La Leggenda e i Campioni / "Vent’anni di football, vent’anni per sempre"
Pietro Comuzzo: i pro e i contro del nuovo acquisto granata
Questa è una rubrica del Toro, solo del Toro e per chi ama la nostra maglia rubrastra.
Succede però che una mattina, mentre sei in vacanza e pensi alla prossima camminata in montagna, il cuore in alto e i piedi per terra, al tuo risveglio vieni a sapere che Franchino Baresi non c’è più. Quello che la tua squadra del cuore ha fatto sul rettangolo verde, lo ha fatto vincendo o perdendo di fronte ad avversari, il cui ricordo sfuma nel caso di molti, mentre alcuni di loro diventano punti di riferimento. In questo caso… ti ricordi quella volta contro il Milan di Baresi…
E in questo caso, oggi, io che da tifoso granata “contro”, che lo ha visto, temuto, ammirato e “odiato” (allo stadio o alla radio ci scappano pure le parolacce, ma anche oooh di meraviglia) posso fare solo due cose: un minuto di silenzio e togliermi il cappello.
Franco Baresi (nome di battesimo Franchino) da Travagliato, provincia di Brescia, giocò da “libero” classico ad inizio carriera, poi centrale nella moderna difesa in linea a quattro di Arrigo Sacchi. Quando “saliva” non era soltanto un difensore centrale che oltrepassava la metà campo: portava un’armata all’attacco. Se Gullit era come cervo che esce di bosco -secondo la celebre definizione di Vujadin Boskov- Baresi, maglia numero sei fuori dai pantaloncini, andatura caracollante su due gambe potenti dal ginocchio varo, recuperata palla, iniziava un’azione d’attacco con occhio limpido e sguardo sicuro.
In difesa non ha mai fatto prigionieri.“Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso! Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia”, Gianni Brera, La Repubblica, 3 gennaio.
Dopo l’esordio in Serie A nell’aprile 1978, “Piscinin” (un soprannome pieno di affetto affibiatogli dal massaggiatore dei rossoneri Paolo Mariconti), l’anno dopo si laureò Campione d’Italia nel Milan che andava a conquistare la stella del decimo scudetto con Albertosi, Aldo Maldera, Gianni Rivera al canto del cigno, Egidio Calloni.
Quella era ancora una difesa classica, con il “libero dietro”, ultimo baluardo, anche se Baresi aveva le caratteristiche ed il bagaglio tecnico di grande centrocampista.
E ci piace pensare che lassù, da domani, giocherà con l’indimenticabile Ragno Nero ovvero il “Longo” triestin Cudicini Fabio in porta, con Roberto Rosato “il martello di Chieri” stopper, Anquilletti e Schnellinger terzini.
Il massimo, in termini di rendimento, successi e notorietà, Franco Baresi lo espresse nella difesa a quattro in linea messa in opera da Arrigo Sacchi. Da destra a sinistra, Tassotti-Galli (poi Costacurta)-Baresi-Paolo Maldini.
Nelle loro esercitazioni in allenamento, rispondevano a segnali di varî colori per cambiare posizione. E siccome una grande squadra si costruisce dal basso, tutta la squadra andava a posizionarsi di conseguenza.
Arrivavano a giocare partitelle quattro contro sette, persino quattro contro dieci. Gli altri talvolta non riuscivano a segnare…
Quella sera che al Bernabeu, il Milan mise il Real Madrid ventisette volte in offside! L’argentino Valdano fu impressionato dal fatto che i giocatori rossoneri guardassero solamente Baresi. Fu quello uno dei momenti più chiari ed evidenti della sua leadership a livello tattico sulla squadra. “Loro si basavano sulle individualità e sui fuoriclasse che avevano in squadra, noi” mi ha raccontato recentemente Mauro Tassotti “in più avevamo l’organizzazione”.
Franchino ha avuto spesso un sogno ricorrente: ripetere la serata del 1989 della prima Coppa Campioni vinta contro la Steaua Bucarest sotto il cielo di Barcellona (il mio amico Nico Bettin era là).
Tre Coppe dei Campioni alzate in carriera.
