Chi deve prefigurare soluzioni è chi si fa eleggere a certe cariche.
“Se non sfruttiamo queste energie ora, le idee moriranno, non ci saranno cambiamenti” dal film “Terra e Libertà”
Volendo passare sopra l’insolenza di un lettore (le critiche si possono fare anche senza insolentire, ma comprendo come ognuno abbia la sua educazione, specie quando ci si trova davanti ad una tastiera e si firma con un numero) critico sul mio ultimo articolo dedicato alla elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio, provo a chiarire quale sia il nocciolo della questione, che non è, lo vorrei dire allo scortese lettore, cosa proporrei io per la risoluzione dei problemi del calcio. Il mio mestiere, sia che mi occupi di cinema e teatro, sia che mi occupi di giornalismo, non è di proporre soluzioni ma di fare analisi e di provare a raccontare l’esistente. Chi deve prefigurare soluzioni è chi si fa eleggere a certe cariche, perché queste danno onori, potere ma anche responsabilità, legata a quella accountability, ovvero la rendicontabilità, regola aurea del mondo anglosassone e che Leone XIV, nella sua prima Enciclica “Magnifica Humanitas”, ha posto come strumento affinché attraverso la verità espressa dai dati si ritrovi l’etica, la difesa dell’umano, e la giustizia.
Chi fa informazione ha anche il dovere di dare fastidio; questo è un principio categorico, che non vuol dire “lanciare pietre” come asserito, in modo assai avventato, dal “lettore/numero”, ma piuttosto di far sapere a chi assume incarichi di potere che non potrà agire indisturbato a dispetto delle regole e della verità. Quest’onere che mi sono assunto come linea guida (spero si perdonerà questo inciso personale, ma a volte credo sia necessario) di tutta la mia attività professionale sovente mi ha procurato difficoltà non agevoli, non è un lamento ma semplicemente constatazione di uno volenteroso a far bene il suo lavoro. Accodarsi ai peana glassati di incenso rivolti al nuovo presidente della Federcalcio sarebbe stato facile e profittevole, anche riguardo a parte della mia vita professionale che si svolge a Roma (l’altra parte, come qualcuno sa, ha riferimenti in Inghilterra e Germania), e nella Capitale avere una posizione critica nei confronti di Malagò, per chi firma con il nome e non con un numero, non è una cosa che ti procuri nuovi amici, anzi.
Fermo restando il mio non avere niente di personale verso l’ex presidente del Coni (a cui auguro ogni successo nella sua avventura nel calcio, e lo dico senza ironia) e verso chiunque mi capiti di lanciare le supposte pietre rimproveratemi dal lettore/numero, ribadisco che il dovere dell’accountability è sacro per chi fa il mio lavoro. Mi atterrei a tale dovere anche se l’oggetto della mia analisi trattasse di mio fratello. Veniamo al nocciolo della questione, e stavolta proverò, nonostante ritenga più utili i ragionamenti, ad essere più schematico. E’ utile partire da una evidente fallacia logica di una delle tante affermazioni fatte in queste giorni del neo presidente della Federcalcio, facilmente riscontrabile usando il “principio di non contraddizione” aristotelica: nessun essere umano può credere razionalmente che due affermazioni contraddittorie siano vere nello stesso momento. Se si portano come note di merito personali, in quanto presidente del Coni, gli oggettivi successi ottenuti dallo sport italiano negli ultimi anni, allora, seguendo appunto il “principio di non contraddizione”, sarebbe corretto ascriversi anche i cattivi risultati in corso del calcio italiano.
Far notare questa contraddizione non vuol dire lanciare pietre, ma porre un principio per formulare la seguente domanda: può chi è stato corresponsabile del disastro del calcio italiano essere indicato come colui capace di farlo risollevare? La razionalità e la logica quantomeno qualche dubbio dovrebbero porlo. Occupiamoci ora del problema più spinoso: perché Gabriele Gravina si è dovuto dimettere dalla sua carica di presidente della Federcalcio? La domanda è chiaramente retorica, e tutti sappiamo che se l’Italia avesse vinto con la Bosnia, oggi staremmo tutti parlando dei pronostici degli azzurri ai mondiali americani. Sappiamo anche che la lotteria dei rigori sono un episodio simile ad un arcano, chissà con quali criteri la “dea eupalla” (copyright di Gianni Brera fu Carlo) decide di premiare una squadra piuttosto che un’altra. Avessimo messo dentro i rigori i problemi della mancanza di talenti nel calcio italiano sarebbero scomparsi? Ovviamente no, staremmo a chiederci in ogni bar, in ogni osteria, in ogni social perché non riescano più ad avere dei Baggio, Totti, Maldini, Cannavaro, Del Piero, ecc… eppure Gabriele Gravina continuerebbe a governare da “Via Allegri”.
