Intervista / “Tragedie diverse, ma con un impatto simile nella memoria collettiva”: due club, due città e una memoria che li avvicina

Due soli incontri sui terreni di gioco tra Torino e Bastia, entrambi nell’arco di sedici giorni. Questa squadra, orgoglio della Corsica, se associata ai granata non genera piacevoli ricordi sportivi. Era la stagione 1977-1978 e il Torino di Gigi Radice affrontava gli ottavi di Coppa Uefa. Arrivarono due sconfitte, sia all’andata che al ritorno. Alla storia passò quella del Comunale del 7 dicembre 1977, quando il Toro – con una doppietta di Graziani – aveva pareggiato il 2-1 dell’andata, prima di essere punito da Krimau, autore a sua volta di due reti. Che delusione per i 70.000 spettatori. Anche se, a dire il vero, tra di loro si potevano contare ben 20.000 tifosi corsi in estasi.In campo, a guidare il Bastia, c’era Claude Papi. Un numero 10 tutto tecnica e fantasia, simbolo regionale. Fu lui a trascinare il Bastia in un’insperata finale di Coppa Uefa, poi persa contro il PSV. Anche il Toro, quattordici anni dopo, si sarebbe scontrato sul più bello contro una squadra olandese, l’Ajax, uscendone sconfitto. Una prima similitudine tra due società e tifoserie che, più profondamente, sono legate anche da destini ben più tragici.

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La storia del loro giocatore più rappresentativo ricorda molto quella di Gigi Meroni. Claude Papi è morto quando già si era ritirato, durante una partita di tennis. Aveva soltanto 33 anni quando un aneurisma cerebrale se lo portò via. Ma sono soprattutto due fatti dolorosi, che ricorrono un giorno dopo l’altro, ad accomunare le due tifoserie: il 4 maggio 1949, la Tragedia di Superga; il 5 maggio 1992, la Tragedia di Furiani, dove, poco prima della semifinale di Coppa di Francia tra Bastia e Olympique Marsiglia, persero la vita 19 persone.

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“Il 5 maggio 1992 avevo quattro anni e, all’epoca, mio padre era tecnico presso la radio RCFM. Andò quindi a lavorare e, come tutti i giornalisti, fu sistemato proprio in cima a quella tribuna Nord. Era presente quel giorno, quando la tribuna crollò, ed è poi deceduto alcuni giorni dopo a causa delle ferite”. Josepha Guidicelli ricorda, ripercorrendo una tragedia nata in quella che doveva essere una giornata di festa. “Quella partita era davvero molto attesa in Corsica. Non era attesa solo perché opponeva il piccolo, cioè lo Sporting Club de Bastia, al grande OM dell’epoca. Bastia era ricoperta di bianco e blu. Era la partita in cui bisognava esserci”. L’OM si presentava a Bastia da campione di Francia e da finalista della precedente Coppa dei Campioni, mentre il Bastia militava in Division 2. Una sfida impari, ma capace di accendere un’intera isola. In città suonano i clacson. La gente è felice. Tutti vogliono esserci. A quel punto il problema diventa uno solo: lo stadio di Furiani. Deve ampliarsi per ospitare tutta quella gente.

Dopo il sorteggio delle semifinali viene presa una decisione drastica: demolire la tribuna Claude Papi, da 750 posti, per costruire una struttura metallica e portare la capienza a 18.000 spettatori. La società Sud Tribune viene incaricata di realizzare una tribuna da 9.300 posti. In pochi giorni la struttura viene completata. O meglio, quasi. Alle 16, quando vengono aperti i cancelli dello stadio, i lavori non sono ancora finiti. I tecnici cercano di consolidare la tribuna con mezzi di fortuna. Qualcuno è preoccupato. Ma nessuno vuole rinunciare.