Un ruolo fondamentale di leader difensivo nel solco di Cesare Maldini, Franz Beckenbauer e Gaetano Scirea. Che da leader in un ruolo diventano uomini squadra. Beckenbauer, ad esempio. Ai Mondiali del 1974 la Germania Ovest viene sconfitta 1-0 dalla DDR di Sparwasser. Quella sera, il Kaiser porta la Fussballnationalmannschaft in birreria per fare gruppo, e da quel momento non perdono più un colpo fino alla conquista del titolo. Così si fa e si tiene in pugno una équipe.
Per leadership, classe, spirito agonistico,carisma, soprattutto carisma sui compagni di squadra, guidati con un semplice gesto, serietà, Franchino Baresi ha incarnato nei tempi moderni le qualità di uomo squadra assoluto che furono di Valentino Mazzola. Classe, giocate decisive, bastava uno sguardo per farsi capire dai compagni.
Avrebbe ben meritato il Balon d’or nel 1989. Si classificò secondo alle spalle di Van Basten, resosi tra l’altro protagonista di un goal da antologia nella finale dell’Europeo 1988 contro l’URSS. Anche col “Cigno di Utrecht” quel Milan era messo piuttosto bene.
In questo momento, il pensiero va anche al fratello maggiore Beppe, bandiera nerazzurra. Chissà cosa si dicevano prima e dopo il derby meneghino.
Ho assistito a sette incontri tra il mio Torino ed il Milan che schierava Baresi. Straordinariamente, il mio bilancio personale di tifoso granata è positivo: tre vittorie, due pareggi, due sconfitte.
Nel gennaio 1982, il giovane Torino allenato da Massimo Giacomini affrontò il Milan -allenatore Gigi Radice- in un incontro che aveva il sapore di drammatico (in senso sportivo, ovviamente) spareggio per evitare la retrocessione. Al goal della vittoria granata, un tiro potente di Beppe Dossena scagliato alle spalle di Ottorino Piotti, esplose incontenibile la nostra gioia. A fine campionato 1981-82, Torino ottavo e Milan in Serie B.
Indimenticabile Milan-Torino del marzo 1985, 0-1 con goal di Schachner, ultimo successo dei granata contro i rossoneri in campionato a San Siro.
Ad inizio dicembre 2024, in albergo a Milano, di prima mattina leggo dell’uscita della maglia del Milan, rievocativa dei 125 anni dalla fondazione del club. Testimonial: Franco Baresi. Io, modesto collezionista, non posso mancare l’occasione. In via Dante, entro nello shop appena inaugurato del Milan e compro la maglia celebrativa. “Ha la tessera cuore rossonero?”, mi chiesero in cassa. “No, guardi, sono un collezionista, sono tifoso del Toro e il questo momento me la passo pure male…”.
Non l’ho mai indossata, quella maglia. Penso che in estate la metterò almeno una volta, con rispetto, pensando a Baresi.
Lunga la sua carriera in Nazionale, ma si sa, spesso la bandiera di un club è così fortemente identificata con la squadra di appartenenza (e che appartenenza nel caso di Batesi), da non trovare pari riscontro in Nazionale.
Con la fascia di capitano al braccio, Baresi disputò il Mondiale 1994 in USA. Si infortunò seriamente nella seconda partita della fase a gironi.Dopo soli 25 giorni, contro ogni aspettativa, venne recuperato a tempo di record per la finale contro il Brasile. Scese in campo, strinse i denti in un incontro giocato con un clima proibitivo a Pasadena.
Sbagliò il calcio di rigore. Ma non è da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, e in questo caso, a proposito di Franchino Baresi, detto “Piscinin”, abbiamo detto tutto.
Che lassù tu possa, semplicemente, tornare a correre e a giocare al pallone, come facevi da bambino a Travagliato.
GIANNI PONTA - Chimico, ha lavorato in una multinazionale, vissuto molti anni all’estero. Tuttavia, non ha mai mancato di seguire il “suo” Torino, squadra del cuore, fondativa del calcio italiano. Tra l’altro, ha scoperto che Ezio Loik, mezzala del Grande Torino, aveva avviato un’attività proprio nell’ambito dell’azienda in cui Gianni molti anni dopo sarebbe stato assunto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA