100 di Fila. Per l’ex ct azzurro il Fila resta un luogo unico: “Il genius loci non è emigrato, è ancora lì. Bisogna risvegliarlo”
La generazione di Mauro Berruto è quella sospesa tra il racconto orale e l’esperienza diretta. Gli Invincibili conosciuti attraverso le parole di chi li aveva visti, il Toro tornato grande vissuto da bambino, il vecchio Filadelfia ancora in piedi. Poi le macerie e, infine, la ricostruzione. Ma a cento anni dalla nascita del Fila, e a quasi un decennio dalla sua rinascita, resta una domanda: quanto di quel luogo è davvero tornato?
Berruto, quando sente la parola Filadelfia qual è la prima immagine che le viene in mente?
“Intanto un po’ di gioventù, perché ho un’età sufficiente per aver visto ancora qualche allenamento nel vecchio Filadelfia, quello precedente alla demolizione. Mi viene in mente l’emozione di entrare in quel posto. Anche quello di oggi è magico, ci mancherebbe, ma quello era proprio il Filadelfia originale, quello in cui il Grande Torino aveva fatto la sua storia”.
C’è una scena in particolare?
“Ricordo un allenamento dei portieri e un giovane Marchegiani che si allenava. Non so perché, ma è la prima scena che mi viene in mente”.
Berruto: “Il Filadelfia era totalmente dentro la storia di un bambino del Toro”
Lei aveva sette anni nell’anno dello scudetto del 1976. Quanto faceva già parte il Filadelfia dell’immaginario di un bambino granata della sua generazione?“Totalmente. In quel momento il Filadelfia esisteva ancora: non riesco neanche a separarlo dalla storia di un ragazzo che si avvicinava al Toro. Io naturalmente non avevo vissuto l’epopea del Grande Torino, ma l’avevo vissuta attraverso i racconti di mio padre, di mia nonna, di persone che avevano visto con i propri occhi quello che era successo”.
È anche così che una storia continua a vivere?
“È forse ancora la magia del Toro di oggi. Che esistano bambini e ragazzi che tifano questa squadra perché qualcuno ha raccontato loro di una formazione incredibile è qualcosa di straordinario. È molto più facile tifare per una squadra perché la vedi vincere davanti ai tuoi occhi. Io almeno uno scudetto del Toro l’ho visto, anche se ero molto piccolo. Ma che ancora oggi esistano tantissimi tifosi grazie soprattutto a una leggenda raccontata e tramandata di padre in figlio, in un mondo orientato alla performance e alla vittoria, è un patrimonio”.
Berruto: “Nel cortile tifosi e calciatori diventavano la stessa cosa”
Suo padre che cosa le raccontava del Filadelfia?“Tutti parlavano del cortile. È interessante che, nei ricordi di chi ha vissuto quei tempi, torni spessissimo proprio il cortile. Era l’anello di congiunzione tra un popolo che amava quei giocatori e quei giocatori che sul campo facevano il proprio lavoro, ma poi riuscivano a immergersi completamente in quello che li circondava. Il cortile era il luogo in cui tutto questo si manifestava, dove tifosi e calciatori diventavano la stessa cosa”.
Oggi quella vicinanza sembra quasi inconcepibile.
“Oggi quel principio è praticamente azzerato dalla distanza che esiste tra i calciatori e la possibilità di raggiungerli, toccarli, scambiarci due parole, guardarli negli occhi da vicino. Chi oggi ha ottantacinque, novant’anni o più e ha vissuto quel Filadelfia racconta soprattutto il cortile. Era un’esperienza capace di rimanerti impressa per tutta la vita. Come a me è rimasto impresso aver dato da bambino la mano a Paolo Pulici all’uscita da un allenamento”.
Che cosa significava avere i propri idoli così vicini?
“Erano a chilometro zero. Potevi avvicinarli, scambiarci due parole, forse percepire la tua stessa emozione: tu nel vederli, loro nel vestire quella maglia. Oggi squadra e tifoseria sono molto più lontane. Quando al Filadelfia viene aperto un allenamento al pubblico sembra quasi un’eccezione. Il Grande Torino, ma ancora il Toro degli anni Settanta e Ottanta, potevi invece andare a vederlo nella quotidianità del lavoro”.
È nostalgia?
“Cerco di non esprimere giudizi nostalgici, perché non servirebbe. È cambiato il calcio. Però quelle barriere prima non esistevano perché esisteva un’idea diversa di questo sport e una possibilità molto più immediata di accedere ai propri eroi”.
Berruto: “Essere un ragazzo del Fila significava crescere dentro una storia”
Che cosa voleva dire essere un ragazzo del Fila?“Significava innanzitutto crescere clamorosamente dal punto di vista tecnico. Se pensiamo alla scuola del Filadelfia, viene fuori un numero impressionante di giocatori, non soltanto del Torino ma poi protagonisti ad altissimo livello nel calcio italiano. E accanto alla scuola tecnica c’era la bellezza di crescere completamente immersi in una storia che non potevi non sentire”.
Che effetto poteva avere su un ragazzo?
