Torna Appuntamento con la Storia, la rubrica su Toro News di Marco Severini

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Torino, Adam Sandler con la maglia granata: il video è virale!

La meritata vittoria in Turchia ha ridato fiducia al Club Italia, senza peraltro dissipare le molteplici ombre di natura societaria, organizzativa e tecnica: il prossimo, probante test con la Francia ci dirà se la vittoria in una landa del fu Impero ottomano è stata una rondine che non fa primavera oppure altro. Intanto, in casa Toro continuano ad allenarsi coloro che non hanno partecipato alle partite delle Nazionali.

E in molti continuano a chiedersi che stagione sarà quella del Toro di Abate: di ricostruzione effettiva o una delle tante estremamente monocordi alle quali siamo ormai assuefatti? Persistono segnali contrastanti e ciascuna delle due suddette teorie per il momento trova campo. Ma per quanto tempo?

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A volte è davvero impossibile vedere se ci si trova circondati da una nebbia fitta, reale o metaforica poco cambia.

La storia ci ricorda che di periodi critici l’ambiente granata ne ha vissuti non pochi.

Quello dei primi anni Cinquanta fu uno di questi, un frangente in cui ogni stagione sembrava ripetersi. La stagione 1950-51 segnò effettivamente l’inizio di una fase tormentata: dopo aver portata a casa due vittorie tra le mura amiche contro Padova e Sampdoria e un pareggio (3-3 a Firenze contro i viola, dopo essere stato per due volte avanti), il Toro giunse quart’ultimo, salvandosi alla penultima giornata, battendo 2-1 l’Inter al Filadelfia (10 giugno 1951); il miglior marcatore fu l’argentino Santos di cui abbiamo parlato la scorsa settimana, anche se la sua vena realizzativa risultò dimezzata rispetto al campionato precedente. Vittorio Pozzo commentò che l’Inter aveva giocato male, il Toro bene e i tifosi granata gioivano non per uno scudetto, ma per aver evitato la retrocessione: «Tutto è relativo, anche nelle grandi gioie».

Pure la stagione successiva (1951-52) si rivelò particolarmente tribolata per il Toro e fu evidenziata dall’avvicendamento in panchina: dalla prima alla 27a giornata i granata furono guidati da una loro bandiera, Mario Sperone (1905-75), talentuoso centrocampista piemontese nato a Priocca, nel Cuneese, e morto a Torino. Sperone fu un grande allenatore, che qualcuno ha chiamato “demiurgo” – ma neanche lui riuscì a contenere l’andamento altalenante dei granata che alternarono nette sconfitte a una decisa ripresa nel mese di dicembre allorché infilarono tre pareggi (tra cui il derby casalingo a reti bianche, 2 dicembre 1951) e due consecutive vittorie per 2-0, prima sul campo del Palermo e poi al Filadelfia contro la Sampdoria, davanti a 16.000 spettatori.

Ma tra gennaio e marzo si verificarono soltanto due vittorie (con Spal, il 17 febbraio, e Inter, il 9 marzo 1952) cosicché venne chiamato a guidare la squadra Oberdan Ussello.

Granata purosangue, nato a Torino (1917-2002) e residente in via Filadelfia, era stato un’ala granata formidabile, partendo dalle Giovanili per poi giocare in prima squadra nel 1935-36 e nel biennio 1940-42, militando per il resto nel Vigevano e nella Biellese con cui aveva intrapreso il suo primo anno da allenatore (1947-48); seguì quasi un ventennio – inframmezzato da tre anni a Firenze – sulla panca granata come allenatore ragazzi, vice e primo allenatore: come responsabile del settore giovanile del Torino, vinse tre campionati Primavera e scoprì giocatori talentuosi destinati a una brillante carriera.

Il cambio in panchina portò una serie di successi casalinghi, seguiti però da sconfitte in trasferta che complicarono il cammino: i granata si salvarono all’ultima giornata, pareggiando il 22 giugno 1952 0-0 con l’Udinese, davanti ad appena 7.800 spettatori. Miglior realizzatore fu un altro argentino, Josè Florio (10 reti) e tra i nuovi giocatori si distinse il tedesco Horst Buhtz (1923-2015), centrocampista che lasciò un forte segno.

Fatto sta che solo il presidente Novo costituiva l’anello di congiunzione tra lo splendido passato, il presente incerto e un futuro da costruire. Non riuscendo nell’ impresa di ricostruire una squadra degna del Grande Torino, si dimise nel 1953, lasciò la presidenza a una reggenza composta, tra gli altri, dall’ingegnere Dino Lora Totino (1900-80) che di lì a poco sarebbe stato il primo a mettersi a scavare per realizzare il traforo del Monte Bianco.

Il contesto generale continuava a essere nebbioso: mentre le squadre più titolate si rinnovavano, il Toro cercava di assemblare un parco-giocatori discreto a cui mancava l’identità di squadra e di gioco del decennio precedente.

Così, la stagione 1953-54 ripeté le alterne vicende delle ultime quattro: tra gli arrivi, l’attaccante toscano Quinto Bertoloni che, in sei anni (1953-59) granata, fece registrare 136 presenze e 21 reti. Il pessimo inizio – una vittoria, due pareggi e quattro sconfitte – si rivelò prodromico a una serie di avvicendamenti: in panchina a Ussello subentrò il friulano Luigi Miconi, alla direzione tecnica, allontanato l’inglese Jesse Carver il 26 ottobre, giunse il friulano Annibale Frossi (1911-99) che come giocatore aveva militato per 16 anni in formazioni dell’Italia settentrionale (soprattutto nell’Ambrosiana-Inter), segnalandosi per una particolarità: afflitto da miopia fin da giovanissimo, corresse il disturbo utilizzando gli occhiali dai quali non si separava mai, neanche in campo, assicurandoli con un elastico intorno alla nuca.

Grazie agli occhiali di Frossi – medaglia d’oro olimpica e capocannoniere a Berlino nel 1936; laureato in legge e soprannominato, anche per le sue teorie difensiviste, il dottor Sottile –, i granata persero di meno e pareggiarono di più, giungendo noni con 33 punti.

A volte per vedere oltre la nebbia basta un semplice paio di occhiali: reali o metaforici decidetelo voi.

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