Tre episodi, una magica epopea. La cavalcata epica del Toro del ’76 firmata Sky Sport. Ce la racconta in esclusiva Paolo Aghemo
Scudetto 50 / Il ritorno di Pulici nel giorno di Pasqua - Culto (Video)
IDEAZIONE E REALIZZAZIONE DEL DOCUMENTARIO
Avete coinvolto tanti calciatori, come Pecci, Sala, Zaccarelli… ma anche intellettuali, a partire da lei e dal direttore Federico Ferri e arrivando a Culicchia e Grasso. Come avete lavorato per bilanciare il rigore giornalistico della cronaca sportiva con il respiro epico del documentario? “Noi abbiamo voluto sottolineare entrambi gli aspetti, perché è una cavalcata epica. Speriamo di essere riusciti a rendere l’epica, che si basa sui fatti, su una realtà, che ancora oggi fa sognare ed emozionare e soprattutto fa scoprire aspetti inediti. Noi stessi, pur avendo letto tutti i libri possibili, parlando con loro abbiamo scoperto aspetti che non conoscevamo. È una storia che vale la pena raccontare con epica, perché è stata veramente straordinaria. Non è stato uno scudetto come gli altri. Il rigore giornalistico l’abbiamo messo per quanto riguarda il racconto del campionato, per raccontare, per esempio, la grande squadra che era la Juventus quell’anno. Abbiamo Fabio Capello che ci racconta, Mariella Scirea... Quindi, a maggior ragione, la grandezza di quella Juventus rende storico e leggendario lo scudetto vinto da quel Torino. Questo è stato abbastanza naturale perché ci siamo resi conto che è stata una scelta azzeccata sentendo i racconti di quella squadra. È stata epica perché era una squadra che andava oltre l’aspetto tecnico, aveva aspetti impossibili da ritrovare in altre squadre, che si sono creati in un momento di magia, in una stagione in cui tutti i tasselli si sono incastrati perfettamente. Uno dei tagli che abbiamo voluto dare in fase di progettazione del documentario è quello di una squadra che non era una squadra, era una famiglia, nel vero senso della parola. Ancora adesso si frequentano, i figli di quei campioni sono amici, a quella squadra basta ritrovarsi e subito scattano dei ricordi e dei rapporti di amicizia, come se avessero smesso di giocare un minuto prima. Molti di questi ragazzi hanno vinto da altre parti, Castellini, Mozzini, Santin, però quel Torino lì è unico. Si è creata una magia in quella stagione: le famiglie si frequentavano, uscivano la sera. Era una famiglia che era un tutt’uno con il club. Chi andava in sede poteva trovare Pianelli e magari poteva farsi una partita a carte con il presidente. Cazzaniga racconta quando lo fregavano perché uno da dietro svelava le carte di Pianelli. C’erano quei momenti di umanità, di empatia, di famiglia, che andava oltre il campo. Non è detto che per vincere devi essere amico, esempio contrario è la Lazio del ’74, però quel Torino era una squadra non soltanto di amici che tra loro avevano dei rapporti di amicizia e di giovialità, ma che si frequentavano anche fuori dal campo. Non tutti. Per esempio, i “Gemelli del gol” fuori dal campo erano ognuno per i fatti propri. Lì c’era il clan dei brianzoli che era formato da Castellini, Claudio Sala, Patrizio Sala, Cazzaniga. Però, per esempio, molti, come Zaccarelli, Salvadori, già giocavano nel Torino. Quindi c’erano rapporti di amicizia che si erano creati. Non è che poi tutti uscivano insieme. Pulici e Graziani, per esempio, facevano una vita completamente diversa. Non si frequentavano fuori dal campo. Gli altri tendenzialmente sì. Una cosa curiosa è che nei ritiri prepartita, Radice spesso chiedeva ai single di andare già il venerdì a Villa Sassi, mentre consentiva agli sposati di restare una notte in più con le mogli. Però si trovavano talmente bene come gruppo che molti sposati anticipavano il ritiro il venerdì; quindi, spesso accadeva che trascorressero tutti due notti in ritiro a Villa Sassi. Tornando ai “Gemelli”, invece, fuori dal campo non si frequentavano granché. Ognuno aveva il suo carattere: Ciccio era il classico romano, più espansivo, mentre Pupi era più schivo. Però comunque Pupi, oltre ad essere un leader, non solo tecnico, faceva morire dal ridere. Aveva una capacità con i suoi miti, i suoi racconti leggendari, di scatenare ilarità”.
Come si è svolto il processo creativo e di ideazione della docuserie? “L’idea è nata con l’avvicinarsi del cinquantesimo, quindi direi circa un anno fa. Ne parlavamo da un po’. Avevamo fatto la Lazio del ’74, che è stata un grande successo, quindi abbiamo pensato anche al Torino: cinquant’anni dallo scudetto, l’unico dopo Superga, con quella squadra che ha un sacco di aneddoti, di storie da raccontare. Parlandone con Federico Ferri questa cosa è emersa. Poi mettere su una produzione di questo tipo non è una cosa semplice, implica tempo, risorse, volontà, spazi. Implica soprattutto la fattibilità e l’organizzazione delle interviste, del lavoro di montaggio, della post-produzione, del materiale (video, immagini…). Noi abbiamo fatto una raccolta pazzesca di immagini, alcune anche inedite. Nel terzo episodio faremo vedere delle immagini inedite di Torino-Cesena, girate da un cineamatore cesenate in tribuna quel giorno che con la sua “otto millimetri” girò novanta minuti di partita, compreso il prepartita, dove la squadra arriva al Comunale, fa il giro di campo, quindi il boato, le immagini… Ci sono immagini inedite anche del gol di Pulici, con il commento in romagnolo di questo cesenate. È una cosa molto emozionante. Chiaramente c’è un grosso lavoro dietro. Verso novembre, dicembre noi avevamo già idea di farlo. Bisognava capire come e quando farlo partire. A novembre eravamo a Candiolo per l’intervista di Sinner e c’era anche Gianmarco Sala, figlio del “Poeta”, direttore della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro dell’Istituto di Candiolo. Parlando è venuto fuori anche il discorso del Toro e dei cinquant’anni dallo scudetto. Lì credo sia scattato qualcosa e siamo partiti. A marzo abbiamo iniziato a fare le interviste. Siamo stati fortunati perché abbiamo trovato grande disponibilità. Abbiamo fato quattro/cinque giornate in cui abbiamo radunato più intervistati possibile e in questo abbiamo avuto grande disponibilità dai campioni d’Italia del ’76. Come "Sky" abbiamo fatto un giorno in cui abbiamo preso una location molto particolare per registrare e abbiamo fatto venire quel giorno quanti più possibile dei giocatori. E devo dire che tanti si sono mossi, son partiti e sono venuti a Torino per registrare. Quindi in un giorno siamo riusciti a farne la maggior parte. Poi Ciccio e Pupi sono venuti a "Sky", sono stati due belle giornate. A Pulici abbiamo fatto fare il giro della redazione, abbiamo avuto questo onore di averlo lì. Lui ha fatto un’intervista fantastica di un paio d’ore, è stato molto bravo con i suoi aneddoti, alcuni dei quali, tra l’altro, che molti dei suoi ex compagni mettono in dubbio, perché Pupi tende sempre a esagerare alcune situazioni (ride, ndr). E quindi siamo riusciti a farli tutti. Secondo me è stato fondamentale questa voglia loro di raccontare e di trasmettere quest’emozione e questo divertimento. Secondo me si sono divertiti a fare le interviste”.
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