"Mi sono sentito parte della vita della squadra, vedi i giocatori dal settore giovanile che poi arrivano in prima squadra. Quello è emozionante"

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"Caro Toro, dopo 11 anni ininterrotti si conclude oggi la mia avventura come tuo medico”, così comincia la lettera d’addio di Daniele Mozzone al Torino. Prima nelle giovanili, poi in prima squadra, Mozzone è rimasto nello staff medico granata per undici anni. “Un periodo lungo ed emozionante”. In esclusiva ai microfoni di Toro News, Daniele Mozzone, che ringraziamo per la disponibilità, ha raccontato del suo lungo percorso al Torino, di ricordi, difficoltà e sogni futuri.

Buongiorno Daniele, come sta dopo aver lasciato il Toro? “Dopo undici anni è un bel cambiamento. Il Toro era il mio impegno quasi full time, a cui dedicavo la maggior parte di energie e tempo, però ho comunque sempre continuato a fare il medico dello sport all’Istituto di Medicina dello Sport, dove il Toro si appoggia, seguendo sportivi di tante discipline. E continuerò a farlo, adesso sicuramente di più”.

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Lasciare il Torino: "Mi sono sentito parte della vita della squadra"

Qual era la sua attività nel Torino? “Il medico della squadra è ventiquattro ore al giorno a lavorare per la squadra, la segue durante gli allenamenti, nelle partite, in casa, in trasferta… Gestisce le problematiche di salute dei ragazzi, sia quelle traumatiche, molto frequenti, sia quelle generali: è lui che gestisce, decide quali esami eseguire, che consulenze richiedere e poi si occupa della comunicazione con il giocatore, con lo staff tecnico, con la società. E soprattutto imposta i percorsi di riabilitazione e ne segue l'evoluzione”.

Che emozioni le dà salutare il Torino dopo undici anni? “Io arrivavo dal basket, il Toro è stata l’unica squadra di calcio che io abbia mai seguito. Tanti arrivano dal mondo del calcio, io invece ho cominciato da zero con la Berretti granata. Posso dire di non aver seguito nessun altro se non il Toro nel calcio. Quindi è bello perché mi sono sentito parte della vita della squadra. Poi undici anni sono tanti, vedi i giocatori dal settore giovanile che poi arrivano in prima squadra. Quello è emozionante”.

Dalle giovanili alla prima squadra: "Cambia tanto"

In granata è arrivato come medico delle giovanili… “Sì, io ho iniziato l’anno dopo la vittoria dello scudetto Primavera, ma non sono rimasto tanto nelle giovanili. Ho fatto un anno in Berretti, due anni in Primavera, anche se già il secondo anno mi chiamavano a dare una mano in prima squadra, e poi ho fatto tutta la trafila: sono arrivato come terzo medico, poi ho fatto il secondo e infine sono diventato direttore sanitario”.

Com’è il salto dalle giovanili alla prima squadra? “Cambia tanto, anche se la Primavera, benché sia settore giovanile, è gestita a tutti gli effetti come una squadra professionistica: sono simili le dinamiche all’interno dello staff, con i giocatori, alcuni già con i procuratori, e le esigenze di risultati. Però in una prima squadra è diverso: ci sono sempre gli occhi puntati, giocatori con valore elevatissimo, non si può sbagliare. Obiettivamente ci sono anche più risorse per lavorare bene: tutto uno staff di fisioterapisti, nutrizionisti, osteopati. Il livello è sicuramente più alto”.

Schuurs e Borna Sosa: "Ogni caso è diverso"

Quanto è stata complicata la questione Schuurs? “Ogni volta che un giocatore ha difficoltà a rientrare dopo un intervento per noi è sicuramente un grosso problema. E il dispiacere nel caso di Perr è stato ancora più grande perché è un ragazzo splendido oltre che un giocatore molto forte. C’è l’idea che con l’operazione tutto vada sempre bene. In realtà dopo ogni intervento possono intervenire innumerevoli fattori inaspettati. Non è mai scontato rientrare, e soprattutto farlo allo stesso livello di prima. L’anno in cui Schuurs si è fatto male abbiamo avuto una serie infinita di casi chirurgici. Comunque adesso ha ripreso a giocare e quindi speriamo che, pur avendoci messo più del previsto, possa presto tornare agli stessi livelli di prima”.

Quanto incide il fattore mentale nell'ambito di infortuni così lunghi? “Non è mai facile per un giocatore stare fermo a lungo, ed è importantissimo in questi casi mantenere sempre alta la motivazione e la positività da parte di tutti i professionisti coinvolti nella riabilitazione”.

E invece per quanto riguarda Borna Sosa? “Borna Sosa ha riferito una problematica subito prima di partire per la trasferta, per cui abbiamo deciso di eseguire un esame all'istante per capire se potesse partire o meno con la squadra, senza aspettare le classiche 24-48 ore. E in quel caso, come può succedere eseguendo esami molto precoci, abbiamo sovrastimato la problematica, che si è poi fortunatamente risolta prima. Ma fosse un problema il giocatore che rientra prima... saremmo tutti contenti”.

