100 di Fila / Rampanti: "La cosa fantastica, almeno per quanto mi riguarda, oltre agli incontri con i giocatori, era l’ambiente"
Il "Fila": una storia... da film! (VIDEO)
Vivere il Filadelfia da bambino, da ragazzo. Quindi da adulto, da giocatore e poi da allenatore. Come descrivere al meglio il centenario di uno stadio iconico come il Filadelfia se non parlando con chi, dopo aver vissuto tutto ciò, fa anche parte della Fondazione? Ne abbiamo parlato con Serino Rampanti, in uno speciale rispetto alla rubrica su Toro News "Parola al Mister".
Cosa vuol dire festeggiare cento anni di Filadelfia? “Beh, parla con uno che è entrato al Filadelfia, nel Torino, che aveva nove anni. Non siamo stati in tanti ad essere arrivati in prima squadra tra quelli che hanno cominciato da bambini. Siamo in pochi, ricordo oltre a me Cravero, Ezio Rossi, Longo… Non ne ricordo altri. E quindi, sa, tutti gli allenamenti e tutte le partite giovanili le ho fatte lì. Anche perché c'era un grande numero di giocatori per squadra come ci sono adesso. E il Torino negli anni poi è andato a cercare “aiuto” negli altri campi. Allora no, l'attività veniva svolta nel campetto di fianco al Filadelfia. Ci si cambiava tutti dentro, nei famosi spogliatoi che c'erano in questo lungo corridoio, dove c'era prima la squadra all'inizio, poi tutte le altre squadre a scendere. Il bello di allora era che qualsiasi ragazzino, siccome l'attività era svolta tutta lì, aveva la possibilità di incontrare quelli della prima squadra. Salutavano normalmente i ragazzini come me. Ci incrociavamo sempre, perché si entrava tutti da quella porta lì”.
Quanto era importante avere questo contatto con i giocatori della prima squadra? “Voleva dire tanto, perché incontravi gente che ti ispirava ad arrivare dove erano arrivati loro. La cosa fantastica, almeno per quanto mi riguarda, oltre agli incontri con i giocatori, era l’ambiente: appena entravi sulla destra c'era la sala massaggi, poi c'era il magazzino, dove c'era una sola magazziniera che si occupava di tutto. Adesso ci sono 20 magazzinieri in società. All’epoca c'era una magazziniera che cuciva le maglie se erano rotte e si occupava del resto. E poi c'era l'armadietto con tutte le scarpe dei giocatori della prima squadra e delle riserve. E il bambino che ero guardava questo scaffale con tutti i quadrati con all’interno tutte le scarpe della prima squadra e mentalmente si diceva “Io devo arrivare ad avere anch'io il mio posto lì, in quei quadrati. Quindi quello era un altro obiettivo che mi ponevo, era una motivazione in più, tra tutte le altre”.
Che ricordi le vengono in mente ripensando a quel periodo? “Quando entravi sentivi il profumo di canfora nel corridoio, perché allora per massaggiare usavano la canfora. Quello era il primo il primo odore che sentivi. Poi ricordo certe partite che facevamo, anche negli Allievi, per esempio, nel Filadelfia. Nel Filadelfia ho visto giocare certi nomi che i tifosi, almeno coloro che sono anziani come sono io, ricordano benissimo. Ho visto giocare Tacchi, Armano, Bonifassin, Panetti. Poi Bearzot, naturalmente, e Virgili. E poi ho visto giocare al Filadelfia Denis Law e Baker, lo scozzese e l'inglese. Giocatori fantastici. Denis Law è l'unico giocatore che ha indossato la maglia granata ad aver vinto il pallone d'oro, non giocando nel Torino, ma l'ha vinto poi nel Manchester United. Era un giocatore fantastico, universale Per giocatore universale intendo uno in grado di giocare ovunque, difesa, centrocampo e attacco. Ce ne sono stati pochi nel calcio. Parlo di Denis Law, di Bobby Charlton, di Di Stefano. Pochissimi. Sapevano iniziare l'azione da dietro, costruire e poi realizzare. Erano giocatori incredibili”.
Che effetto le ha fatto poi toccare con mano quello che sognava da bambino? “Intanto si poteva assaporare l'umiltà della situazione in cui eri catapultato. Il rapporto con i tifosi nel cortile, che allora era un po' più grande di adesso, era speciale. Ci fermavamo a parlare, sia io che tutti i colleghi. Poi quando scendevi quella scaletta per andarti ad allenare c'erano tutti i tifosi lì sugli spalti, perché allora erano aperti gli allenamenti. Era tutto diverso. C'erano dei tifosi che seguivano quotidianamente la squadra ed erano sempre lì, sempre i soliti, sempre le solite facce. Ed erano grandi intenditori, proprio perché seguivano tutti gli allenamenti: loro conoscevano a menadito i pregi e i difetti di ogni giocatore. Era incredibile”.
Il suo primo ricordo in gara? “Io la prima partita al Filadelfia l'ho fatta in un avanspettacolo, come si chiamavano allora. Di fatto i ragazzini giocavano prima della prima squadra. La prima partita che ho fatto lì era il ‘61/’62, prima di un Torino-Catania: con i miei colleghi bambini abbiamo fatto una partita. Ho ancora la fotografia, sì. E sono bei ricordi”.
