Loquor / È un cuore imbronciato quello argentino, ma spesso non traspare perché la parola d’ordine è sorridere alla vita

“La storia è morosa come i sogni”

Osvaldo Soriano

L’Argentina non è un luogo del mondo normale, è un labirinto di emozioni talmente esposte da sembrare l’anticamera della follia. All’inizio del mese non sai se con lo stipendio appena incassato riuscirai a vivere per trenta giorni, con l’inflazione che ti rincorre e ti supera da quando apri gli occhi la mattina a quando li vai a chiudere la sera nell’atto di addormentarti. Ma non si respira mai aria da rassegnazione, piuttosto è l’indignazione ad accompagnare costantemente lo spirito “gaucho”. E’ un cuore eternamente imbronciato quello argentino, ma spesso non traspare perché la parola d’ordine è sorridere alla vita. Anche quando ti buttano giù da un aereo militare nelle acque del Rio de la Plata. Quello europeo è un politicamente corretto sconcio nell’atto di giudicare severamente il gol di mano di Diego Armando Maradona nel famoso quarto di finale mondiale messicano contro l’Inghilterra. Non tiene conto, non tiene conto di niente. Ancora oggi nel Vecchio Continente molti pensano quella sia stata una semplice, seppur importante, partita di calcio. Dalle nostre parti siamo piombati mentalmente nell’asilo dell’esistenza, c’è poco da fare. Abbiamo americanizzato qualsiasi cosa, a volte attraverso azioni sciocche di mimesi, e abbiamo idealizzato gli Stati Uniti. Non si tratta di tracciare un diabolico schema “yankee”, ma provateci voi a vivere in un continente dove c’è un Paese che considera ogni cosa un suo giardino. Provate a sognare e a desiderare, quando in una partita di golf al massimo vi farebbero fare il “caddie”.

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Bisogna provare sulla propria carne la cosa. In questo Paese in questi giorni tu vai a giocarti un mondiale dello sport più seguito al mondo, e sei costretto a fare finta di niente, o quasi. La nazionale dell’Iran è stata costretta a fare finta di niente, o quasi. Ma se vieni dal Paese di Jorge Luis Borges e Osvaldo Soriano, di certo completamente zitto non puoi stare, non puoi immergerti in una festa dimenticando tutto quello lasciato a casa. Uno dei motivi per cui giochi il mondiale è proprio per quello che hai lasciato a casa. Allora Marcelo Bielsa assume la postura di chi guarda costantemente in basso, dai reel pubblicitari della kermesse iridata alle interviste del dopo partita, Non lo pieghi “El Loco”, è un rivoluzionario muto, ma rivoluzionario. Gustavo Alfaro, al contrario, è uno che parla nel corso delle conferenze stampa, e non è mai banale. Così mentre ad Asuncion, capitale del Paraguay, era partita la “fiesta total” per la storica affermazione de “La Albirroja” sulla Germania negli ottavi di finale, Alfaro di fronte alla stampa teneva un discorso dove orgoglio, indignazione, rispetto e desiderio inchiodavano i giornalisti di fronte ad una domanda: ma cosa mai ci starà volendo dire?

Il Ct “gaucho” del Paraguay viene da Santa Fe, a centocinquanta chilometri da Rosario, patria di Marcello Bielsa, e a trecento chilometri da Murphy, un pulviscolo di unità abitative (3795 abitanti, ivi compresi gli animali domestici) dove perdersi nell’oblio della storia è più semplice che centrare con un sasso il mare dalla tolda di una nave: qui è nato e cresciuto Mauricio Pochettino, che dalla panca degli Usa sta facendo sembra gli “yankee” finalmente una squadra di calcio con un senso e un consenso. La provincia è quella di Santa Fe dove, si dice, “la gente viene, crea storie, condivide momenti, si unisce, si mette a chiacchierare”, e poi si determina a rivoltare il mondo per provare a renderlo un po’ più magico. Da lì arrivano anche Leo Messi e Lionel Sebastian Scaloni: insieme stanno cercando il secondo titolo mondiale consecutivo, impresa riuscita solo all’Italia di Vittorio Pozzo. Lontano da Buenos Aires forse i problemi si avvertono con più calma e anche con più indignazione, come la sperequazione economica intollerabile in un Paraguay dove una persona su tre vive sotto la soglia di povertà. Il Paese negli ultimi anni ha registrato una buona crescita economica, però il neoliberismo non ammette sconti e quindi la torta del successo non è divisa tra tutti, i “campesinos” sono persino stati spogliati da ogni possibilità di avere un pezzo di terra, e spesso non hanno accesso ai beni di prima necessità.