“Immagini un ragazzino, torinese oppure arrivato da fuori, che cresce lì. Da una parte ha la possibilità e il sogno di diventare un calciatore importante perché si trova dentro una scuola tecnica di primissimo livello, dall’altra cresce respirando quelle atmosfere e quelle sensazioni. Di grandi scuole giovanili nel calcio italiano ce ne sono state tante. Ma la combinazione fra quelle due cose era esclusiva del Toro”.
Nel 2012 disse che riaprire il Filadelfia sarebbe valso più dell’accesso alle coppe europee. Perché un luogo può valere più di un risultato sportivo?
“Perché quello non è semplicemente un luogo e non è semplicemente uno stadio. È un tempio. Tiene insieme sentimenti che, senza retorica, sconfinano dallo sportivo verso il sacro. Ho vissuto il periodo delle macerie come una ferita insanabile, anche per il modo in cui si arrivò alla demolizione”.
Ricorda quel momento?
“Ricordo la mattina in cui lessi che le ruspe avevano cominciato il lavoro. Non ho un’altra immagine per descriverlo se non quella di una ferita. Una ferita rimasta aperta fino al maggio del 2017, quando ero presente alla seconda inaugurazione. Fu un momento meraviglioso. A livello sentimentale valeva più di una vittoria sportiva”.
Nel 2017 che cosa immaginava potesse succedere?
“Portai anche i miei figli, che allora erano molto piccoli. Sembrava davvero di essere a un centimetro da un ricongiungimento fraterno tra la tifoseria e la sua squadra”.
Franco Ossola ha detto che il vecchio Filadelfia aveva un genius loci che oggi è emigrato altrove. È d’accordo?
“Io credo che non sia emigrato. È impossibile ricostruire esattamente il genius loci che certamente lì c’era, ma secondo me da qualche parte esiste ancora. Sotto quel moncone di curva originale o da qualche altra parte. Bisogna risvegliarlo, bisogna andarlo a cercare, riconoscerlo, alimentarlo, stimolarlo. Però è lì, dormiente”.
E allora che cosa è successo in questi quasi dieci anni dalla riapertura?
“Credo che quei sogni così puri che avevamo il 25 maggio 2017 si siano raffreddati. Questo è un dato di fatto. Però continuo a credere fortemente che lì, sotto la cenere, ci sia ancora una fiammella accesa”.
Berruto: “La casa del Museo del Grande Torino è il Filadelfia”
Uno dei temi ancora aperti è quello del Museo del Grande Torino.“Con tutto il rispetto e la gratitudine per Villa Claretta e per chi ha permesso che esistesse un luogo meraviglioso in cui incontrare quella storia, continuo a dire quello che ho sempre detto: la casa del Museo del Grande Torino è il Filadelfia. Credo che su questo non possano esserci molti dubbi”.
Nei giorni scorsi è stato presentato il progetto del nuovo museo al Fila. Come lo ha accolto?
“Con favore, naturalmente. Però di progetti ne ho sentiti tanti. Il luogo destinato al museo era già previsto nella ricostruzione del Filadelfia. Io non vedo l’ora, letteralmente, di entrare nel Museo del Grande Torino al Filadelfia. Ma voglio che succeda. Non mi bastano parole, promesse o progetti se poi i tempi diventano infiniti”.
Quindi quale dovrebbe essere oggi la funzione del Filadelfia?
“Da uomo di sport e da allenatore so benissimo che il Filadelfia probabilmente non può più essere il centro di allenamento ideale per le esigenze del calcio moderno e di un settore giovanile. Sarei il primo allenatore a chiedere campi e strutture con determinate caratteristiche. Ma è un’altra cosa: il Filadelfia non è un campo di allenamento, è un tempio. Nemmeno nella Cappella Sistina si celebrano continuamente le funzioni: la Cappella Sistina è la Cappella Sistina. Il Filadelfia per noi deve essere questo. Deve vivere, deve profumare di quella storia e deve permettere, nelle forme possibili oggi, di ricostruire quel rapporto fra squadra e tifoseria di cui parlavamo raccontando il cortile”.
Quel rapporto, però, non può essere ricostruito esattamente com’era.
“Certo. Non siamo più negli anni Quaranta e quella commistione fra tifoso e calciatore non è più immaginabile nello stesso modo. Chi l’ha vissuta è stato fortunato. Non serve nostalgia: bisogna trovare nuove forme per riaccendere quello spirito e quella passione. E ci sono, non è impossibile”.
Se dovesse spiegare a un ragazzo di oggi perché dovrebbe importargli del Filadelfia, che cosa gli direbbe?
“Perché su quel prato giocava la squadra più forte del mondo. Una squadra che non era soltanto la squadra di Torino, ma che aveva contribuito a rimettere in piedi la dignità e la forza di un Paese uscito in ginocchio dalla Seconda guerra mondiale. È un valore che va molto oltre gli scudetti, le vittorie consecutive o i record. Quella squadra aveva permesso a un Paese in ginocchio di rialzarsi in piedi. E giocava su quel prato lì”.
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