Tre episodi, una magica epopea. La cavalcata epica del Toro del ’76 firmata Sky Sport. Ce la racconta in esclusiva Paolo Aghemo

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Scudetto 50 / Il ritorno di Pulici nel giorno di Pasqua - Culto (Video)

TORO 76: IL RACCONTO DI PAOLO AGHEMO

Là dove il cuore va oltre l’ostacolo e non si limita al campo, ma esce e trasforma una squadra in una famiglia, un campionato in una cavalcata, uno stadio in una casa. Quello è il momento in cui il granata smette di essere una maglia o un colore e diventa un moto d’orgoglio, di spirito, di umanità. “La sintesi perfetta di tutto questo è Pulici, che incarna il granatismo e che più di tutti ha ricordato questo legame con gli Invincibili. Pulici dice che si giocava con loro e per loro”. A cinquant’anni dal settimo scudetto del Torino, nel 1976, il giornalista di "Sky Sport" ed ex direttore di "Toro News" Paolo Aghemo ci racconta in esclusiva la realizzazione della docuserie. Partendo dal legame con gli Invincibili, passando per i momenti di famiglia e per lo strato sociale di quella Torino e arrivando fino ai momenti di commozione nel ricordare gli attimi, ripercorriamo l’ideazione e la realizzazione del documentario insieme a chi è stato protagonista.

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Buongiorno Paolo, è carico per l’uscita di questa docuserie? “Siamo carichi. Siamo carichi perché il lavoro è stato fatto con la squadra “Sky Sport”, la supervisione e l’ideazione editoriale del direttore Federico Ferri, le interviste di cui mi sono occupato io e poi il lavoro enorme dei nostri “Gemelli del gol” che sono Massimo Bomprezzi e Andrea Parini. Io li ho definiti i “Registi del gol”. Il prodotto che è stato realizzato è una sintesi ideale, emozionante, divertente, accattivante che a guardarla ci ha emozionato, sia dal punto di vista professionale, per il lavoro che c’è alle spalle, sia da quello del risultato. Sono cinquanta ore di girato e da quelle ne è venuto fuori un documentario di poco più di due ore. Tanto è vero che è stato talmente ricco di contenuti che il direttore ha voluto che fossero tre puntate invece delle due originali. Si è preferito fare una puntata in più per mettere dentro tanti aspetti che altrimenti sarebbero stati sacrificati”.

Lei è nato proprio nel 1976: cosa significa ripercorrere un evento che non ha vissuto ma che, per legame sentimentale, ha significato tanto? “È anche una storia personale. Io sono nato a novembre, dopo lo scudetto. Mese, tra l’altro, in cui è morto Giorgio Ferrini, figura molto legata allo scudetto. Ma poi ne parleremo. A livello personale quella è sempre stata la squadra che ho sentito più vicina, anche a livello anagrafico, perché mi veniva raccontata in tutti i suoi particolari da mio padre e, devo dire, anche da mia madre, che pur simpatizzando per la Juve ricordava bene quella stagione, visto che, ovviamente, mio padre la obbligava a seguirla in trasferta. Mi han sempre raccontato che nella famosa partita di Como al Sinigaglia, quando il Torino arriva primo in classifica e vince 1-0 con il gol di Ciccio Graziani, mia madre era incinta di me ed erano in curva. Quel giorno lo stadio era stracolmo, c’erano diecimila tifosi granata, che già assaporavano l’idea di un’impresa pazzesca. Poi io mi chiamo Paolo. Non so se sia una leggenda, mio padre me l’ha sempre raccontata così e mia madre ha sempre avallato questa versione, ma mi chiamo Paolo per Pulici. Quando ho visto Pupi gli ho detto: ‘Menomale che non ti chiami Ermenegaldo’ (ride, ndr). Questo legame c’è sempre stato. Poi molti giocatori sono comunque di Torino, cresciuti al Filadelfia e ancora vivono a Torino; quindi, c’è stata anche poi l’occasione negli anni di conoscerli ed entrare a contatto con questi miti. Questi campioni d’Italia erano uomini, avevano una grande sensibilità, empatia e capacità di entrare in rapporto con i ragazzi”.

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