La situazione attuale è disastrosa, la disaffezione evidente e il legame tra società e piazza è consumato. Eppure, il tempo delle polemiche è finito.

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#CuoreGranata - Una Cartolina da un Paese diverso: verso il 4 maggio

Non riesco ancora a digerire quello che è successo con Vanoli. Un allenatore che aveva restituito compattezza, identità e dignità a un intero ambiente, liquidato senza un vero perché. Invece di difendere quel patrimonio costruito tra mille difficoltà, la società ha preferito voltargli le spalle. Non è stato solo un torto a lui, ma un messaggio indiretto a noi tifosi: trascurati, non ascoltati, poco rispettati. E questo, proprio nella stagione che stiamo iniziando, pesa. Perché il Toro non è fatto di numeri, contratti o figurine: il Toro è fatto di Tifosi e di Persone straordinarie. Eppure, il tempo delle polemiche è finito. Lunedì ricomincia il campionato e, che ci piaccia o no, il Toro ha bisogno di ritrovare il suo cuore: i tifosi.

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La situazione attuale è disastrosa, la disaffezione evidente. Negli ultimi anni il legame tra società e piazza si è consumato. La scorsa stagione, grazie al lavoro del marketing e di Vanoli, lo stadio aveva ricominciato a riempirsi, a tornare caldo come solo il Grande Torino sa essere. Eppure, oggi i numeri raccontano l’opposto. Non parliamo dei social, dove è stato fatto un lavoro importante, ma di empatia reale, di comunicazione diretta, di ascolto reciproco: ed è qui che la società ha alzato muri.

Secondo StageUp e Ipsos, il seguito granata è sceso da circa 462.000 a 409.000 tifosi in un solo anno, segnando un –11,5%: uno dei cali più drastici della Serie A, che invece nel complesso ha registrato un +4,7%. Peggio del Toro solo Monza ed Empoli, entrambe retrocesse.

In questi giorni ho ascoltato le parole di Gianluca Petrachi, che ha colto un punto cruciale: la stanchezza di un’intera città e il bisogno di una nuova spinta. "Il pubblico granata è desideroso di una nuova spinta e la città di Torino è stanca. Nelle ultime stagioni l’andamento è stato costante ma privo di emozioni o obiettivi importanti", ha detto, aggiungendo di aver rivolto il consiglio direttamente al presidente Cairo. Una diagnosi lucida: i numeri non sono solo il frutto dei risultati, ma di una perdita di entusiasmo diffusa.

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Il Toro non retrocede, ma non cresce. Resta fermo, in un limbo che non accende entusiasmo. In questa immobilità, i tifosi si sentono lasciati soli. Manca comunicazione, manca un progetto condiviso, manca la percezione che la nostra passione conti davvero. E spiace dirlo, ma le continue interviste del Presidente, sempre con le stesse frasi ormai note a tutti, non aiutano noi, non aiutano lui e non aiutano il Toro.

Il popolo granata non può vivere di routine. Ha bisogno di sentirsi parte di un sogno, anche se quel sogno non è lo scudetto: basta lottare insieme, con dignità, fino all’ultimo minuto.

E ora la responsabilità passa a Marco Baroni. Un allenatore serio, preparato, che ha dimostrato di saper costruire gruppi solidi e competitivi. Ma qui, al Toro, la sfida è doppia: non basta allenare bene, serve accendere subito la scintilla con i tifosi. La piazza granata deve sentirlo vicino, deve riconoscersi nella sua squadra. Solo così il lavoro quotidiano può trasformarsi in entusiasmo, e l’entusiasmo in appartenenza.

Un segnale di sintonia lo ha già dato Giovanni Simeone: senza fronzoli, senza telecamere, si è recato a Superga. Un gesto semplice e profondo, che dimostra quanto abbia compreso l’essenza del Toro e la necessità di entrare subito in armonia con la nostra storia. È la mano tesa che aspettavamo, il tipo di rispetto che ci fa sentire presenti. Ed è stato emozionante anche risentire il nostro Capitano, Duván Zapata, raccontare il momento della lettura dei nomi dei nostri Invincibili. Sarà lui a riaccendere la passione? Noi tutti preghiamo che sia così.

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Si può discutere quanto si vuole di Urbano Cairo, ma su una cosa non ci sono dubbi: senza la sua gente, il Toro perde se stesso. Un allenatore può lavorare, i giocatori possono correre, ma se sugli spalti manca la voce dei tifosi, manca l’anima.

Noi non siamo un accessorio. Siamo il cuore pulsante. Siamo noi a trasformare una partita in epopea, un gol in leggenda, un campionato in festa. Se questo cuore non batte, il Toro diventa una squadra qualunque.

Da dove ripartire? Tre punti chiari e indispensabili:

  • Una squadra che lotti – i granata possono accettare di perdere, ma mai di arrendersi.
  • Una società trasparente – capace di spiegare le scelte, mostrare una direzione, riconoscere il valore dei suoi tifosi.
  • Un patto con la gente granata – non uniformità di pensiero, ma rispetto reciproco e senso di appartenenza.

Il Toro è caduto mille volte e mille volte si è rialzato. Ma oggi la sfida non è solo resistere: è ritrovare la propria anima. I numeri parlano di un calo, ma la storia granata insegna che nei momenti più bui nasce sempre la luce. Il Toro non è una società di calcio qualunque: è una fede, un’identità, un’eredità che si tramanda. E finché ci saranno i Tifosi che cantano, soffrono e sognano per questa maglia, io mi sentirò parte di qualcosa di unico. Buon campionato ragazzi, e che sia davvero da Toro.

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Sono business partner di uno dei principali player internazionali nella formazione aziendale dove promuovo il cambiamento e il miglioramento delle prestazioni individuali e di squadra all’interno delle organizzazioni. Lo sviluppo delle competenze, la ricerca dell’empatia e la comprensione delle persone mi portano a vivere la vita e l’innovazione come fattori positivi e distintivi delle relazioni.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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