Culto / Un autogrill può essere il luogo dove nasce un grande amore. Per Claudio Sala fu il posto in cui iniziò, senza saperlo, la sua storia con il Toro.

La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e 7 Up

E il sorriso da fossette e denti era da pubblicità

Come i visi alle pareti di quel piccolo Autogrill

Mentre i sogni miei segreti li rombavano via i tir.

Bella d'una sua bellezza acerba, bionda senza averne l'aria

Quasi triste, come i fiori e l'erba di scarpata ferroviaria

Il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere

Che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere.

Basso il sole all'orizzonte, colorava la vetrina

E stampava lampi e impronte sulla pompa da benzina

Lei specchiò alla soda fountain quel suo viso da bambina, ed io

Sentivo un'infelicità vicina.

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“Autogrill” è una delle canzoni più belle di Francesco Guccini. Parla di un amore mai nato e di un’occasione sfuggita col protagonista del pezzo che perde l’attimo per parlare alla bella ragazza che sta lavorando dietro al bancone e deve rassegnarsi alla magia che svanisce quando entrano altri avventori.

Un autogrill può essere un posto dove un grande amore può nascere improvvisamente e inaspettatamente, sentendosi addirittura traditi in principio: capita a Claudio Sala che proprio in questo “non-luogo” apprende di essere passato al Toro leggendolo sul giornale. Qualche anno dopo Eraldo Pecci scoprì di essere arrivato in granata passando sotto una finestra aperta con una radio accesa, ma visto quello che scoprì qualche momento dopo (la sua fidanzata con un altro) quindi potremmo dire che a Claudio andò molto meglio.

Vergognandomi, ma solo un poco appena, misi un disco nel jukebox

Per sentirmi quasi in una scena di un film vecchio della Fox

Ma per non gettarle in faccia qualche inutile cliché

Picchiettavo un indù in latta di una scatola di thè.

Ma nel gioco avrei dovuto dirle: "Senti, senti, io ti vorrei parlare"

Poi, prendendo la sua mano sopra al banco: "Non so come cominciare

Non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?

Non lasciamo che trabocchi, vieni, andiamo, andiamo via”

Claudio Sala arriva al Napoli nel 1968 dopo tre ottime stagioni al Monza. Non è ancora il Poeta, non sfoggia ancora i suoi proverbiali baffoni, ma è già un talento di ottimo livello. La stagione per i partenopei non va nella maniera prevista con un settimo posto dopo il secondo della stagione precedente. Il calcio già linguacciuto di un tempo parla di un Altafini “geloso” di Claudio (lo definì “né carne né pesce”) che è anche poco fortunato: una delle sue gare migliori è il ritorno dei sedicesimi in Coppa delle Fiere contro il Leeds dove sblocca il risultato e si guadagna il rigore con cui Juliano pareggia lo 0-2 subito all’andata a Elland Road. Non essendoci ancora i tiri di rigore dopo i supplementari è la monetina a decidere il passaggio del turno, proprio come dopo la semifinale dell’Europeo 1968 contro l’Urss, sempre al San Paolo. La sorte stavolta è avversa e a festeggiare sono gli inglesi.

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Sala è giovane, ci si aspetterebbe la conferma, ma il Torino è in agguato. Beppe Bonetto stima Claudio da tempo e cerca di convincere Pianelli a rompere gli indugi per accaparrarselo già dai tempi del Monza, ma invano. Complice un discreto gruzzolo ricavato da alcune cessioni, il direttore generale ci riprova nei mesi successivi e riceve l’ok del presidente. Le cifre lievitano fino ad arrivare quasi al mezzo miliardo.

All’interno della trattativa gioca un ruolo importante anche Romeo Anconetani, futuro presidente del Pisa noto per le sue sfuriate e per i riti propiziatori come spargere il sale sul campo dell’Arena Garibaldi che ai tempi faceva il mediatore collaborando spesso col Toro. Viene soprannominato “il Signor cinque per cento” per la percentuale ricavata da ogni suo affare e al di là della figura mediatica è un grande intenditore di calcio.

Come racconta Beppe Bonetto nel libro scritto con suo figlio Marcello “Cose di calcio, cose da Toro” al momento della chiusura dell’affare in albergo, la delegazione granata (Pianelli, Traversa, Bonetto e Anconetani) si ritrovano un sorridente Ferlaino che sta uscendo dall’ascensore per andare a comprare una cravatta. Passo la parola a Bonetto: “Romeo, con un exploit atletico imprevedibile, balza su Corrado e, con la voce in falsetto che assumeva in quelle circostanze, lo spinge in fondo alla cabina intimandogli di non lasciare l’Hotel se prima non avessimo concluso, e firmato, il contratto di trasferimento. Cosa fatta con reciproca soddisfazione”.

Rimane un ultimo particolare: Claudio Sala non sa nulla. Sta andando al mare a Rimini e si ferma a un autogrill. Apre il giornale e si trova ceduto per una cifra record dal Napoli al Torino: “Una volta il cartellino era di proprietà della società e quindi chiaramente i giocatori non erano al corrente delle intenzioni da parte delle altre squadre di prenderti e quindi questo faceva sì che il potere era nella mani delle società. Nessuno ha avuto il coraggio di avvisarmi. Mi son fermato in questo grill in autostrada, ho preso la Gazzetta dello Sport, ho letto “Sala dal Napoli al Torino” e ho detto “va beh, ci sarà un punto di domanda”. No, c’era un punto esclamativo, quindi chiaramente la cosa era già fatta”.

Un po’ frastornato Claudio arriva a Torino, a poco a poco si innamora della storia granata fino a diventare condottiero dell’undici del nostro cuore indossando la fascia da capitano l’anno dello scudetto. I tifosi granata sulle prime non accolgono l’acquisto, benché oneroso, con chissà quale entusiasmo, ma prestissimo iniziano a innamorarsi di questo giocatore incredibile e unico del suo genere. A volte le storie nascono in maniera strano e vanno avanti per la vita, altre finiscono come nella canzone di Guccini: l’autogrill dà, l’autogrill toglie.

Terminò in un cigolio, il mio disco d'atmosfera

Si sentì uno sgocciolio in quell'aria al neon che pesa

Sovrastò l'acciottolio, quella mia frase sospesa: "Ed io"

Ma poi arrivò una coppia di sorpresa.

E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d'ogni cosa

Cancellarono di colpo ogni riflesso, le tendine in nylon rosa

Mi chiamò la strada bianca: "Quant'è?", chiesi, e la pagai

Le lasciai un nickel di mancia, presi il resto, e me ne andai.


FRANCESCO BUGNONE - Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (0 meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l'eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e...Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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