Che emozione le dà ripensare al Filadelfia di quei tempi? “Il Filadelfia adesso è diverso. Tutto è moderno, evidentemente non si poteva fare altrimenti… Però il ricordo degli allenamenti quando nevicava, oppure quando chiamavano noi ragazzini per andare a sparare il campo, per aiutare, perché la prima squadra doveva allenarsi. E noi, insieme a quelli della prima squadra, facevamo spazio perché si potessero allenare. Oppure ci si andava ad allenare sotto la gradinata di fronte alle tribune. Si sfruttava un corridoio lì sotto e si correva. Ma la cosa impressionante era che anche i giocatori della prima squadra si mettevano lì e spostavano la neve per potersi allenare. Tutto un altro mondo, insomma”.
Poi il Filadelfia l'ha vissuto anche come allenatore della Primavera. “Io il Filadelfia me lo sono vissuto come giocatore della Primavera e poi come allenatore. Era una continuazione, mi sentivo orgoglioso di essere lì. Io poi con la Primavera ho anche vinto dei campionati, quindi ho ricordi bellissimi. Ricordo al primo allenamento: c'erano tutti i tifosi al Filadelfia che hanno festeggiato i miei ragazzi all'entrata in campo. Lo ricordo bene, sia con i miei due titoli da giocatore, sia con gli altri due da allenatore”.
Aveva l'ambizione da allenatore di trasmettere ai suoi ragazzi le stesse emozioni che aveva provato lei da ragazzo? “Sì, è chiaro. Poi avevo dei ragazzi splendidi, bravi. Allora nel settore giovanile c'era come responsabile l'avvocato Cozzolino, che era veramente un grande. E poi c'era un osservatore che riusciva a far arrivare ragazzi promettenti. Quindi il compito era sì difficile, però ero avvantaggiato in questo. Io ho avuto la fortuna di allenare dei giocatori che sono arrivati in Nazionale nel settore giovanile. Parlo di Pancaro, di Cois, di Bove.”
Quanto è necessario vedere finalmente al Filadelfia il museo? “È chiaro che sarebbe un completamento dell'opera, sarebbe la casa naturale della storia del Torino. Ma, come dicevo, lì dovranno tutti quanti coloro che hanno questa responsabilità mettersi di buona lena e fare in modo di trovare una soluzione affinché si possa arrivare. Quella è la sede naturale del museo. Anche nello statuto c'è scritto che dovrà essere lì la sede. Nello statuto c'è scritto anche che la Primavera deve giocare lì, in realtà. Poi questo non avviene, e mi dispiace, perché per i ragazzi quella potrebbe essere una palestra che farebbe entrare nella testa qualcosa di particolare”.
È una mancanza? “È una mancanza, sì. Però tutti gli allenatori della prima squadra pretendono che questo terreno (quello del Filadelfia, ndr) non sia calpestato… Dipende anche da questo calendario che non si sa mai quando si gioca. E quindi combinare gli allenamenti della prima squadra con la partita della Primavera a volte diventa complicato. Anche perché la prima squadra deve sempre essere avvantaggiata, perché tutto dipende da lì”.
Quando ha detto che tutti quelli che hanno responsabilità devono mettersi al lavoro, in questi c'è anche Cairo? “C'è anche Cairo, sicuramente. Ci sono tutti, tutti coloro che possono fare qualcosa, che sono coloro che guidano il museo, quella Fondazione e il Torino. Sicuramente, se trovassero una soluzione sarebbe una buona cosa, però ho l'impressione che le polemiche non facciano arrivare da nessuna parte le polemiche. Ogni tanto bisognerebbe essere più diplomatici”.
D'una parte e dall'altra? “Sì. Io vedo Beccaria che attacca sempre… Secondo me dovrebbe a un certo punto avere più cautela”.
Però forse anche Cairo dovrebbe mettere da parte l'orgoglio per qualcosa di superiore. “È chiaro che Cairo dovrebbe anche lui fare, però Cairo si vede sempre attaccato e quindi la voglia di andare incontro a qualcuno che attacca sempre magari gli passa magari”.
Come onorare al meglio questi 100 anni di Fila? “Intanto serve che la prima squadra faccia il proprio dovere, che il settore giovanile riesca a fare cose belle, riesca a produrre giocatori. Qualche giocatore sta arrivando. Per esempio, l’ultimo è Cacciamani, che si sta facendo valere. Qualche giocatore è uscito, che gioca anche in grandi squadre. Quindi si sta proseguendo abbastanza bene il lavoro. Il responsabile del settore giovanile (Ludergnani, ndr) sta lavorando bene. Perché anche i giocatori che sono usciti, che sono in prestito adesso, si stanno facendo valere. Sia in Italia che all'estero. Un esempio è Mullen. Quindi il lavoro c'è è stato fatto ed è sta continuando, credo. Certo, ripetere quelle cose di allora, i grandi risultati del settore di allora, non è semplice. Anche perché allora si riusciva anche ad andare a prendere giocatori che erano voluti anche da grandi società come l'Inter”.
Questo sentimento di Toro che si aveva, di Spirito Toro come si può ricreare? “Ma non credo che la situazione ricalchi esattamente i tempi. È finita un'era dove c'era la comunicazione, il contatto fra giocatori e tifosi: quello non può non potrà mai più esserci in quella situazione, perché i giocatori di adesso sono diversi. Non c'è più questa umiltà, probabilmente. Come si fa ad avere Spirito Toro quando i giocatori arrivano, passano… Ma questa è la situazione di tutte le società: i giocatori stanno poco, non fanno in tempo ad innamorarsi della maglia che indossano. Ed è un peccato. Una volta non c'erano i nomi sulle maglie però i giocatori li riconoscevi tutti. Adesso anche con i nomi dietro è difficile ricordarseli. Sono i tempi moderni, i tempi che noi stiamo vivendo, che sono così e quindi bisogna mettersi in santa pace e cercare di capire la situazione”.
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