Appuntamento con la Storia / "Fin dalle prime uscite con la maglia granata, i tifosi sembravano pazzi di Maggiolino e delle sue giocate"
Sì, Gianluca Petrachi ci era mancato (VIDEO)
Confesso di essermi addormentato domenica nel vedere Torino-Cittadella, persa alla fine per un giusto calcio di rigore, svegliandomi ogni tanto per i sussulti granata a inizio ripresa e quelli finali dei veneti: comprendo i carichi di lavoro in altura, le gambe pesanti, gli innesti dei giovani etc., ma a più di un tifoso è sembrata una prestazione opaca o, se si preferisce, tutt’altro che avvincente, per usare un eufemismo di mezza estate. La nostra squadra resta un cantiere aperto e solo le prossime settimane ci diranno qualcosa di significativo sul lavoro di Ignazio Abate. Al quale servono indubbiamente rinforzi urgenti sul calciomercato estivo per completare la rosa, con priorità assoluta alla difesa (pare vicina la chiusura per Pietro Comuzzo) e innesti mirati a centrocampo. Meno male che è tornato dalle vacanze il croato Vlasic che ha svolto le visite mediche e può sempre rappresentare l’uomo in più, il motore della squadra, il calciatore che può impostare la partita in una maniera propositiva.
Visto che nessun giornale ha ricordato, lo scorso 22 luglio, il 98° anniversario del primo scudetto granata, materializzatosi nel 1928, torniamo a quel finale di anni Venti. Nel campionato 1928-29 la Federazione italiana decise di tornare ai gironi, anche se per l’ultima volta, e di introdurre le retrocessioni: il Toro, fresco scudettato, si confermò un autentico squadrone che giunse rapidamente alle fasi conclusive. Avendo i granata vinto il girone A e il Bologna quello B, le due formazioni si affrontarono in due finali: nella prima, giocata nella capitale, il Bologna s’impose per 3-1 e nella gara di ritorno, con rete di Libonatti, i granata vinsero per 1-0. Pertanto, fu necessaria una terza finale, disputata il 7 luglio 1929 a Roma: si trattò di un incontro pesante e randellato che si svolse davanti a 25.000 spettatori, tra cui una nutrita rappresentanza di tifosi granata: i giocatori del Toro indossavano una maglia bianca e scudetto sul petto, mentre i felsinei vestivano una maglia verde. L’arbitro designato, Albino Carraro di Padova, ci mise del suo, espellendo, dopo un durissimo contrasto, il granata Janni e il bolognese Martelli il quale però rientrò e partecipò a un’azione finché l’arbitro non se ne accorse.
Il Toro si trovò a giocare in nove gli ultimi venti minuti, poiché l’ala Vezzani fu costretto a lasciare il campo «per un duro colpo ricevuto»: all’82’ i granata subirono un contropiede che si rivelò fatale, assegnando la vittoria ai rossoblù. Vittorio Pozzo, inviato de La Stampa, così commentò quegli anomali episodi: «Un campionato disputato sulla formula dell’attuale non poteva terminare diversamente. Non poteva che culminare in una “finalissima” che fosse la quintessenza della violenza. E non poteva essere deciso che da un colpo di fortuna». La società granata presentò reclamo per il caso Martelli, ma non venne accettato. La Gazzetta dello Sport definì l’indomani la partita «furibonda». Dieci giorni dopo il Corriere della Sera annunciava che il Torino era pronto per partire per l’Argentina dove avrebbe affrontato la ‘Rappresentativa di Buenos Aires”, un team composto dai migliori calciatori della capitale sudamericana, poiché la fama dei granata non era stata minimamente oscurata dalla sconfitta con il Bologna: per i calciatori e i tifosi argentini il Toro era «la squadra dal giuoco veloce, deciso, scattante, dalle trame ingegnosamente combinate e improvvisate, quasi sempre irresistibile e travolgente».
Tornati in Italia i granata affrontarono un campionato (1929/30) completamente diverso dalla precedente: non c’era più alla presidenza il conte Marone Cinzano e in un calcio sempre più ricco, mentre i ruoli tecnici si delineavano stagione dopo stagione differenziando allenatori, preparatori e team manager, il Toro abbandonò la sede di via Pietro Micca, dove era nato e aveva mosso i primi passi, per trasferirsi in via Alfieri 6, al primo piano di un palazzo seicentesco. Tuttavia, ripartire dopo quel tris mancato non fu facile neanche sul piano aziendale e la società granata vide susseguirsi sei presidenti tra 1928 e 1939: Giacomo Ferrari, Giuseppe Vastapane, Vittorio Gervasio, Giovanni Battista Mossetto, Euclide Silvestri e Giovan Battista Cuniberti. La girandola societaria si rifletté sul campo, con risultati altalenanti, e sulla stessa guida tecnica: l’11 novembre 1929 Cargnelli lasciò la panchina granata al rientrante Karl Stürmer, uomo rigido e severo, attento ai giovani talenti. Accortosi di una grande promessa un po’ indisciplinata, Maggiorino Mongero, torinese (1911-95), Stürmer lo fece palleggiare per ore, cercando di educare il suo spirito ribelle.
In realtà "Maggiolino" pare avesse perso la testa per una bella signora della prima capitale d’Italia, ma a noi interessa che era un “centromediano” talentuoso che giocò 56 gare in cinque anni granata, dopo aver fatto la trafila delle Giovanili; poi passò per un biennio al Napoli, scendendo progressivamente di serie: giocò quattro anni (1936-40) al Pisa in cadetteria e il biennio 1941-43 in serie C al Mantova. Morì ad Asti, tradito dal suo cuore. Con lui aveva giocato il mitico portiere “Censis” Bosia con cui era diventato amico; poi per 50.000 lire Maggiolino lasciò Torino diretto a Napoli. Chiusa la carriera, Mongero si era trasferito ad Asti dove aveva lavorato per molti anni alla Way-Assauto; nonostante l’età avanzata tornava ancora allo stadio a vedere i colori granata nelle sfide più importanti; morta la moglie, andò a vivere con il figlio. Infine, alcuni acciacchi e poi la dipartita, a 84 anni. La Stampa, che aveva seguito le sue prime mosse, si ricordò di lui e rammentò la sua carriera. Fin dalle prime uscite con la maglia granata, i tifosi sembravano pazzi di Maggiolino e delle sue giocate; quando si trovò ad affrontare l’astro argentino Luisito Monti, i tifosi gridarono: «Guarda, Pozzo, il nuovo mediano della Nazionale». Ecco, a nostro avviso, servirebbe un Maggiolino al nuovo Toro di Abate.
MARCO SEVERINI - Storico contemporaneista dell’Università di Macerata, è autore di importanti volumi, per lo più di storia politica e storia delle donne, presentati in Italia, Europa e negli Stati Uniti. Nel 2016 ha pubblicato Senso di appartenenza granata (Edizioni Zefiro, due edizioni), che coniuga la storia del Toro con quella della sua famiglia, partendo da suo nonno paterno, Virgilio, classe 1906, che ha giocato nelle Giovanili granata. Lo scorso maggio è uscito 120 anni (e motivi) per tifare Toro (1797 edizioni), presentato al recente Salone del Libro di Torino e la cui prima edizione è già esaurita. La seconda è stata presentata venerdì 26 giugno 2026 all’Hotel Raffaello di Senigallia. Per acquistarlo, si può contattare la distribuzione nazionale e direttamente l'editore, scrivendo ad ascontemporanea@gmail.com.
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