Torna Loquor: “Di un lavoratore compensi le prestazioni professionali. Non stai assoldando anche i suoi pensieri”

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(Video) - Schuurs torna a Torino

“Vorrei essere libero di

non avere un’opinione”

Sacha Guitry

Non puoi togliere i pensieri ad una persona e non è giusto nemmeno mettere le condizioni perché questi siano violentati o addirittura minacciati. E’ uno dei motivi per cui il calcio, che è la cassa di risonanza più potente al mondo, non dovrebbe essere utilizzato nel far prendere posizioni che sconfinano nella politica opinabile. Soprattutto non puoi costringere i calciatori ad andare, appunto, contro i loro pensieri e il loro sangue. Non è un problema di essere d’accordo meno sulla congruità benefica di un messaggio, ma di libertà di opinione che nel mondo delle democrazie occidentali dovrebbe essere qualcosa di sacro.

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C’è chi ha lottato e lasciato la propria vita per permettere ai posteri di poter dire o fare cose anche dalla maggioranza ritenute sbagliate, perché queste cose non solo sono un diritto bensì anche una necessità morale. Di un lavoratore compensi le prestazioni professionali, non stai assoldando anche i suoi pensieri per metterli al servizio delle tue idee o dei tuoi scopi. Siamo l’Europa, e questo dalle nostre parti dovrebbe essere una cosa chiara; però il nostro non è il tempo delle cose chiare. “Credere nell’uomo significa credere nella sua libertà”, scrive Oriana Fallaci; ipotizzo nel suo intimo lei sarebbe stata contenta, anche se forse non concorde con l’opinione espressa, della presa di posizione di Kylian Mbappè, Vinicus Junior e Ibrahima Konatè. Sono momenti di tensione e di dibattito infuocato in Spagna, perché per tre giocatori ferocemente criticati a causa di non aver voluto mostrare, nel momento dell’ingresso in campo, la maglietta bianca con la scritta “Todos somos Caballas” (Siamo tutti di Ceuta), ve ne è un altro, Abde Ezzalzouli del Betis di Siviglia e nazionale marocchino, che per aver indossato quella maglietta sta ricevendo minacce di ogni tipo da leoni da tastiera del Paese per cui lui ha messo a disposizione talento e gambe, pur essendo stato nella condizione di scegliere l’opzione di scendere in campo per le “Furie Rosse”.

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Non sono bastate 37 partite con maglia marocchina per renderlo al di sopra di ogni ferocia acefala nazionalista, l’indossare quella maglietta bianca è stato considerato a Rabat e dintorni un tradimento imperdonabile. Dopo qualche ora il giocatore è stato costretto a diramare una dichiarazione ufficiale: “in nessun momento la maglietta che fa riferimento ai residenti di Ceuta è stata usata con un obiettivo politico o come disprezzo verso il mio popolo, il popolo marocchino”. Non è un tentativo di discolparsi, è una dichiarazione dal sapore della libertà perduta. Perché mettere un calciatore in una tale situazione? Possibile non si capisca cosa sia il calcio? “Signori della Corte,onorevole giurati-scrive Massimo Gramellini su “Il Corriere della Sera”-: prendo la parola davanti a questo tribunale dei social riunito in seduta permanente per difendere il diritto del calciatore Kylian Mbappè di pensarla diversamente da molti di noi”, e qui il corsivista del “Corriere” mette il dito sulla situazione anomala venutasi a creare, e che non sarà per niente facile da risolvere in una Spagna che ha trasformato il dramma di Ceuta in corso, ancora tutto da chiarire, in una questione patriottica da “Invincibile Armada”.

Sono calciatori non membri de “Le Cortes”, non sarebbero nemmeno obbligati ad esprimerla una posizione politica. Qui siamo all’ovvio. Durante un diretta radiofonica su “Onda Cero”, il giornalista sportivo basco Santiago Segurola non le ha mandate a dire all’Associazione Valenciana degli Imprenditori, promotori dell’iniziativa della maglietta pro Cueta: “si tratta di una intrusione palese in un’attività che non li riguarda”. Qualcuno ha fatto notare come per i baschi la polemica su Ceuta sia concime per le loro storiche rivendicazioni separatiste dalla Spagna. Il fatto è che in questa vicenda vanno ad intrecciarsi ferite profonde e ambizioni mai sopite, tipiche di un quadro geopolitico mediterraneo in profonda trasformazione e di una Spagna che, secondo l’analista di geopolitica Dario Fabbri, “fatica a compiere la transizione da impero a nazione” e destinata nel lungo periodo alla riemersione ciclica delle “tendenze separatiste o centrifughe come in Catalogna o nei Paesi Baschi”. Sono problemi complessi analogamente alle reminescenze ancestrali che l’immigrazione e il colonialismo recano con sé; aver delegato ciò ad una maglietta bianca stupisce per velleitarismo.

