Torna Loquor: "Cesc Fabregas, ove mai decidesse di restare a lungo in quel ramo del lago di Como, potrebbe diventare il Brian Clough 2.0"
90 secondi: "Cairo opposto al Condor. Njie-Luongo, che intrecci per il futuro"
“Creiamo esperienze
che poi vendiamo”
Mirwan Suwarso
Confesso di non sapere perché il Como stia facendo la storia del calcio, quali siano le dinamiche che da piccolo club di una città altrettanto piccola(poco più di 83000 abitanti), lo hanno portato al centro dell’attenzione del calcio continentale. Occorrerà studiare con la calma del tempo il fenomeno. Però qualche considerazione possiamo pure farla, perché solo il Nottingham Forest di Brian Glough, correvano gli anni tra il 1975 e il 1993(la Premier League ancora non esisteva, e il “Rapporto Taylor”, che ne sarà la sua premessa fondante, arriverà solo nel gennaio del 1990), può essere preso a similitudine con ciò che stanno facendo i lariani, anche se la popolazione della città mito di Robin Hood è tre volte rispetto a quella della città lombarda. Lo “Stadio Giuseppe Sinigaglia” affaccia sul lago e il “City Ground” dei “Tricky Trees” sul fiume “Trent”, e le similitudini qui per il momento finiscono. Certo Cesc Fabregas, ove mai decidesse di restare a lungo in quel ramo del Lago di Como, potrebbe diventare il Brian Clough 2.0, perché è chiaro quanto lui sia l’anima dei successi che la sua squadra sta ottenendo. Pochi allenatori, nella storia del calcio, sono riusciti ad incidere così profondamente in realtà che fino al momento del loro arrivo mai avevano conosciuto le luci della ribalta. Abbiamo l’esempio di Claudio Ranieri al Laicester, di Manlio Scopigno al Cagliari, di Osvaldo Bagnoli al Verona e, come detto, di Brian Clough. Sotto certi aspetti anche Gian Piero Gasperini è un allenatore abile ad incidere sull’andamento della gestione di un club, prova ne è che da quando ha lasciato l’Atalanta, dopo stagioni di grandi soddisfazioni, questa non sta più riuscendo a ritrovare il bandolo della matassa e sta bruciando diversi allenatori. Eppure il club ha la stessa gestione del periodo di Gasperini, la stessa organizzazione, le stesse strutture, lo stesso calore della tifoseria. Allora cosa non và?
Non è facile trovare l’alchimia di un Alex Ferguson con il Manchester United o di un Diego Simeone con l’Atletico Madrid, costruire il successo di una squadra di calcio è qualcosa concernente anche il mistero a governare le cose, da alcuni chiamata fortuna. Ma quest’ultima cosa c’entra poco, al massimo il giusto, anche se in un Paese tendenzialmente superstizioso come il nostro a molti piace pensare al “fattore c” come base fondamentale della nostra esistenza. Dopo la fine dell’era Ferguson, siamo nel 2013, il “Red Devils” non stanno più ritrovando nemmeno gli scampoli dell’antica gloria, di quel club capace di portare la prima “Coppa dei Campioni” in terra inglese. Rimane un enigma il motivo che ha portato Cesc Fabregas ad accettare il suo ultimo contratto da calciatore con il Como a quel tempo militante in Serie B; cosa ha visto in prospettiva in quel momento, in un club rinato pochi anni prima in Serie D dalle ceneri di un fallimento, in un luogo geografico del mondo certamente tra i più suggestivi, ma lontano anni luce da ogni punto cardinale del calcio da prima classe. Il campione catalano, con una infinità di contatti nei campionati principali poteva certo accomodarsi in un posto dove chiudere la carriera di calciatore per poi iniziare dalla porta principale la sua seconda carriera nel calcio.
D’altronde così hanno fatto Pep Guardiola, Luis Enrique, Roberto Mancini, e tanti altri ex calciatori habitué dei circoli esclusivi dello sport più seguito al mondo. Fabregas in questi tre anni da allenatore dei lariani ha mostrato un talento unico nel sapere cosa portare in riva al lago per incantare di luce nuova il calcio. Occorre non ignorare, nelle valutazioni, anche il jolly Nico Paz, preso nel 2024 dal Real Madrid, che si era riservato il diritto di “recompra”, per 6 milioni di euro. La cifra, a pensarci bene, non era poi così alta, e forse nemmeno alla “Casa Blanca” ritenevano di essere davanti al fenomeno poi rivelatesi. Detto ciò non è mai facile farsi dare un giocatore dal Real Madrid, e poi per spedirlo in una provincia delle province. Però Cesc, come detto, fa parte dell’aristocrazia del calcio e quindi riesce nell’impresa di portare il giocatore di Tenerife, ma di nazionalità argentina, a vestire la maglia dei comaschi. Nico Paz, dopo il diritto di “recompra” esercitato dal Real, quest’estate poteva andare ovunque e con soddisfazione, essendo ormai una certezza del calcio mondiale, e probabilmente in un ovunque di prestigio sarebbe andato se Fabregas avesse accettato una delle numerose offerte pervenutegli per lasciare il Como.
