Scudetto 50/Le lacrime di gioia per il campione che da muro divenne leggenda

Era l'epoca dei soprannomi. Fateci caso, quante volte parlando di campioni di altri tempi si racconta di soprannomi dalla grande fantasia e che ben descrivono, come epiteti, il carattere o le caratteristiche di quei campioni? Quando Federico Buffa rideva della poca fantasia utilizzava dai romani per "Er Pupone", forse dimenticava che ci fu un periodo in cui anche gli italiani sapevano come accogliere e raccogliere il proprio amore verso un idolo. La storia granata non è da meno, partendo dalla "Farfalla Granata" e arrivando ai "Gemelli del gol". Era, però, anche l'epoca delle grandi penne. E, come spesso accadde, la responsabilità finì sulla stilografica di Gianni Brera, che diede a Luciano Castellini il soprannome di "Giaguaro".

castellini

"Quando vinci uno scudetto con la maglia del Toro, tutto ciò che hai fatto prima e quello che farai dopo non conta più nulla", racconterà Castellini, che come molti altri di quella squadra, ad oggi è ricordato come uno dei migliori della storia del Toro. Se Gigi Radice ebbe la possibilità di rivoluzionare il gioco del calcio, certamente fu anche per merito di una sicurezza: la consapevolezza che dietro, davanti a Castellini, non si passava affatto. Arrivato nell'estate del 1970 dal Monza, il "Giaguaro" fu fondamentale da subito: prima stagione, primo trofeo. Sulla Coppa Italia del 1971 di almeno dieci mani che tutt'ora la sollevano in alto, verso gli Invincibili, certamente due sono sue, con le due respinte sui calci di rigore di Rivera - all'epoca erano calciati da un solo giocatore. Da quel momento in poi, a nessuno fu data la possibilità - e neanche l'intenzione, a dire il vero - di spodestare da quei pali Castellini.

Di anno in anno la crescita costante del "Giaguaro" si accompagnò a una frustrazione altrettanto crescente di una squadra, quella granata, costruita per vincere e che, invece, faticava a ripetere la gioia di inizio decennio. Ricostruire un capitolo già funzionante era la soluzione. "Le nostre due annate magiche sono state frutto di buone scelte, fu preparata bene la strada. Io venivo dal Monza, prima di me venne sempre dal Monza Claudio Sala e dopo di me Patrizio Sala. Eravamo una grande squadra che si è formata nel tempo", ha raccontato Luciano Castellini in esclusiva ai nostri microfoni di Toro News nella mattinata di oggi, lunedì 11 maggio. E insieme a loro proprio il tecnico che, sempre al Monza, aveva lanciato il "Giaguaro" tra i pali della Serie B facendo di lui un campione da Serie A e da Nazionale: Gigi Radice.

Allora sì, la stagione giusta. Il Toro inizia a macinare vittorie e anche se a un certo punto della stagione si trova cinque lunghezze dietro la Juventus capolista - all'epoca i punti per vittoria erano due - comincia lo stesso a credere nel successo. "La consapevolezza è nata strada facendo. Battere la Juventus non era facile", ci racconta Castellini, con quella serenità di chi, alla fine, lo scudetto l'ha vinto. Il 16 maggio 1976 tutte le lacrime del "Giaguaro" Castellini, che si commosse nel giorno del titolo davanti alla festa granata. Il suo modo per buttare fuori tutte le tensioni di una stagione ora di successo ma prima, certamente, di grande fatica e sacrificio. "Il lato umano di un campione", dirà qualcuno. Ma in realtà, se si parla di Castellini, si parla forse del giocatore più emotivo del gruppo dello scudetto del '76. E lo sa chi, l'anno dopo, ebbe la possibilità di assistere a quella stramba partita di Coppa dei Campioni tra Borussia Mönchengladbach e Torino, quando la formazione granata terminò, sconfitta, il match contro i tedeschi in otto uomini, con la terza espulsione proprio del "Giaguaro", uscito in maniera scellerata tra i pali solo tre giri d'orologio dopo il rosso sventolato in faccia a Zaccarelli.

Di quell'emotività, però, nel maggio del 1976 ne resta solo una grande gioia. Anzi, due grandi gioie. La prima il 16 maggio, nel corso della festa, nel primo dei due momenti di quei giorni in cui il "Giaguaro" mostrò il proprio lato umano e sensibile. La seconda, qualche giorno dopo. "Tutto il Torino in giacca e cravatta. Castellini anche col gilet, e un po' di commozione perché al centro della festa è lui con la bionda Paola Ponte, da ieri mattina Paola Ponte in Castellini", racconta l'edizione de "La Stampa" in uscita la mattina del mercoledì 19 maggio 1976, tre giorni dopo lo scudetto. Sono le nozze del "Giaguaro", che, insieme al suo testimone e grande amico Dino Zoff, torna a commuoversi e si dirige, ancora una volta, verso l'Hotel Sassi - dove la formazione granata trascorreva le vigilie delle gare casalinghe - per il rinfresco di uno dei giorni più belli della sua vita. E in quei giorni, di "quei giorni più belli della sua vita", il "Giaguaro" ne ha vissuto qualcuno. Le lacrime... E che lacrime!

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