Nessuna chiamata al Var e zero rigori: il nuovo metro arbitrale funziona davvero?
A Torino la difesa è ancora un problema... (VIDEO)
Tre giornate, trenta partite disputate, zero chiamate al monitor, zero rigori assegnati: mai successo nella storia della Serie A. E una sola espulsione per proteste. Il messaggio del nuovo corso arbitrale targato Daniele Orsato è chiaro: meno fischi, meno interventi del Var, più responsabilità all'arbitro. E va bene. Anzi, probabilmente era necessario. Dopo anni in cui il calcio è stato spesso spezzettato dalle revisioni al monitor e dalle decisioni prese centimetro dopo centimetro, - non sempre correttamente - serviva restituire ritmo e spettacolarità alle partite e centralità a chi le dirige. Ma tra lasciar correre e lasciar passare esiste una differenza sottile. Ed è proprio su quella linea che le prime tre giornate possono lasciare qualche interrogativo.
Gli episodi più eclatanti
Perché gli episodi non sono mancati. Dal contatto De Bruyne-Vasquez nell'azione del gol del Napoli a Genova, con il difensore genoano che protesta per una spinta, al mani di Vlasic contro il Milan. Dal possibile rigore per il contatto Dragusin-Monterisi in Frosinone-Torino fino all'episodio De Winter-Kolo Muani nell'azione che porta al gol di Cissé in Juventus-Milan. Situazioni diverse, con dinamiche e interpretazioni differenti, che non possono essere messe tutte sullo stesso piano. Ma con un elemento comune: mai una di queste ha portato l'arbitro davanti al monitor. E proprio il caso Vlasic fa riflettere. L'episodio è stato successivamente considerato da rigore dai vertici arbitrali, nonostante in campo non sia stato assegnato nulla. E la nuova interpretazione sui falli di mano sembra aver già mostrato quanto possa essere sottile il confine. Lo si è visto anche in Torino-Monza di Coppa Italia, con il rigore prima assegnato per il mani di Lucchesi e poi revocato dopo la revisione al monitor. Anche gli episodi Dragusin-Monterisi e De Bruyne-Vasquez sono stati letti in maniera differente dagli opinionisti arbitrali rispetto alla decisione presa sul campo. Il punto, allora, non è pretendere che il Var intervenga a ogni contatto. Se la nuova linea è quella di lasciare più responsabilità all'arbitro, è una scelta legittima. Ma bisogna capire dove finisce la discrezionalità e dove comincia l'errore evidente.
A cosa serve il Var?
Perché il Var non deve diventare il protagonista delle partite. Su questo si può essere tutti d'accordo. Ma nemmeno bisogna trasformarlo in un paracadute chiuso nell'armadio, da tirare fuori soltanto quando ignorare un errore è impossibile. Il dato delle prime tre giornate è certamente curioso: zero rigori, zero chiamate al monitor. Gli stessi allenatori, da Allegri a Chivu, passando per ex tecnici di grande esperienza come Capello, hanno sottolineato positivamente la nuova conduzione delle gare. Può essere il segnale di un calcio che ha finalmente ritrovato una misura. Oppure l'inizio di un pendolo che, dopo anni in cui il Var è stato accusato di essere troppo protagonista, sta andando nella direzione opposta. La vera sfida di Orsato non sarà dimostrare che gli arbitri possono fare a meno del Var. Sarà dimostrare che sanno quando usarlo e, soprattutto, quando non usarlo. Perché restituire potere agli arbitri è giusto. Ma non trasformare il potere in infallibilità.
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