Torna Loquor: "Abbracciare ora Valentino e ricordare insieme il ventre della balena, chissà… resta la certezza che noi li abbiamo amati"

Lo vedevi nei suoi occhi che non c’era stato congedo, riflettevano una malinconia di una fotografia rimasta impressa nell’anima da quel tardo pomeriggio di maggio del 1949. La vita è composta da versi che hanno bisogno di esperienza per essere ipotizzati e poi vissuti dal cuore, e per Sandro Mazzola in qualche modo c’era una parte di un tutto che si era disperso per sempre quando il fato impedì al Grande Torino di rientrare a casa. Il filo improvvisamente non c’era più, si era spezzato, e il rischio di trovarsi smarrito nel labirinto della vita a quel punto era altissimo. Sia per lui, che per il fratello Ferruccio. Occorre saper dimenticare, avere a portata di mano un fiume Lete da cui bere e farsi ristorare dall’oblio. I ricordi perseguitano e sono sempre momenti in cui il cuore si contrae, anche fossero quelli più lieti: ”la prima volta che andai a giocare al Filadelfia -ricordò in una intervista il figlio di Valentino-, lo stadio di mio padre, rimasi male perché nessuno mi venne a dire una parola, nessuno del Toro a salutarmi. Venne solo Zoso, il vecchio magazziniere di mio papà; mi portò giù nello spogliatoio: si era preso lui il suo stipetto e sotto, mi fece vedere, aveva messo quello con il mio nome”. Nella professione di calciatore c’è stata solo la “Beneamata”, ma l’anima era rimasta lì, in quello stadio “Filadelfia” dove era stata mascotte di uomini che, secondo i giudizi espressi da tutte le latitudini della memoria e della letteratura del calcio, erano stata la più grande squadra di calcio inviata sparsa da Dio sulla terra per poi essere ricomposta con la pazienza di Ferruccio Novo in maglia Granata.

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“Io sono cresciuto da Toro”, soleva ripetere con quell’incanto Granata che non l’aveva mai abbandonato; ma poi la vita porta su altri sentieri e l’Inter è stato il viaggio della sua esistenza per cercare di dimenticare un dolore impossibile da dimenticare. Mazzola era figlio di un altro tempo, dove se la prosa diventava letteratura non era per marketing o incontinenza verbale, ma per un qualcosa di significativo che realmente era accaduto. “Quando andavo a Torino a giocare –ricordava- e si vedeva la Basilica, per me era sempre una cosa che mi rintronava. Mi rivedevo bambino con mio papà che andava al campo, perché lui mi portava agli allenamenti, mi portava alla partita”. Gli si illuminavano gli occhi quando parlava degli “Invincibili”: “stavo nello spogliatoio a vedere quei giocatori, prendevo il pallone e mi mettevo a palleggiare, e ogni tanto nelle partitelle mi facevano giocare. Tornavo a casa e mi sembrava di essere un giocatore del Toro”. Quando parlava del Toro dava l’idea di non essersi mai mosso dal “Filadelfia”, che tutto si era compiuto in quei primi sette anni della sua vita, e in seguito ogni cosa era stata semplicemente la ratificazione di una vita che andava vissuta. Nella sua apologetica Granata dimenticava di essere stato uno dei più grandi calciatori del nostro sport più amato, capace di illuminare lo stadio “San Siro” con la sua progressione, la sua tecnica, la sua finezza tattica. E’ stato figlio di Valentino anche nel contribuire a far rinascere il calcio italiano dopo il lungo periodo buio degli anni 50. A Superga non si era schiantata solo una squadra di calcio, ma tutto il nostro movimento calcistico che non aveva avuto ancora il tempo di creare una sua nuova primavera; la “Grande Inter” messa in piedi da Angelo Moratti ed Helenio Herrera aveva avuto il merito, insieme al Milan, di restituirci la grandezza scomparsa con la tragica fine del Grande Torino. Il destino è imprevedibile mentre scrive le sue cose, però ha una sua logica. Il celebre dualismo con Gianni Rivera, favorito anche dalle indecisioni del Ct della nazionale Ferruccio Valcareggi, non lo visse mai come una contrapposizione, probabilmente perché conscio delle differenze con il talentuoso giocatore del Milan. Sarebbe davvero difficile spiegare a chi ha conosciuto esclusivamente il calcio italiano del nuovo millennio, lo spessore di due giganti come Sandro Mazzola e Gianni Rivera. Il tentativo probabilmente farebbe scaturire solo incredulità.

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Arriva un momento, a volte con l’intuito più spesso con la saggezza dell’età, in cui si capisce quanto si abbia bisogno dell’altro mentre l’universo rotea le sue vicende. “Sandrino” era stupito da Alfredo Di Stefano, da Ferenc Puskas, da Pelè, e anche da Gianni Rivera, era una sorta di “Harry Potter” con la tendenza di essere Giona appena uscito dal ventre della Balena, che per lui ovviamente era il “Filadelfia”. “Lo dicevano, sì quando ero ragazzo molti lo dicevano che non potevo diventare bravo come mio padre”, mentre avanti con l’età lo ricordava non sembrava infastidito, c’era orgoglio per quelle critiche che in fondo rimarcavano la grandezza dell’amato genitore e anche la consapevolezza che in certe occasioni lo scetticismo è giustificato. Due grandi giocatori nella stessa famiglia hanno la stessa improbabilità di due vincite consecutive al “Superenalotto”. Questo non vuol dire che non ci fosse, nell’allora ragazzino Mazzola, dolore nel sentire certi giudizi. Deve essere stata un’altra montagna da scalare dopo quella di accettare che suo padre se lo era portato via il costone di una collina. Se sei stato un calciatore del 900 il calcio del nuovo millennio magari lo guardi con piacere e curiosità ma mai con passione, nessuno come te capisce quanto il gioco e l’atmosfera intorno ad esso siano cambiati. Così era anche per “Sandrino”. Il ventre della balena tornò a manifestarsi quando la Juventus per ben tre volte provò a comprarlo, ma il suo rifiuto fu fermo: “io quella maglia non avrei mai potuto indossarla”. L’Inter ha lenito il suo dolore, lo ha fatto diventare uomo e lo ha reso una persona celebre nel mondo, ma nel profondo quel congedo mancato non lo ha mai reso indipendente dall’ essere figlio di Capitan Valentino. La religione, la filosofia, gli scritti delle persone alla fine giungono tutti alla conclusione che la morte è semplicemente un ricongiungimento con l’eternità. Abbracciare ora Valentino e ricordare insieme il ventre della balena, chissà… resta la certezza che noi li abbiamo amati. Tutte e due. Non è poco.


CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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