Domenica si affronteranno due squadre a specchio per modulo, ma l'interpretazione della gara sarà decisiva
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Due 3-4-2-1, due idee di calcio. Domenica sera alle 20:45, all’Olimpico Grande Torino, la prima giornata di Serie A mette di fronte il Torino di Ignazio Abate e il Milan di Ruben Amorim, due allenatori che hanno scelto la stessa struttura di partenza ma che sembrano volerla abitare in maniera molto diversa. La coincidenza è suggestiva perché, nel caso di Amorim, il 3-4-2-1 non è soltanto un modulo: è quasi una dichiarazione d’identità. Lo ha ribadito anche nei momenti più difficili della sua esperienza al Manchester United, quando alla domanda sulla possibilità di cambiare sistema rispose con una delle sue frasi più celebri: "Nemmeno il Papa" avrebbe potuto convincerlo. "Questo è il mio lavoro, la mia responsabilità, la mia vita", spiegò, aggiungendo che cambiare sotto pressione avrebbe significato perdere credibilità agli occhi dei giocatori.
Eppure proprio qui sta la prima differenza con Abate. Perché il tecnico del Torino sembra considerare il 3-4-2-1 meno come una gabbia e più come una piattaforma. Il suo calcio parte da una struttura riconoscibile, ma chiede ai giocatori di muoversi continuamente dentro quella struttura. Non a caso, parlando delle proprie idee, Abate ha indicato in Roberto De Zerbi un riferimento e ha sintetizzato la propria ambizione con una frase molto chiara: "Voglio sempre segnare un gol in più degli avversari". Il suo Torino, nelle prime settimane di lavoro, è stato descritto come una squadra corta, aggressiva, orientata al possesso e alla riconquista immediata del pallone. La costruzione dal basso dovrebbe servire a creare superiorità, mentre i due esterni hanno il compito di dare ampiezza e spinta. Davanti, invece, i due trequartisti non sono necessariamente due uomini bloccati alle spalle della punta: possono scambiarsi posizione, stringere, allargarsi, abbassarsi sulla linea dei centrocampisti o trasformarsi in un unico riferimento alle spalle di due attaccanti. È un dettaglio decisivo. Perché il 3-4-2-1, oggi, dice sempre meno di quanto sembri.
Lo stesso disegno, due interpretazioni
Sulla lavagna, Amorim e Abate sembrano quasi la stessa cosa: tre difensori, due esterni, due centrocampisti, due giocatori tra le linee e una punta. Ma il 3-4-2-1 è soprattutto una struttura di partenza: in possesso può trasformarsi continuamente, con esterni che si alternano tra ampiezza e copertura, trequartisti che vengono incontro o attaccano la profondità e una punta capace di liberare spazi per gli inserimenti. Il modulo è la grammatica, la partita si decide con i verbi.
Il Toro di Abate sembra voler fare proprio dell'occupazione e dell'attacco dello spazio uno dei propri principi. Le esercitazioni del ritiro e le prime uscite stagionali hanno mostrato un 3-4-2-1 molto fluido, con continui scambi di posizione e l'obiettivo di non dare riferimenti agli avversari. Se un trequartista viene incontro, un compagno deve attaccare lo spazio; se l'esterno sale, la mezzapunta può stringere. Conta quindi la posizione, ma ancora di più la relazione tra le posizioni. Anche Amorim cerca superiorità attraverso i movimenti, soprattutto negli half-space, dove i due giocatori alle spalle della punta devono alternare ricezioni tra le linee e attacchi della profondità. La sua costruzione prevede un 3+2, formato dai difensori e i due mediani, con gli altri cinque giocatori destinati a muoversi in avanti.
Dove si decide la sfida
Ed è proprio negli spazi intermedi che potrebbe decidersi la sfida. Se entrambe le squadre difenderanno con una linea a cinque, sarà fondamentale riuscire a portare fuori posizione un avversario e attaccare immediatamente lo spazio che si libera. Per il Milan conterà la mobilità dei tre offensivi, per il Toro la capacità di mantenere corta la squadra e trasformare il recupero palla in un'azione pericolosa. Certo poi conterà la qualità tecnica dei singoli, con i rossoneri che partono nettamente favoriti, ma è proprio qui che entrano in gioco le idee: il Toro dovrà provare a mettere in difficoltà il Milan attraverso il gioco, i movimenti e l'organizzazione. Non sarà quindi 3-4-2-1 contro 3-4-2-1, ma movimento contro movimento: due sistemi uguali sulla lavagna e potenzialmente molto diversi sul campo.
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