"Sono stati casi di cui magari nessuno si è accorto e che sono stati gestiti bene"

Si sente questa pressione mediatica? “Si sente nel senso che non si può ignorare il fatto che la stampa sia attenta e che ogni allenatore metta pressione per avere a disposizione gli atleti il prima possibile. Allo stesso tempo i giocatori sono sempre molto attenti alla propria salute, così come il club. Quindi ci sono tanti interessi che magari ogni tanto non sono esattamente gli stessi e noi dobbiamo mediare tra tutti, tenendo sempre presente che siamo medici e quindi la salute del giocatore è la priorità. Poi siamo medici sportivi e quindi siamo ben consci dell’importanza di dare il prima possibile l’atleta a disposizione dei tecnici. Però dobbiamo farlo in sicurezza. Poi ci sono delle situazioni in cui si sa che ci sono dei rischi, sono delle situazioni grigie, e lì il nostro compito è informare tutti e tutti insieme decidere se correre un rischio e in che misura”.

Ci sono stati altri casi complicati meno noti ai media? “Sicuramente! Perché di solito quando non ci sono problemi nessuno ne parla. Un esempio sono state le diverse lussazioni di spalla che abbiamo avuto, penso a Vojvoda, Singo, Buongiorno. Siamo riusciti a trattarle sempre in maniera conservativa, quindi senza ricorrere a interventi chirurgici, seguendo il parere di consulenti di fama internazionale, e abbiamo potuto ridare i giocatori allo staff tecnico dopo poche settimane, quando c’era il dubbio di doverli operare. Sono stati casi di cui magari nessuno si è accorto e che sono stati gestiti bene”.

L'affetto di allenatori e giocatori del Torino

Nel suo periodo al Torino ha vissuto tanti cambi di allenatore: come cambia il lavoro passando da uno all’altro? “Sono cambi abbastanza radicali perché ogni allenatore ha le proprie richieste, che sono spesso molto diverse da uno all’altro. Il compito dello staff medico è riuscire a intavolare subito un dialogo costruttivo, mettersi obiettivi, capire come l’allenatore preferisca la gestione della comunicazione, comunicare il proprio modus operandi e trovare un equilibrio in cui tutti, da una parte e dall’altra, siano a conoscenza, quando si verifica una determinata situazione, di come interagire insieme”.

Chi ricorda con più affetto? “Ho avuto buoni rapporti con quasi tutti gli allenatori. Con Juric, magari, la partenza è stata un po’ burrascosa, perché è una persona calda, focosa. Però poi abbiamo trovato la quadra e siamo rimasti in ottimi rapporti. Ci sentiamo, c’è stima reciproca. Penso a Nicola, persona degnissima con cui siamo andati molto d’accordo. E anche prima con Giampaolo, Mazzarri… È stato un piacere collaborare con loro”.

E tra i giocatori? “Buongiorno è stato il giocatore che ho seguito per più tempo. Dall’Under 17, poi in Primavera, e infine in prima squadra… Penso anche a Gemello, Ricci, Lukic, Sirigu. Con diversi si è creato un ottimo rapporto e ci sentiamo se ci sono problemi”.

Passato e futuro: "Prossimo obiettivo: le Olimpiadi"

Cosa le lascia il Toro? “Il Toro mi lascia un’esperienza che sicuramente mi ha cambiato, mi ha fatto crescere. Gli ambienti ad alta pressione in cui trovi tanta difficoltà sono complicati ma permettono di crescere tanto. Al Toro francamente la cosa più bella è la passione viscerale dei tifosi, ce l’hanno dentro. Si capisce che non è un tifo occasionale. È bello, penso che la maniera in cui i nostri tifosi vivono il Toro abbia pochi eguali. Poi devo dire che sono riuscito a fare undici anni perché la società mi ha dato sempre fiducia, sia il presidente che i vari ds, hanno sempre dimostrato di volermi bene e di valorizzare il mio lavoro. Bisogna ringraziare tutti perché sennò non sarei arrivato fino a qua”.

Cosa si augura per il futuro personale? “Il mio obiettivo è arrivare a fare le Olimpiadi come medico sportivo, non necessariamente di calcio. Il traguardo è quello. Visto che seguo atleti olimpici o comunque di alto livello in diverse discipline, la speranza è di iniziare a lavorare di più con le federazioni, con le nazionali, e arrivare ai giochi Olimpici, magari già a Los Angeles 2028”.

E per quello del Toro? “Che trovi pace, che si riesca a tornare tutti assieme. Quella sarebbe la cosa più bella. Che ci fosse un’unità di intenti per riuscire a portare la nostra squadra dove può stare, tifandola tutti quanti da tutti i lati”.

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