Loquor / Niente riesce a coinvolgere e ad unire la gente come il calcio
“Ho contattato dall’Irlanda la Federazione di Capo Verde su Linkedin, e sono stato convocato in nazionale”
Roberto “Pico” Lopes
Non so davvero come si faccia a non amare il calcio, come si possa rimanere estranei a tutto quanto questo gioco, in termini di sentimenti e partecipazione, possa andare ad influenzare. Niente riesce a coinvolgere e ad unire la gente come il calcio, unica cosa, nel mondo contemporaneo, a far sentire nel solco di un unico destino zone del mondo così diverse tra loro per cultura, religione, filosofia. Suggestivo è il video prodotto dai militari norvegesi intenti nella “Viking Row”, la remata con cui i tifosi norvegesi accompagnano le prodezze di Erling Haaland e compagni. E’ fierezza? E’ gioia? E’ orgoglio? E’ richiamo ancestrale di appartenenza ad una terra e alla sua storia? C’è un po’ di tutto questo, anche nella felicità dei capoverdiani nell’accogliere da eroi i giocatori della loro nazionale, che nei mondiali americani hanno stupito per la loro determinazione.
I “Blue Sharks” sono la cartolina di una Nazione costretta a lottare per trovare un suo posto nel mondo e contro una siccità cronica che avrebbe piegato chiunque. Sono affascinanti le storie di un mondiale di calcio, levando le sovrastrutture mercantili è facile accorgersi di quanta bellezza ci sia ancora nell’animo del nostro pianeta. Ciò consola e attutisce le inevitabili botte che giungono dalla politica. Gianni Infantino piegato ai desiderata di Donald Trump sul caso di Folarin Balogun è una brutta pagina che fa cadere il mantra continuamente ripetuto dello sport indipendente dal potere. Lo sport più seguito al mondo è stato occupato da sovrastrutture di ogni tipo, e ognuna di queste cerca di piegarlo ai suoi voleri. Lo si fa a causa del fatto dell’enorme impatto sociale che questo gioco ha sulla gente, un impatto che consente di far agire indisturbati vari interessi nell’ombra. In altre situazioni e in altri settori, probabilmente Infantino sarebbe stato costretto a dimettersi immediatamente dall’alto scranno della Fifa, ma l’organismo di Zurigo è divenuto talmente autoreferenziale e governato con legami complici tali da aver messo nella condizione il suo presidente di agire alla stessa stregua di un padre padrone. Può fare di tutto Infantino, è assolutamente impunito da qualsiasi formalismo o regola. Quindi Balogun è sceso in campo nel quarto di finale contro il Belgio, che ha rifilato a team Usa un umiliante 4 a 1.
Il campo a volte può essere quel “giudice a Berlino” di cui parla Bertolt Brecht, può restituire quella giustizia agognata da ogni essere umano e ristabilire così il “kata metron”, la giusta misura. Questa sconfitta probabilmente farà riemergere le ataviche antipatie verso il calcio da parte degli statunitensi, pregni di una cultura cresciuta nel concepire il successo come fine ultimo e come anatema l’impossibilità di poter lottare per raggiungerlo. Non c’è “yankee” pronto a considerare la sconfitta accettabile, non fa parte della storia culturale e sociale di un Paese nato per evolversi continuamente nel concetto della “Frontiera”. Donald Trump in fondo ha agito coerentemente con l’idea che gli “States” hanno del mondo, dove solitamente le regole valgono solo per gli altri. Ann Coulter, una delle voci più influenti del conservatorismo made in Usa, nel corso delle elezioni presidenziali del 2016 che portarono per la prima volta Donald Trump alla “Casa Bianca”, a chiunque gli chiedesse lumi sul “soccer” rispondeva con fastidio che “la crescita di interesse verso il calcio è un segno morale del decadimento morale della Nazione”. L’influencer repubblicana collegava il calcio all’emigrazione aliena alla natura dei veri sport a stelle e strisce.
