Tre episodi, una magica epopea. La cavalcata epica del Toro del ’76 firmata Sky Sport. Ce la racconta in esclusiva Paolo Aghemo
Scudetto 50 / Il ritorno di Pulici nel giorno di Pasqua - Culto (Video)
IL RAPPORTO CON IL GRANDE TORINO E GIGI RADICE
Il titolo della serie cita il legame 'spirituale' con chi non c'è più. In che modo, durante le ricerche, ha percepito che lo scudetto del '76 potesse “chiudere il cerchio” con la tragedia di Superga? “Il titolo ovviamente l’abbiamo preso, e siamo tutti debitori, di Gianpaolo Ormezzano, che il giorno dopo fece quel titolo straordinario “Toro, lassù qualcuno ti ama”. Titolo straordinario ed epico che legava l’impresa di quel Torino di Radice ai cinque scudetti, come fosse il sesto scudetto consecutivo, dopo 27 anni però. Lavorando sul documentario abbiamo avuto la percezione che quel titolo fosse non soltanto perfetto ma veritiero: ad ascoltare i campioni d’Italia, tutti han fatto riferimento al Grande Torino. La sintesi perfetta di tutto questo è Pulici, che incarna il granatismo e che più di tutti ha ricordato questo legame con gli Invincibili. Pulici dice che si giocava con loro e per loro. Quindi non solo vincere per rendere onore a quella grande squadra, ma vincere in qualche modo aiutati da quello spirito. Come se loro fossero in campo. Questo lo dicono un po’ tutti. Questo dipende anche tanto dal fatto che sia stata una tradizione raccontata da chi aveva preceduto i campioni d’Italia. Chi è arrivato al Filadelfia giovanissimo, o anche chi è arrivato quell’anno stesso, ne parla. A loro viene tramandata questa leggenda, questo mito, da chi li ha preceduti ed è quel discorso di identità granata che quella società e quella squadra han sempre portato avanti. Tutto questo corollario in realtà è una memoria che viene condivisa e trasmessa da chi c’è già e ne parla al ragazzo: il ragazzo diventa pian piano giocatore della prima squadra, la prima squadra diventa campione d’Italia e si capisce perché sente quest’appartenenza. Eraldo Pecci o Patrizio Sala, appena arrivati al Torino, poche settimane dopo si rendono conto, e questo emerge molto bene nel documentario, di essere arrivati in una squadra speciale, che non è soltanto una squadra ma è una storia, che fa riferimento principale agli Invincibili, ma ha anche Gigi Meroni, ha anche un’epopea della costruzione del Filadelfia, luogo sacro laicamente parlando, un luogo in cui si forma quell’identità granata. Si era già formata prima, in realtà, con il tremendismo, Gigi Meroni… Ma in quell’anno il Filadelfia è la culla di quella che diventa una famiglia granata. Quella foto che c’è sul corridoio che porta agli spogliatoi del Grande Torino è il riferimento principale per i giocatori insieme all’elica dell’aereo del Grande Torino, conservata al Filadelfia insieme a una delle ruote del Savoia Marchetti. Chiunque passava per andare agli spogliatoi passava davanti a questi cimeli. Quella era una squadra di burloni, guasconi, si facevano scherzi tra di loro. Prima dell’allenamento c’era un momento davvero di scherzi continui. Quando passavano sotto la foto del Grande Torino, c’era la legge non scritta che si faceva silenzio. E mai nessuno proferiva parola. Questo per dire cosa rappresentava il Grande Torino per quella squadra. Tanto è vero che il terzo episodio, interamente dedicato al 16 maggio, è un episodio in cui ripercorriamo tutta la festa post-scudetto, con la famosa salita a Superga. E tutti i giocatori ricordano nitidamente questo sentimento che aveva coinvolto la città intera con la scelta spontanea di andare a Superga con la torcia. Questo chiude un discorso doloroso che era stato aperto il 4 maggio del 1949 e la salita a Superga, il torpedone con le torce, rappresenta l’omaggio ma anche il raggiungimento dell’obiettivo di essere tornati: “Impossibile essere come il Grande Torino, ma siamo tornati degni di quella squadra e rendiamo omaggio portando quello che abbiamo conquistato con loro ma anche per loro”. Noi l’abbiamo chiesto a tutti. Giustamente il “Giaguaro” ci ha detto ‘Quello è il nostro scudetto’. Però l’idea è di aver fatto qualcosa di impensabile e di sentirsi all’altezza degli Invincibili”.
Gigi Radice portò il “calcio totale” in un'Italia ancora molto tradizionale. Dalle interviste ai protagonisti, qual è l'aneddoto che meglio descrive la svolta tattica che quel Toro ha rappresentato per la Serie A? “Tutti concordi nel dire che fu quello che portò il calcio olandese in Italia. Lo dicono i calciatori, lo dice Marcello Bonetto, il figlio del direttore generale Beppe Bonetto, che creò la squadra insieme a Pianelli. Tra l’altro c’è tutto il retroscena di Radice che stava per firmare con la Lazio. Bonetto lo chiama ma Radice aveva preso un impegno con la Lazio. “O mi dice che vengo al Toro oggi, sennò stasera firmo con la Lazio”. E Bonetto gli disse di considerarsi l’allenatore del Torino. Il problema era che non l’aveva detto a Pianelli, quindi chiama il presidente, gli spiega la situazione e per fargliela digerire e per fare in modo che Pianelli fosse d’accordo, gli dà altri due nomi, sapendo che non gli sarebbero piaciuti. E alla fine sceglie Radice. Radice è un allenatore innovatore, il primo che fa il pressing alto in Italia, che gioca con più uomini possibili in attacco. Quel Toro gioca con un tridente, in realtà, perché Sala fa l’attaccante insieme a Pulici e Graziani. In più i terzini Salvadori e Santin spingono. Poi, aspetto divertente, il secondo portiere Cazzaniga, figura fondamentale nello spogliatoio, ci racconta che con il Milan i primi venti minuti i rossoneri vanno in fuorigioco dieci volte. I milanisti ridevano perché non capivano come fosse possibile. Era una cosa inusuale. Radice utilizzava la difesa in chiave rivoluzionaria: dava inizio alla fase offensiva. Il pressing che faceva quel Torino doveva costringere la difesa avversaria a tirare lungo il pallone. Radice sostituì Fabbri, fu quasi una scommessa. Convinse subito i giocatori e gli attaccanti, che più ne giovavano. Un aspetto in cui Radice non era tanto portato era quello da “psicologo del gruppo”. Non era il Maestrelli della situazione. Radice aveva un carattere anche un po’ burbero delle volte. La figura di Giorgio Ferrini come viceallenatore diventava importante anche sotto quel punto di vista: era il tramite tra Radice e i giocatori. Avendo smesso l’anno prima e conoscendo tutta la squadra, che si era formata negli anni precedenti (salvo Pecci, Patrizio Sala e Caporale), faceva un po’ da mediatore. Quindi riuscivano a trovare questa armonia immediata anche se c’erano dei piccoli screzi tra Radice e i giocatori. E in men che non si dica la situazione si risolveva. Radice era molto rispettato e soprattutto, lo racconta Salvadori, diede al Torino una mentalità che mancava, una mentalità vincente. Il primo punto era vincere fuori casa, cosa che succedeva molto poco all’epoca. Il secondo riguardava il derby: restava la partita più importante ma Radice fece passare il concetto che valeva due punti come tutte le altre. “Bisogna giocare le altre partite come se fosse sempre il derby”, era il messaggio che Radice mandò a quella squadra.
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