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La targa commemorativa al Ministero dello Sport francese

La folla si alza, canta, urla. La tribuna si muove. Qualcuno dice che sembra di stare su una barca. Lo speaker chiede di non battere i piedi. Alle 20.20 succede tutto. Una parte della tribuna si inclina. Poi crolla. In pochi secondi trascina con sé circa 2.000 persone. Si sente un fragore indescrivibile. Poi il silenzio. Poi le urla. “Era davvero un momento di festa e di gioia. Ed è proprio questo il grande contrasto di quella giornata. Doveva essere solo felicità: tanti giovani erano venuti per assistere alla partita e, alla fine, quella festa si è trasformata in un incubo in una frazione di secondo”. Il bilancio definitivo fu di 19 morti e 2.357 feriti. Molti di loro avrebbero convissuto con gravi conseguenze per tutta la vita. Per Guidicelli, oggi presidente del collettivo delle vittime di Furiani, la memoria non è solo un fatto personale, ma una responsabilità. “Io sono presidente del collettivo e, quando si è alla guida di un’associazione del genere, non lo si fa per ambizione personale, ma perché si mantenga viva la memoria”, spiega. “All’epoca sono stata molto protetta. Ma, vedendo passare gli anni e rendendomi conto che si programmavano partite di calcio il 5 maggio, e che perfino i commentatori non avevano una parola per le vittime, pensavo: non è possibile che questo dramma cada nell’oblio. È la più grande tragedia dello sport francese. Per questo ci siamo battuti per ottenere un riconoscimento nazionale”. Un impegno che ha portato a risultati concreti: una targa commemorativa al Ministero dello Sport francese e una legge che vieta le partite di calcio professionistico il 5 maggio.“È stato un sollievo. Finalmente un riconoscimento concreto e duraturo alla memoria delle vittime”, aggiunge. “Non è stato un incidente, ma il risultato di scelte e decisioni prese da persone con interessi finanziari. È stata una catena di responsabilità che ha portato alla catastrofe”, denuncia. "È stata fatta una doppia biglietteria: sono stati venduti più posti di quanti ce ne fossero realmente disponibili”.

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La conferenza sulle più grandi tragedie del calcio europeo

Emblematica la storia di Karine Grimaldi: “Era andata alla partita con la sorellina. Avevano due biglietti per la tribuna sud, ma furono spostate in nord. Per vedere meglio salirono in cima. La sorella minore è morta e Karine è rimasta su una sedia a rotelle”. Solo il costruttore della tribuna è stato condannato al carcere. Gli altri hanno ricevuto pene con la condizionale.“Le responsabilità vengono spesso rimpallate.

E così non c’è stata una vera giustizia per Furiani”. Per questo il lavoro del collettivo continua. “Per interessi personali sono state accettate decisioni gravissime: niente permessi, documenti falsi, materiali non adeguati. Tutto questo ha portato al crollo. È questo che dobbiamo trasmettere ai giovani”, ribadisce.“Adesso andiamo nei centri di formazione, nelle scuole, nei club. Parliamo con i ragazzi, organizziamo laboratori, tornei, attività. Trasmettiamo i valori dello sport".

In Piemonte, il Toro Club Condove e Valsusa, presieduto da Rosario Decrù, ha realizzato nel 2022 una panchina divisa a metà: granata e blu, come i colori del Bastia.“Non siamo mai stati a Superga, anche se lo abbiamo sempre desiderato. Ma le commemorazioni sono il 4 maggio per voi e il 5 per noi, ed è difficile conciliare le due cose”, racconta.“Nel 2015 abbiamo organizzato una conferenza a Bastia sulle grandi tragedie europee. C’erano anche rappresentanti legati al disastro dell'Heysel. Furiani, Heysel e Torino: eventi diversi, ma uniti dalla memoria. È stato un momento molto importante”. “In fondo, arriva sempre un momento in cui bisogna ricordare. Per rendere omaggio alle vittime, ma anche per vigilare, perché tragedie del genere non si ripetano”, conclude.
Incontri che nascono dal dolore, ma che creano legami profondi. “Anche se le cause sono diverse, il fatto che tutto ruoti attorno al calcio crea un legame molto forte. Sono tragedie diverse, ma con un impatto simile nella memoria collettiva. Il Grande Torino per l’Italia, Furiani per la Francia. È questo che ci unisce: esperienze diverse, ma un dolore in cui ci si riconosce.

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