Tre episodi, una magica epopea. La cavalcata epica del Toro del ’76 firmata Sky Sport. Ce la racconta in esclusiva Paolo Aghemo
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LA TORINO DEGLI ANNI ‘70
“La Juve è universale, il Toro è gergo”, disse Arpino parlando di calcio ma, in realtà, ampliando il discorso al momento storico: quanto è stato difficile ricostruire l'anima di quella Torino degli anni '70? “Questa domanda è interessante perché è uno dei punti che ci siamo dati a inizio lavoro, per raccontare a tutto tondo il Torino. Non è un documentario solo sulla squadra e sul campionato, ci riferiamo anche al gruppo, ai rapporti personali, alla famiglia e al contesto storico. Noi abbiamo fatto come "Sky" un documentario sul derby degli anni ’70, curato da Matteo Marani, quindi non abbiamo voluto indulgere troppo sotto questo profilo nell’aspetto sociale e politico di quella Torino, per non replicare qualcosa che avevamo già fatto. Però indubbiamente, soprattutto grazie al contributo di Giuseppe Culicchia e Aldo Grasso e, devo dire, uno straordinario Piero Chiambretti a tutto campo, abbiamo approfondito questo aspetto. Dal punto di vista storico e politico, è l’anno in cui, a maggio, si apre il primo processo storico al nucleo delle Brigate Rosse. Torino è una città operaia, la città della Fiat, ha i ritmi della catena di montaggio “fordista”, vede una grande presenza di immigrati dal sud, ormai quasi alla seconda generazione. Questa è la morfologia della città, che segue i ritmi dell’organizzazione operaia, della fabbrica. È l’epicentro negli anni ’70 delle lotte operaie, delle rivendicazioni, degli scioperi, dei cortei. E poi soprattutto della lotta armata. Torino insieme a Genova e Milano, poi anche Roma, vede un nucleo molto forte delle Brigate Rosse e in generale di tutto il terrorismo rosso. È un contesto che abbiamo analizzato sullo sfondo. Ci è servito per descrivere l’ambiente in cui quel campionato del Torino si è giocato, per poi legarci alla tipologia dei tifosi. Il calcio era uno sfogo, il momento da passare insieme senza avere pensieri negativi, per vivere delle gioie e delle tensioni positive. Serviva per avere dei momenti in cui si dimenticavano situazioni di cupezza, di tristezza. Torino era una città in quel momento un po’ difficile dal punto di vista sociale. Torino e Juventus davano gioia ai propri tifosi. Questo argomento l’abbiamo trattato a fondo: senza voler fare sociologia, abbiamo studiato la differenza tra le tifoserie. Da una parte c’era la Juventus di Agnelli, dall’altra il Torino di Pianelli. Pianelli si era fatto da solo, aveva iniziato da operaio. Era un grande tifoso del Toro, appassionato. Ma chiaramente non poteva reggere il confronto con le risorse economiche di Agnelli. Lì nasce anche la mitologia che si trascina dagli anni precedenti della forza economica della Juventus che ha la squadra di campioni e il Torino che cerca di sopravvivere a questo con il cuore. Quell’anno, però, aggiunge anche la qualità. Radice toglie un po’ quell’idea di vittimismo, di nostalgia, di sentirsi sempre i parenti poveri e inserisce questo elemento di ambizione, di voler dimostrare che cosa si sa fare. La consapevolezza di essere inferiori dal punto di vista delle possibilità economiche, ma in campo si gioca alla pari. Questo emerge molto bene, quell’anno c’è la consapevolezza, soprattutto dopo la vittoria nel primo derby, di poter essere non solo all’altezza ma anche migliori in campo. Sul discorso della tifoseria, invece, spesso si dice che la Juve è la squadra dei ricchi contro il Torino dei poveri. In realtà è un discorso manicheo che non corrisponde alla realtà. Questo aspetto c’è per quanto riguarda la società, ma il tifo è trasversale. Come ci sono gli aristocratici che tifano Juventus, ci sono quelli che tifano Toro. Così come ci sono gli operai che tifano Torino, ci sono tantissimi operai che tifano Juventus. Questo anche agevolato dal fatto che la Juventus iniziò ad acquistare giocatori meridionali, Anastasi su tutti, in cui gli operai della Fiat potevano identificarsi”.
Una mossa studiata? “Sì. Questo emerge. Non lo dico io, è quello che ci raccontano. Sicuramente fu anche una scelta strategica da parte della Fiat. Detto che Anastasi era un campione, perché prendevano comunque i giocatori forti, però era una mossa geniale perché consentiva all’operaio della Fiat di sentirsi vincitore, di sentirsi forte, di sentirsi parte di un gruppo. Ma c’erano anche tantissimi operai della Fiat che tifavano Torino. Proprio questo fatto dell’operaio del sud che tifa Juve, e che quindi ingrossa il numero di tifosi juventini, fa passare l’altra differenziazione di cui si parla tanto: cioè che in realtà il tifoso del Torino sia più autoctono, sia più il torinese doc. Aldo Grasso, ad esempio, racconta come nelle Langhe la maggioranza fosse tifosa del Toro”.
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