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In una contesa del calcio contemporaneo se non c’è una sensibile differenza di qualità tra i roster può tranquillamente capitare che quello poco più forte esca sconfitto con quello poco più debole: noi siamo riusciti nell’impresa di uscire sconfitti per ben tre volte consecutive nonostante fossimo nella condizione di essere poco più forti. Possiamo chiamare in causa anche la malasorte? Direi proprio di sì. Non abbiamo grandi talenti a causa del fatto dello scarso impiego giovani italiani nei campionati? Davvero crediamo che il Milan tenga in panchina il nuovo Paolo Maldini, o che non ci si avveda del nuovo Maldini perché gioca poco? Dovremmo prima o poi avere il coraggio di ammettere dell’opacità e del fenomeno della cooptazione di gran parte del nostro settore giovanile. Vediamo come ha intenzione di rispondere, come da programma, Malagò a tali fenomeni: “contrastare la dispersione del talento italiano con una filiera strutturata tra scuola calcio, Primavera, Serie C, Serie B e prima squadra. Incentivi al minutaggio e alla formazione, senza quote obbligatorie”.
Mi faccio delle domande: cosa si intende per filiera strutturata? Quali sarebbero gli incentivi al minutaggio e alla formazione? Siamo alle chiacchiere, anche perché se anche fossero misure di una qualche concretezza ed efficacia, rimarrebbe sempre il problema dell’opacità e della cooptazione, genesi di ogni motivo per cui all’orizzonte non abbiamo più da tempo un Roby Baggio. Giocare di più, inoltre, non risolve la questione del talento. Nel programma del neopresidente federale l’apoteosi si tocca con il capitolo infrastrutture: “piano nazionale per stadi e centri sportivi, con semplificazioni autorizzative, crediti d’imposta, partenariati pubblico-privati e coordinamento con Governo e istituzioni”. L’obiettivo sembra chiaro, ma sarà bene semplificarlo ulteriormente: il calcio dell’era Malagò vuole attingere a piene mani ai soldi pubblici per farsi gli stadi. Non male (si fa per dire) l’idea di assegnare l’onere degli investimenti alla fiscalità generale, facendone beneficiare i club dei conseguenti ricavi.
Siamo al solito discorso degli imprenditori/prenditori, che ha fatto dire ad Aurelio De Laurentiis, uno dei maggiori e più solerti sponsor di Malagò, una cosa di una gravità inaudita sulla questione stadi: “serve un aiuto economico dello Stato, senza se e senza ma, perché non ci si dovrebbe mai dimenticare che il calcio muove 28 milioni di elettori”. Queste parole, dette in una intervista alla Gazzetta dello Sport di Urbano Cairo, un altro che vorrebbe fare l’imprenditore del calcio con i soldi del credito di imposta, suonano come una minaccia, da chi si sente evidentemente “Masaniello” senza mai essere stato investito da nessuno dal compito (l’autoreferenza in Italia è uno degli sport più praticati), se non lo si fa passare immediatamente passare all’incasso dei soldi pubblici.
Suona quasi come un barzelletta detta da uno che da anni ripete che lo stadio e il centro sportivo lo farà con i soldi suoi. Questa sarebbe il nuovo, da questa visione passa la nuova Federcalcio. Lo ripeto ancora una volta: se lo Stato userà il credito di imposta per far costruire gli stadi ai club, saremo di fronte ad un ennesimo scandalo. I club hanno le risorse necessarie per provvedere alle loro infrastrutture, sono altri i settori urgentemente più bisognosi di un intervento del denaro pubblico. Il resto del programma sono altre dichiarazioni di intenti, senza specificare le modalità della messa a terra di questi intenti. Le uniche tracce di concretezza si possono rilevare nell’impegno a cercare la sostenibilità economica del calcio e la volontà di utilizzare i datti per misurare i risultati. Sarebbe un primo passo verso l’accountability pubblica quanto mai necessaria. Non sarebbe stato meglio scegliere uno come Paolo Maldini per provare a mettere a posto le cose? Quanto meno sarebbe stato un atto vero di discontinuità. E’ tirare pietre rivendicare di aver sperato in questo?
CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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