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Molti giocatori del roster della nazionale paraguyana vengono proprio da quella terra espropriata soprattutto dai grandi competitor brasiliani dell’agribusiness, dove con l’ausilio delle biotecnologie agrarie della tedesca “Bayer” tutto diventa iperproduzione da esportazione, anche dei margini di guadagno sui profitti. Questa è l’America bellezza, dove persino gli Stati Uniti registrano ottanta milioni di poveri, nascosti sotto il tappeto della loro potenza. Asuncion è ubriaca di gioia per i suoi ragazzi che con un calcio ad un pallone hanno piegato lo strapotere calcistico dei tedeschi, ma Alfaro è estremamente lucido nel commentare a suo modo la vittoria, ed è un atto d’accusa a tutti gli smemorati del mondo, a coloro che ritengono una Coca Cola venduta a 12 dollari un giusto valore tributato all’evento iridato: “Noi veniamo dalla terra rossa, la maglietta che abbiamo sono le strisce della terra rossa. Giocando scalzi su quella terra, con i sacrifici dei genitori per far sì che i ragazzi si possano allenare, e con gli sforzi dei genitori che rinunciano a qualcosa perché non bastano i soldi per arrivare a fine mese, affinché i loro figli possano realizzare i loro sogni”.

Alfaro si ferma un attimo, allarga le braccia facendo roteare gli occhi verso tutto l’uditorio dei giornalisti. Poi riprende con il tono di voce di chi sta dicendo una ovvietà: “Quale padre non vorrebbe che suo figlio realizzasse un sogno. Facendo sacrifici, privandosi di qualcosa. In silenzio”. Sembra, quella del tecnico del Paraguay, una voce proveniente non solo da un altro mondo, ma anche da un’altra epoca. L’occidente ricco non può capire. L’Italia contemporanea nemmeno. “Noi veniamo da questo mondo, ed è la cornice ideale. Questo non significa che abbiamo vinto perché veniamo dalla terra rossa, e loro(la Germania) hanno perso perché”… “mulina” le braccia più volte Alfano, e in quel gesto ci mette dentro tutti i privilegi e le possibilità in possesso della società tedesca. “Vorrei che potessimo avere quello che hanno loro: strutture di primo livello, e tutto ciò che hanno a 4 stelle per un motivo(fantastica questa definizione). Vorrei che si potesse ma non rinnego le mie origini; non rinnego per niente le mie origini. Perché alla fine sono quelle che ci definiscono come tali, sono ciò che ci definiscono come nazionale”. E’ stato un j’accuse e un rendere onore questo di Alfaro, fatto ad una impresa che non può e non deve essere relegata esclusivamente ad un avvenimento sportivo. Poche cose ridanno il senso dell’uguaglianza di fronte al Creatore come una “cancha de futbol”: porti Golia fino ai calci di rigori, e gli ricordi strappandogli il cuore che sì, ogni tanto esiste “un giudice a Berlino”. Non può sempre piovere solo da una parte. C’è stato un momento in cui abbiamo dimenticato il mondo che ci circonda?

Massimo Fini, illustre e tenace tifoso del Toro, nel suo “Il Vizio Oscuro dell’Occidente” chiarisce bene di cosa parla Alfaro: “In una società dove esiste un teorico diritto all’uguaglianza io non posso sopportare la disuguaglianza dell’”uguale”. Perché la vivo come un insulto, un’offesa o una mia colpa”. Non poter accettare la disparità con una relativa serenità, questo è l’architrave esistenziale di gente come Gustavo Alfaro e Marcello Bielsa. Gli argentini non si arrendono, non lo faranno mai, come quella ragazza che durante le tumultuose vicende del “corralito” (il governo limitò i prelievi bancari a 250 pesos, al fine di evitare il collasso del sistema finanziario) del 2001, entrò in una agenzia bancaria di Buenos Aires e, posando la sua bombola di ossigeno davanti ad uno sbigottito cassiere, disse con tono deciso: “Se non mi fai prelevare 300 pesos non potrò comprare questa bombola, ed io morirò”. A quel punto tutti si diedero da fare, nel limite delle loro possibilità, a contribuire per risolvere la questione. Essere comunità è il modo tipico di essere argentini, e nella comunità il calcio esalta ogni sua parte migliore. No, questo sport non è l’antitodo e nemmeno la cura dall’essere stati dimenticati, esso è un grido di rivolta e di giustizia. E se ogni tanto il pallone può renderti felice, fa sì che accada; ma senza dimenticare, mai.


CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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