Lasciarci le penne di Marco Bernardi: "Si dice che chi gioca in porta sia un po' strano, imprevedibile, istrionico, forse per reazione all'enorme peso emotivo da sopportare"
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Prima del calcio di rigore
Peter Handke - 1970
C'è un film del 1972 diretto da Wim Wenders che non ho mai visto. Non l'ho mai visto, ma il titolo mi affascina e mi torna alla memoria da tanto tempo: La paura del portiere prima del calcio di rigore. E' tratto dal romanzo Prima del calcio di rigore, scritto un paio di anni prima dall'austriaco Peter Handke, premio Nobel nel 2019. Non ho letto neanche il romanzo, ma ne conosco la trama: parla di un assassinio senza movente. E' una storia di paura e di alienazione lungo le strade di Vienna. Forse non ho mai voluto vedere il film o leggere il libro perché talvolta un titolo è talmente evocativo da contenere mondi e si teme di violarlo, scoprendo la storia che si nasconde dietro. Il protagonista è un portiere: si macchia di un delitto crudele e inutile, dopo il quale prova la stessa paura di quando si apprestava a parare un calcio di rigore.
Nel calcio, gioco di squadra per antonomasia, un solo calciatore è condannato alla solitudine, il portiere: solo all'interno dell'area, quando la squadra si riversa in attacco, solo davanti al tiro dell'avversario, solo davanti ai suoi errori, sempre macroscopici perché quando sbaglia lui il danno è enorme e il pubblico può accanirsi; solo, spesso, perfino nell'esultanza. C'è una splendida poesia di Umberto Saba, grande tifoso della Triestina, che si intitola Goal: si apre con l'immagine del portiere appena battuto, avvilito e consolato dai compagni mentre lo stadio impazzisce di gioia, e si chiude con il portiere della squadra avversaria che festeggia, solitario, vicino alla propria porta. Della festa – egli dice – anch’io son parte. E' forse ancor più solo del portiere sconfitto, che è il protagonista del proprio momento di scoramento e viene consolato. Lui, il vincitore, è terribilmente solo nella sua esultanza e il poeta lo guarda con emozionata dolcezza.
Si dice che chi gioca in porta sia un po' strano, imprevedibile, istrionico, forse per reazione all'enorme peso emotivo da sopportare. Voglio dedicare questo pezzo a Lucas Perri, estremo difensore di grande potenzialità, autore di incertezze che lo hanno subito esposto alle critiche e ai lazzi di chi non perdona gli sbagli. E' facile vedere l'errore del portiere: gli altri ruoli consentono lo svarione, trovando rimedio nel gioco di squadra, nel meccanismo che può riprendere e ricucire situazioni ingarbugliate. L'estremo difensore, ultima guardia della linea di porta, spesso non ha una seconda chance. E' solo davanti all'avversario, è solo ad affrontare la paura del calcio di rigore. Quella solitudine non conviene amplificarla con le critiche.
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