Però il tecnico catalano ha sorpreso ancora una volta, prendendosi oggettivamente enormi rischi (affrontare una “Champions” per un club neofita non è mai questione facile), decidendo di continuare la sua avventura lariana. A quel punto Nico Paz sbarca di nuovo sul lago, stavolta per una cifra record di 60 milioni e con un diritto di “recompra” di 80 milioni in favore del Real Madrid. In soli due anni è diventato simile ad un “Bot” rivalutabile nel tempo, quindi una operazione non molto rischiosa per il presidente Mirwan Suwarso, gestore di tutto il “cucuzzaro” lariano per conto della famiglia Hartono. E qui siamo all’altro pezzo di una storia sportivo/imprenditoriale davvero difficile da capire, davanti alla quale è quasi naturale chiedersi quale siano i motivi di un investimento simile da parte di una delle famiglie più ricche del mondo. Cosa c’è realmente dietro? Qualcuno ritiene si sia di fronte ad una appropriazione, mezzo calcio, di un territorio talmente fuori da tutto da essere facilmente conquistabile. Progetti di “Hospitality” di lusso, un settore che sta subendo in profonda trasformazione. Non ci si orienta più sull’ostentazione della ricchezza, ma su esperienze autentiche, personalizzate, sostenibili. Il viaggio è cucito addosso all’ospite, con itinerari unici, arte, design, territorio. Trovarsi a soli 50 chilometri da Milano, una delle città più “attrattive” d’Europa, porta a non ritenere così fuori luogo che Como possa diventare, grazie al calcio evento messo in piedi dagli Hartono, una sorta di club house del capoluogo lombardo. Non è difficile immaginare anche un percorso rivolto alla “biohacking” di lusso, l’ultima frontiera non solo del rallentare o invertire l’invecchiamento cellulare, ma anche dell’estendere l’aspettativa di vita in piena salute (healthspan).
E’ un vero progetto “Avalon” quello dietro il club comprato dai miliardari indonesiani nel 2019. Siamo oltre allo show business importato dal modello dello sport professionistico americano, siamo davanti a qualcosa ancora dai contorni dell’enigma, ma premessa di quello che potrebbe essere. Sarà questo che ha visto Fabregas a suo tempo? Tutto è in evoluzione nel contesto socio/economico/culturale europeo, ed è innegabile come ogni cosa, ogni investimento, sia indirizzato soprattutto verso le esigenze di una neo aristocrazia che non si riconosce più in una reggia tipo “Versailles” o il “Palazzo D’Inverno”, bensì nelle opportunità offerte dal denaro non solo vivere meglio, ma per riaffermare uno status psicologico. C’entra qualcosa questo con il calcio? “Oggi non è più possibile – spiega Marco Bellinazzo de “Il Sole 24 Ore”- considerare il calcio professionistico solo come uno sport, ma come parte integrante dello show business, piaccia o meno ai tifosi”. Nella chiosa del giornalista vi è riassunta tutta la questione, o se volete l’inquietudine per chi ha amato, e forse continua ad amare, questo sport per il suo carattere sociale. “Credo ci sia una osmosi tra la squadra di calcio e la città – continua Bellinazzo -, il territorio, il lago. Guardiamo, ad esempio, le divise della squadra: hanno sempre un elemento estetico ricercato, di eleganza, e questa cifra viene applicata a tutta una serie di altri prodotti che vengono commercializzati e di attività commerciali che sono state aperte a Como: la città è stata come inglobata nel marketing della squadra”. E’ una analisi (quasi un peana) a mio parere discutibile, questa del giornalista del “Sole”, qualcosa a conferma delle teorie di David Harvey sull’appropriazione della città da parte del surplus del “capitale”. La città e il calcio perdono il loro diritto sociale e la mercificazione dei beni comuni sono la naturale conseguenza. Possiamo opporci a tutto questo o forse rischiamo di rivendicare qualcosa che non esiste più? “Il Como – dice Suwarso –vale ormai un miliardo di euro”, e si può pensare ad una boutade solo se non si è ben compreso il ragionamento fatto fin a qui. “Nel giro di due-tre anni – continua il presidente del Como- i ricavi non dal calcio supereranno quelli del calcio”, ed ecco arrivati al calcio ridotto a fenomeno surrettizio di processi economici. Il calcio a Como è un laboratorio e un esproprio, e la sua storia è da seguire come paradigma di ciò che nel nostro Continente stiamo diventando. Il Como 1907 è un precursore, sarà interessante vedere chiudersi il cerchio di ciò che ha iniziato.
Di Carmelo Pennisi
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