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Siamo al suprematismo bianco, ma da allora sono passati dieci anni, che nel cambiamento di Era attualmente in atto possono essere una eternità, quindi magari qualcosa è cambiato nella percezione del calcio nella testa del trumpismo evolutesi nel “make Amercia great again”. Staremo a vedere. Il problema, al solito, è un Gianni Infantino che rigurgita bramosia di interessi manco fosse una slot machine di una casa da gioco di Las Vegas, e ha ridotto il calcio a meretrice pronta a vendersi per qualsiasi cosa. “Gianni Infantino non capisce niente del nostro gioco”, ha tuonato Jurgen Klopp, in questa fase della sua vita non molto incline alle polemiche, ma evidentemente con il caso Balogun il mondo del calcio ha avvertito un pericoloso spostamento del confine verso qualcosa di inaccettabile. Tutto avviene alla luce del sole nella struttura relazionale disegnata e confezionata dall’avvocato di Briga. Tutto è sicuramente legale, almeno fino a prova contraria, ma ogni cosa potrebbe essere strutturato per far nascondere sotto l’ombrello del legale anche la corruzione. L’impressione è che stavolta su Balogun il presidente della Fifa abbia fatto davvero il passo più lungo della sua gamba; persino Giovanni Malagò, neo presidente della Federcalcio e solitamente prudente e misurato, ha parlato di una “decisione da un evidente sapore politico”.
Il calcio però, come detto, sopravvive grazie alle sue storie, a parabole finali come quelle di Cristiano Ronaldo e Leo Messi, che sono canto del cigno irresistibili capaci di riportare il focus sui protagonisti veri del calcio. Il mondiale è una felice parentesi quadriennale abile nel mettere in stand by per un attimo, ma solo per un attimo, la vita quotidiana dei campionati, del mercato, delle attese, delle problematiche incombenti. La Serie A si avvia verso un’altra stagione con molte incognite, dove i tifosi attendono da fin troppo tempo un chiarimento su dove sta andando il nostro sport nazionale. C’è la questione stadi da chiarire, per capire se esiste sul serio una strada per dotare il nostro Paese di strutture all’altezza delle aspettative di uno sport che muove molto denaro, molta passione, molto tempo disponibile. Soprattutto serve un organo finalmente in grado di controllare con chiarezza, equità e tempismo i suoi meccanismi e le sue vicende. In queste ultime ore stiamo assistendo con sgomento all’azione della Procura della Repubblica di Bari verso il Napoli, il Bari e la “Filmauro”. Le accuse mosse verso Aurelio e Luigi De Laurentiis sono di una preoccupante gravità: false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta. Ancora una volta il casus belli è la valutazione di un giocatore, in questo caso Elia Caprile. Sono tutte grane a cui Malagò dovrà cercare di dare una risposta, per non dare l’impressione del “tutto cambia affinché nulla cambi”. Ma anche la magistratura barese dovrà chiarire in fretta sul motivo del muoversi con modalità così fragorose, anche perché De Laurentiis padre e figlio si sono detti “esterrefatti” per le contestazioni sollevate”, e mostrando sicurezza sul chiarimento totale della vicenda.
Il calcio con le sue storie ha bisogno di ritrovare conforto nell’equilibrio della sua quotidianità, ha urgenza di tornare ad essere un accesso delle periferie alle possibilità della vita. Questo sport è per sua natura socialmente e culturalmente verticale, almeno questa è stata la sua storia fino ad oggi. Anversa, Genova, La Plata, Smirne sono le città portuali dove gli inglesi hanno esportato il calcio. Gli oratori delle parrocchie cattoliche e gli spazi delle sinagoghe hanno fatto crescere la sua pratica anche dove i porti non c’erano. Dall’Europa lo sport oggi più seguito al mondo si è innervato in ogni angolo del pianeta, facendolo diventare una lingua in comune. E’ un lascito prezioso da non dover essere assolutamente disperso, ed è proprio il mondiale di calcio in fieri ad avercelo nuovamente ricordato. Aspettiamo con fiducia che dirigenti un filino illuminati ci restituiscano sanato e sano il nostro amato gioco, che è sul serio nostro. E su quest’ultima cosa non ci sono discussioni possibili a confutazione.
CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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