Il 15 ottobre 1967 moriva la Farfalla granata, a soli 24 anni. La sua storia si intreccia con quella di Tilli Romero e con il legame speciale con Sandro Mazzola, scomparso a settembre

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Per alcuni era un eccentrico, per altri un tipo strano. Per tutti, era un campione. Gigi Meroni fu la nota punk di un calcio che pretendeva ordine anche fuori dal campo: capelli lunghi, baffi, abiti fuori dagli schemi e un pallone trattato come uno spazio di libertà. La Farfalla granata aveva il dribbling imprevedibile, la fantasia di chi non seguiva percorsi obbligati e il coraggio di cercare sempre la giocata. Ridurlo alla sua immagine da "quinto Beatles", però, sarebbe ingiusto: in campo era un fuoriclasse, un’ala in grado di accendere lo stadio e cambiare una partita con una delle sue accelerazioni. Il Toro e Torino lo adottarono come simbolo di talento e anticonformismo. Il 15 ottobre 1967, a soli 24 anni, la sua vita si spezzò. La leggenda, invece, rimase intatta.

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Meroni e Mazzola, baffi da campioni

Il ricordo della Farfalla, quest’anno, si intreccia anche con quello di Sandro Mazzola, scomparso a settembre all’età di 83 anni. I due erano molto amici, nonostante vestissero maglie diverse: Mazzola era la bandiera dell’Inter, figlio di Valentino, il capitano del Grande Torino; Meroni era il talento ribelle che aveva conquistato il popolo granata. Si erano conosciuti e frequentati in Nazionale, condividendo anche momenti lontani dalle rivalità del campionato. Mazzola raccontò con affetto un episodio legato ai baffi che entrambi avevano scelto di portare: durante un Inter-Torino, i due scherzarono su chi li avesse fatti crescere per primo, ribattendo "Prima io" e "No, prima io". Un siparietto che restituisce la confidenza tra due campioni appartenenti a mondi calcistici rivali, ma legati da una sincera amicizia. A 59 anni dalla morte di Meroni, la scomparsa di Mazzola aggiunge a questo anniversario una seconda assenza. Restano le loro storie, il ricordo di un calcio diverso e quel legame tra due uomini che, ciascuno a modo proprio, hanno lasciato un segno indelebile nella memoria degli appassionati.

Tilli Romero, il tifoso che investì il suo idolo e che poi divenne presidente del Torino

La sera del 15 ottobre 1967, dopo il 4-2 del Torino sulla Sampdoria, Meroni stava rientrando a casa insieme al compagno Fabrizio Poletti quando fu investito dalla Fiat 124 guidata da Attilio "Tilli" Romero, diciannovenne e tifosissimo granata. L’urto lo scaraventò sulla corsia opposta, dove fu travolto da una seconda automobile. Gigi morì all’ospedale Mauriziano poco dopo. Romero aveva le fotografie della squadra e del suo idolo alle pareti della camera, le cronache dell’epoca raccontarono lo choc e la disperazione del giovane che faticava a trovare le parole per esprimere il proprio dolore: "Meroni era per me, per noi del Club granata, un simbolo. Era Meroni, e basta". Trentatré anni più tardi, nel 2000, la storia avrebbe aggiunto un altro capitolo incredibile: proprio Romero sarebbe diventato presidente del Torino, incarico mantenuto fino al 2005. Il giovane tifoso coinvolto nella tragedia si ritrovò così, decenni dopo, alla guida del club di cui Meroni era diventato una leggenda.

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