100 di Fila / Intervista. La scuola, le battaglie per il Fila e il Borgo Filadelfia: il racconto di una vita spesa a tramandare un luogo e la comunità cresciuta intorno
Un estratto dell’intervista a Paolo Pulici (VIDEO)
Per Graziella Grasso il Filadelfia rappresenta probabilmente un punto di riferimento personale e professionale. Un luogo da raccontare, tramandare e difendere. Tra memoria orale, scrittura e battaglie sul territorio, l’obiettivo sembra essere sempre lo stesso: garantire un filo che attraversi più generazioni. Insegnante di lettere alla scuola media Vico, a pochi passi dal Tempio, alla fine degli anni Novanta iniziò con i suoi alunni un percorso di ricerca sul quartiere e sul vecchio Fila: da quell’esperienza nacque un legame solido con l’Associazione Memoria Storica Granata e con il lavoro di recupero dei materiali destinati al Museo del Grande Torino. Quel percorso è poi confluito anche nel libro All’ombra del Filadelfia. Uno Stadio, una Fede, un Quartiere, in cui Grasso intreccia storia granata e storia del borgo.
Graziella, se dovesse scegliere una sola storia per spiegare che cos’è il Filadelfia, da quale partirebbe?
"Partirei da un episodio che ho raccontato anche nel mio libro. Il Filadelfia era in stato di abbandono, c’erano soltanto i ruderi e una specie di foresta. Ero lì vicino con un’amica quando vedemmo un ragazzo scavalcare il muro con qualcosa in mano. Ci chiedemmo che cosa stesse facendo, anche perché era pericoloso. Dopo una mezz’oretta lo vedemmo tornare indietro senza più nulla. Poi scoprimmo che suo padre era morto pochi giorni prima e che lui gli aveva promesso di spargere le sue ceneri dentro il Filadelfia. Per me questo spiega che cos’è quel luogo: vita, morte e il legame che si crea con i tifosi".
Lei il Filadelfia lo ha utilizzato anche per insegnare storia ai suoi ragazzi. Come?
"Ho fatto tutto un lavoro con i miei alunni partendo proprio dal Filadelfia. Così hanno scoperto che nel loro quartiere c’era questo luogo e, da lì, siamo arrivati alla storia d’Italia. Parlavamo dell’inaugurazione del 17 ottobre 1926, alla presenza del principe ereditario Umberto, che vent’anni dopo sarebbe diventato Umberto II, il 'Re di Maggio', e da lì arrivavamo al referendum tra monarchia e Repubblica. Ricordo che all’esame di terza media un commissario rimase colpito e mi disse: 'Professoressa, che ragazzi in gamba'. Io gli risposi che avevano semplicemente imparato la storia attraverso qualcosa che potevano vedere, attraverso il loro quartiere, le sue vie e le sue persone. Era un modo diverso rispetto al solito libro".
Grasso: "Per uno strano destino, avevo le chiavi del Fila"
A un certo punto lei ebbe addirittura la chiave del Filadelfia. Come successe?"Non saprei nemmeno dirlo con precisione. Portavo lì i miei ragazzi della scuola, avevamo iniziato questo rapporto con Memoria Storica e probabilmente si fidavano di me. So soltanto che, per uno strano destino, a un certo punto quella chiave ce l’avevo io".
Che effetto faceva aprire quella porta ed entrare?
"Avevi veramente la sensazione che il tempo si fosse fermato. Era qualcosa di unico. Non so quanto ci fosse anche di suggestione, ma quando entravi là dentro la sensazione era davvero quella".
C’è un’immagine che per lei restituisce bene quella sensazione?
"Sì. A me viene sempre in mente una scena di Ora e per sempre, con Giorgio Albertazzi. Entra nel Filadelfia, si guarda intorno e poi si toglie il cappello. C’è quella frase sul tempo che è passato lì dentro. Io trovo che rappresenti benissimo quella sensazione".
Che cosa trovava davanti a sé, concretamente, entrando nel Filadelfia di quegli anni?
"Era una selva scura. C’erano alberi di tutti i tipi, rovi, a un certo punto anche una colonia felina. Il campo principale c’era ancora, ma tutto intorno era invaso dalla vegetazione. C’erano anche persone che andavano a dormire lì la notte e bruciavano quello che trovavano. Era veramente una selva".
E in mezzo a quel degrado c’era ancora qualcuno che se ne prendeva cura?
"Sì. I ragazzi, quelli che allora erano gli ultras, ogni tanto andavano a pulire e a cercare di tenere in ordine. Poi c’erano Memoria Storica, gli Angeli del Filadelfia e tante altre associazioni. È stato davvero un apporto corale, prima per mantenerlo e poi soprattutto per arrivare alla ricostruzione".
Quindi non c’è una sola persona a cui attribuire il merito di averne salvato la memoria.
"No, non sarebbe giusto. Ci sono state tantissime persone, associazioni, ex giocatori, ragazzi delle varie categorie. Memoria Storica ha avuto un merito enorme nel recuperare i materiali, perché altrimenti sarebbe andato perso tantissimo. Però è stata davvero una battaglia collettiva".
Graziella Grasso in compagnia di Patrizio Sala
Grasso: "C’è ancora gente che viene apposta a vedere il Filadelfia"
Quel bisogno di tornare al Filadelfia esiste ancora oggi?"Sì, assolutamente. C’è ancora gente che viene apposta a vedere il Filadelfia. Io li chiamo, riprendendo Carlo Testa, i 'figli del 4 maggio': persone che arrivano da tutte le parti d’Italia. Ho un carissimo amico di Roma, tifosissimo della Roma, che conserva il ricordo di suo padre e quando passa da Torino va al Filadelfia".