I giocatori, tra l’altro, non erano stati informati in anticipo della campagna e si erano viste consegnare le magliette un attimo prima di scendere in campo. “Il clima che si respira in Europa –continua Gramellini nel suo pezzo sul “Corriere”- si è così incarognito da farci considerare ogni stecca sul coro un oltraggio o un tradimento”? In effetti è la sensazione di oltraggio che molti spagnoli stanno provando verso i tre giocatori del Real Madrid stupisce, e da l’idea di un Paese piombato in una atmosfera di guerra, dove oltraggio e tradimento vanno in soccorso del necessario collante per l’unità nazionale, diventando l’incubo da cui tenersi lontani al fine di rafforzare la lealtà. Javier Tebas, vulcanico e controverso presidente de “La Liga”, che posta sui social l’ormai celebre slogan “Ceuta non si vende, si difende”, fa capire il clima imposto nelle lande iberiche. Quando si dimenticano le responsabilità di un ruolo delicato che si ricopre a livello mediatico, come oggettivamente è quello ricoperto da Tebas, è chiaro quanto in Spagna si stia vivendo una fase da polveriera pericolosa. Certo occorre conoscere la storia di Mbappè, che non è quella di una seconda generazione di una immigrazione forzata dalla disperazione. I genitori sono ex sportivi rimasti nel giro dello sport una volta terminata l’attività agonistica, quindi Kylian è cresciuto in un ambiente piccolo borghese e dal suo modo di porsi si intuisce come nella sua educazione l’aspetto culturale ed esistenziale debbano aver contato molto. La stella del Real Madrid non è una persona banale, lo si capisce anche con iniziative da lui promosse e finanziate tipo “Inspired by Km”, una fondazione rivolta ai giovani della regione di Parigi desiderosi di partecipare a eventi culturali e attività ricreative con l’obiettivo di aprire le loro menti a nuove opportunità: “ sono sempre stato educato a dare il meglio e a condividere la mia fortuna- ha raccontato il giocatore in relazione di questa iniziativa-. Il talento è stato fondamentale per arrivare dove sono oggi, ma sono stato anche aiutato dalla fortuna di incontrare le persone giuste al momento opportuno.

Ora mi trovo nella posizione di poter trasmettere qualcosa e voglio aiutare la prossima generazione nel miglior modo possibile”. Ad uno così non gli puoi mettere una maglietta slogan addosso pochi minuti prima di una partita, e sperare che lui esegua senza farci un minimo di pensiero sopra: “sono pienamente solidale con Ceuta e con tutte le vittime. Ma volevo anche fare un gesto e rivolgere un pensiero a tutti i migranti che hanno perso la vita e che vivono anch’essi in condizioni difficili”. Le parole di Mbappè sono il quadro sintetico della spaccatura emotiva vissuta al momento dalla società europea, dove niente al momento è divisivo quanto il tema dell’immigrazione. Ora molti tifosi della “Casa Blanca” vorrebbero cacciarlo, e non importa se ha una media gol da far invidia a Cristiano Ronaldo. L’oltraggio non è cosa trascurabile nella cultura spagnola, esso ha a che fare con l’onore interno e la morale, e porta direttamente alla “honra”, ovvero alla reputazione pubblica. Il giudizio della comunità è imprescindibile per un buon andamento delle cose iberiche, e rispetto a questo il fuoriclasse francese pare essersi infilato in tunnel dal qual non vi è uscita. “Ognuno è libero di indossare la maglia che preferisce”, è la posizione ufficiale del Real Madrid, e chissà se basterà a placare gli animi, ma è lecito dubitarne. Davanti ad una vicenda così triste, il pensiero ritorna alla libertà e quanto stiamo diventanti intolleranti verso di essa, cerchiamo il sempre di più il coro e non l’asincrono dubbio. Mi sovviene un geniale aforisma di Milan Todorov: “il necrologio è stato censurato, perché qua e là affiorava un pessimismo infondato”.


CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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