniziato a mostrarne non tanto le potenzialità quanto i rischi. L’idea di andare a mordere molto alto, cercando il recupero immediato, è interessante e coerente con la volontà di costruire una squadra coraggiosa; allo stesso tempo, però, richiede precisione nelle scalate e comporta un dispendio energetico enorme. Lo stesso Abate lo ha ammesso dopo il Monza, arrivando a ipotizzare la possibilità di abbassare la squadra di una decina di metri per trovare maggiore equilibrio. A parer mio è probabilmente questa la riflessione tattica più interessante di questo inizio di stagione, perché abbassarsi non significa necessariamente rinunciare alla propria identità. Anzi, potrebbe permettere al Toro di essere aggressivo meglio, invece che semplicemente esserlo di più. Quando la prima pressione viene saltata oggi si aprono voragini tra un reparto e l’altro e i giocatori sono costretti a lunghe corse all’indietro; quando invece regge per diversi minuti, il rischio è di pagare successivamente lo sforzo perdendo lucidità e distanze. Abate dovrà quindi capire fino a che punto insistere sulla propria idea originale e quanto invece adattarla: potrebbe mantenere un baricentro alto, accettando il rischio alle spalle pur di difendere lontano dalla propria porta, oppure diventare progressivamente più camaleontico e scegliere altezza e aggressività anche in funzione dell’avversario. In entrambi i casi, la priorità dovrà essere accorciare questa squadra.

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Proprio le distanze sono state uno dei problemi più evidenti contro il Monza, soprattutto in una partita nella quale la pressione uomo su uomo degli uomini di Juric rendeva molto complicato sviluppare una normale costruzione dal basso. Come spiegato dallo stesso Abate, l’uomo libero diventava spesso il portiere e la soluzione più logica era quindi cercare direttamente la profondità, scavalcando la prima pressione. Una scelta tutt’altro che sbagliata, ma che perde efficacia quando non viene accompagnata dal resto della squadra. In partite così fisiche il primo duello è soltanto metà dell’azione: spesso è la seconda palla a decidere realmente chi abbia guadagnato qualcosa dal lancio. Ed è proprio lì che il Torino ha sofferto. Se la punta lotta contro il centrale ma il centrocampo si trova troppo lontano, anche una sponda vinta diventa praticamente inutile; se invece la squadra accorcia in maniera collettiva, quello stesso pallone può trasformarsi immediatamente in un possesso nella metà campo avversaria. Da questo punto di vista il progressivo rientro di Duván Zapata potrebbe diventare molto più importante del semplice apporto realizzativo: sa usare il corpo, indirizzare una sponda e permettere ai compagni di attaccare la seconda palla frontalmente. La crescita del Toro sta tutta nel far crescere i giocatori mentalmente rendendoli capaci di capire le situazioni di campo: quando accompagnare la pressione, quando restare e quando invece far respirare la squadra.

Rimane infine la questione dell’assetto difensivo, cosa non affatto scontata da quando Juric ha lasciato la panchina granata. Il ritorno di Ricardo Rodríguez sicuramente aggiunge esperienza e un piede sinistro naturale, ma non cancella un problema strutturale che rende "curioso" immaginarsi questo toro come una squadra solida e capace in diversi adattamenti, magari anche interni alla gara. Abate, però, sembra voler ragionare proprio in questa direzione. È una soluzione che può funzionare, ma soltanto se alla base esiste finalmente una struttura collettiva riconoscibile. Perché il vero problema del Torino oggi non è avere un difensore in più o in meno: sono l’altezza della pressione, le distanze fra i reparti, le coperture quando un compagno esce in avanti e la capacità di leggere quei cinque o dieci minuti della partita in cui, come ha detto Abate, bisogna diventare più “sporchi” e avvertire il pericolo. Settembre è appena iniziato e sarebbe folle pretendere che un progetto nuovo abbia già trovato tutte le risposte, soprattutto dopo un’estate nella quale lo stesso allenatore potrà lavorare soltanto "da domani" con una rosa realmente definita. Ma concedere tempo non significa smettere di analizzare ciò che accade. Milan, Sassuolo e Monza hanno mostrato un Toro ancora fragile. La voglia, almeno per ora, sembra esserci; adesso Abate deve riuscire a trasformarla in qualcosa di più organizzato. Forse la sua sfida più importante non sarà convincere questi giocatori a correre di più, ma insegnare loro quando correre, dove farlo e soprattutto come farlo tutti insieme. Perché prima o poi anche un progetto che richiede tempo deve iniziare a mostrare una direzione.


RICCARDO LEVI - Studente di Economia con il calcio nel cuore. Di fede granata, coltiva il sogno di entrare nell’industria calcistica così da unire il suo entusiasmo per schemi e tattiche con i suoi studi.

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