Il Granata della Porta Accanto/ Il Mondiale sta mostrando una direzione del gioco del calcio preoccupante: spettacolo, non più sport vero

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Obrador, dal Portogallo arriva un assist per il Torino (VIDEO)

Seguire i Mondiali di calcio senza l'Italia sta diventando un'abitudine, triste da un lato, perché certifica la pochezza del nostro calcio nel panorama europeo (la Norvegia che ci ha fatto neri nelle qualificazioni sembrava una corazzata, ma la Norvegia vista contro la Francia l'altra sera è sembrata l'Italia vista contro la stessa Norvegia...), ma interessante, dall'altro, perché permette di godersi le partite con quell"approccio assolutamente scevro dal tifo e improntato solo a godersi il meglio di ogni match. Mi sono ritrovato, quindi, spesso a seguire le telecronache di Lele Adani, discussa "voce tecnica" della Rai che ha fatto del suo stile "competente/entusiasmato" un marchio di fabbrica. Non discuto la conoscenza del calcio di Adani e, onestamente, apprezzo il suo sincero trasporto per gli estetismi del gioco del calcio: in fondo a chi non piace godere di un colpo di tacco, di uno stop perfetto o di un tiro da cecchino? I gesti tecnici superlativi lasciano sempre a bocca aperta e sono certamente il miglior spot per quello che da sempre è definito "il più bel gioco al mondo", però credo ci sia di più nel calcio che la semplice e pura "giocata". Temo, allora, che dietro il pensiero di cui Adani è uno dei paladini, cioè che il calcio appartiene alle "stelle" che sanno farlo brillare, ci sia un enorme ingiustizia verso quella "faccia oscura della Luna" che fa parte comunque ed è essenza essa stessa del calcio medesimo. Chi guarda una partita di calcio, specialmente allo stadio, dal vivo, non pensa di essere al circo dove i numeri pirotecnici atti a stupire devono susseguirsi senza soluzione di continuità altrimenti ci si annoia. Una partita di football è un Risiko complesso di momenti, di giocate, di attese, di furia agonistica e, sì, a volte, anche di noia, di nulla.

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Ho visto decine di 0-0 molto più entusiasmanti di tante partite finite in goleada: il numero dei gol o il numero delle giocate individuali sopraffine non determina in maniera così univoca la "bellezza" di una partita. Stupendomi quindi che il buon Adani sia rimasto folgorato sulla strada del "bel calcio", rinnegando il sé stesso giovane calciatore, proprio lui che non è stato certamente un difensore elegante alla Beckenbauer, ma più un rude stopperaccio anni Settanta, mi chiedo, cui prodest questo cambio di mentalità che si vuole "spintaneamente" (scusate l'avverbio inesistente ma secondo me rende bene l'idea di quanto sta avvenendo a livello di trend-setting) operare sulle teste di miliardi di tifosi? In tutta questa evoluzione verso la tutela estrema delle stelle, cioè di coloro che sono deputate a regalarci le perle del bel gioco con gesti tecnici superlativi, noto che anche i metri arbitrali stanno cambiando radicalmente modificando di fatto (e limitando fortemente) il modo di giocare a calcio soprattutto in fase difensiva. Un esempio lampante di tutto ciò è la postura che i difensori sono ormai obbligati a tenere in area di rigore a causa dell'incubo del fallo di mano: ogni giocatore in fase di non possesso è infatti ormai obbligato, una volta entrato in area, a difendere con le braccia dietro la schiena utilizzando una postura innaturale per questo gioco e, soprattutto, una postura che ne rallenta impercettibilmente i riflessi non potendo utilizzare le braccia per bilanciarsi al meglio nei cambi di direzione (cosa che invece chi attacca può continuare a fare serenamente). In secondo luogo ho notato che gli arbitri tollerano le trattenute con le braccia, le maglie tirate, tutto ciò che è contatto dal bacino in su, ma sono inflessibili sui contatti gamba/gamba o piede/piede. Tradotto questo significa che puoi fare venti/trenta metri spintonandoti con il tuo avversario oppure stando attaccato alla sua maglietta, ma se provi a fare un tackle la probabilità di un fischio (e a ruota di un giallo) aumenta esponenzialmente. Questo produce la conseguenza che difensori e centrocampisti sono sempre meno "convinti" ad utilizzare il tackle o la scivolata per recuperare la palla o per fermare un'azione e tutto questo porta ad una limitazione grave dell'intera fase difensiva, a netto favore dei giocatori offensivi più tecnici che sono meno "impauriti" a provare il dribbling con più insistenza forti dell'handicap dei diretti avversari.

Ora non dico che si debba tornare ai tempi di Vinnie Jones, mitico calciatore inglese del Wimbledon (con cui vinse una FA Cup!) degli anni Ottanta/Novanta che faceva dell'intimidazione e delle entrate criminali sulle gambe degli avversari il suo marchio di fabbrica (tra l'altro, per i nostalgici del calcio che fu, vi consiglio il documentario a lui dedicato disponibile su una delle più note piattaforme streaming), ma questo "imbavagliamento" di ogni arma difensiva è parte di una perversa manovra globale che sta puntando a rendere il calcio sempre più spettacolo e sempre meno sport. Non sono contro l'evoluzione del gioco o il suo adeguamento alla modernità perché, ad esempio, io, che vengo dal mondo del basket, sono favorevole a istituzionalizzare i cooling break come momenti fissi a metà primo tempo e a metà secondo tempo per concedere una sorta di time-out in stile cestistico alle due panchine (oltre ad aiutare le televisioni a fare più soldi con gli spot, concediamoglielo...). Il mio non è conservatorismo, né opposizione al cambiamento. È che in quanto tifoso del Toro sono preoccupato che tutte queste nuove direzioni che la Fifa sta facendo prendere al calcio vadano a cancellare inesorabilmente lo spirito del gioco stesso e l'aspetto sportivo intrinseco al calcio come lo abbiamo sempre amato. Lo vediamo chiaramente quanto al Torino questo calcio business abbia svuotato di senso il DNA granata: perché è vero che ci si innamora dei campioni (Meroni, Junior, Martin Vasquez, ecc) ma poi spesso a farti battere il cuore, quello granata, quello tosto, quello vero, sono figure più sanguigne, come i Ferrini, gli Agroppi, i Pulici, o più banalmente gli Ezio Rossi, i Glik o i Gazzi di turno. Se già un tempo affrontare una grande squadra era come combattere con le pietre contro gente armata di fucili, oggi è come affrontare a mani nude gente armata di laser di precisione. Tutto troppo impari, tutto troppo scontato e banale, in nome di cosa? Del bel calcio? Dei campioni? Se per assurdo negli anni Ottanta una squadra avesse schierato 10 Platini in campo contemporaneamente, non si sarebbe neanche salvata in serie A. Oggi, per assurdo, se una squadra schierasse 10 Mbappé, con le attuali regole probabilmente vincerebbe a mani basse qualunque competizione. Se è questo il futuro del calcio, beh, signori, è stato un piacere, ma non fa per me. Io voglio competizione sportiva vera e continuerò a sostenerlo ostinatamente per quanto piccola e insignificante sia la mia voce.


ALESSANDRO COSTANTINO - Da tempo opinionista di Toro News, do voce al tifoso della porta accanto che c’è in ognuno di noi. Laureato in Economia, scrivere è sempre stata la mia passione anche se non è mai diventato il mio lavoro. Tifoso del Toro fino al midollo, ottimista ad oltranza, nella vita meglio un tackle di un colpo di tacco. Motto: non è finita finché non è finita.

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