Lei dice che il Borgo Filadelfia è un quartiere unico. Che cosa lo rende tale?
"Perché qui è tutto legato. Prima è nato il Filadelfia, poi sono arrivati i Mercati Generali, e le due realtà sono sempre andate molto di pari passo. E attenzione: quando sento dire che questo era un quartiere operaio, dico di no. Non lo è mai stato. Era un quartiere commerciale, con negozi, piccole fabbriche, attività di ogni tipo. C’era la fabbrica del ghiaccio, c’erano i magazzini dove arrivavano le banane e venivano fatte maturare. Intorno ai Mercati Generali si era creato tutto un mondo".
E il Filadelfia che posto occupava nella vita di quel mondo?
"Era sempre aperto, era un punto di ritrovo per gli abitanti. La gente ci andava durante la settimana, il sabato, la domenica. C’è proprio un filo che unisce i Mercati Generali, il Filadelfia e il mondo granata. Pensi a Ezio Rossi: suo papà e suo zio lavoravano con i carrelli dei Mercati Generali. Ancora oggi ci sono persone che dicono: 'Io mi sento abitante del Borgo Filadelfia', anche se non vivono più qui, perché qui hanno passato la loro giovinezza".
A un certo punto quel legame è entrato persino nel nome del quartiere. Come nacque Borgo Filadelfia?
"Quando furono spostati i Mercati Generali, ci ritrovammo a essere il quartiere degli 'ex Mercati Generali'. Un giorno il dottor Roberto Cernigliaro, medico del quartiere, venne da me e mi disse: 'Graziella, ma ti sembra giusto che il nostro quartiere sia un quartiere di ex?'. Allora ci chiedemmo quale fosse il monumento più importante e più antico della zona. Era il Filadelfia. Così cominciammo a raccogliere le firme, ne raccogliemmo cinque o seimila, e alla fine nacque il Borgo Filadelfia".
Grasso: "Per il Filadelfia è stata una battaglia collettiva"
Tra tutte le battaglie per il Filadelfia, ce n’è una che ricorda più delle altre?"Ce ne sono state tante. A un certo punto sul Filadelfia volevano costruire dei palazzi. Ricordo ancora una serata furibonda in circoscrizione e gli ultras che dissero più o meno: 'Cominciate pure a costruire, al primo piano arrivate, ma sul secondo qualche dubbio ce l’abbiamo'. Le autorità si spaventarono. Alla fine si decise che i palazzi sul Filadelfia non si sarebbero fatti. In quegli anni tante persone hanno combattuto perché quel luogo non sparisse definitivamente".
Da quelle battaglie si arrivò poi anche alla Fondazione Filadelfia. Che cosa rappresentò quel passaggio?
"Fu il risultato di un percorso lunghissimo. Dentro c’erano il Comune, la Regione, allora anche la Provincia, le varie componenti della tifoseria, Memoria Storica. Era il tentativo di mettere insieme tutte le anime che avevano combattuto per quel luogo e finalmente arrivare a una gestione stabile del Filadelfia".
Una parte importante di quella memoria è finita anche nel Museo del Grande Torino. Che rapporto ha avuto con il Museo?
"Io e mio marito abbiamo cominciato questo percorso dal 1999. Lui ha dato l’anima per il museo. Abbiamo vissuto anche gli anni di Superga, quando c’erano soltanto due o tre stanzette, prima di arrivare a Grugliasco. A Torino non riuscivamo ad avere uno spazio e alla fine fu il sindaco di Grugliasco, che era juventino, a darci Villa Claretta".
Grasso: "Del Grande Torino è rimasto perfino un odore"
Tra gli oggetti e i materiali legati al Filadelfia, quali sono quelli che colpiscono di più ancora oggi?"Ce ne sono tanti, ma penso per esempio alla canfora che veniva utilizzata ai tempi del Grande Torino per i massaggi dei giocatori. È ancora conservata e, quando si apre il contenitore, dopo tutti questi anni se ne sente ancora l’odore. Io trovo impressionante che una cosa del genere sia arrivata fino a noi. Fa capire quanto sia stato importante recuperare e conservare quei materiali, perché non è rimasta soltanto la memoria visiva: è rimasto perfino un odore".
C’è qualcosa del vecchio Filadelfia che vorrebbe rivedere ancora oggi?
"Sì, quel grande cartellone con i giocatori del Grande Torino che c’era quando Fiammengo rifece la tribuna. Arrivavi da via Tunisi e avevi davanti quei volti: sembrava che ti accogliessero. Era bellissimo. Io ci ho lasciato il cuore. Non so dove sia finito e sto cercando di capirlo: ho telefonato anche a Fiammengo, ho rotto le scatole a mezzo mondo. Mi piacerebbe tantissimo rivederlo lì".
Perché ci tiene così tanto?
"Perché arrivando da via Tunisi aveva un impatto incredibile. Vedevi i giocatori del Grande Torino e sembrava davvero che ti accogliessero. E poi mi chiedo: è possibile che oggi non ci sia una foto del Grande Torino? È una cosa a cui tengo tantissimo".
Quindi questo è un appello?
"È un appello".
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