Lo storico capitano e dirigente granata ricorda i primi anni di Giorgio a Torino: “Non aveva più bisogno della balia. Per me non era più un ragazzino, era un uomo”

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“Io sono convinto che Giorgio mi volesse bene. Che cosa potevo chiedere di più?”. A 96 anni, Umberto Motto ripensa con affetto a Giorgio Ferrini, il ragazzo che contribuì a portare al Torino dalla Trieste degli anni Cinquanta. La sua è una vita intrecciata alla storia granata: capitano della squadra giovanile chiamata a sostituire il Grande Torino dopo la tragedia di Superga, divenne poi dirigente del club, affiancando all'impegno nel calcio il lavoro nel maglificio di famiglia.

Motto, come arrivò a conoscere Giorgio Ferrini? “Il merito è di Antonio Forconi, che seguiva i giovani per il Torino. Un giorno mi disse che gli avevano segnalato un ragazzo a Trieste, sul quale c'era anche la concorrenza dell'Inter e della Juventus. Dovevamo andare a vederlo. Io avevo la delega per le squadre giovanili, ma il merito è suo. Quando vedevo un giocatore, dovevo dare il mio consenso. Forconi lo aveva individuato e io dovevo mettere il timbro, la firma”.

Umberto Motto

Ricorda la prima volta che lo vide giocare?

“Andammo a Trieste, io e Forconi, a vedere un allenamento del Ponziana. Mi colpì il modo in cui Giorgio si impegnava. Dissi subito a Forconi: 'Hai scelto bene'. Nel pomeriggio ci trovammo alla Grandi Motori di Trieste, dove incontrammo suo padre”.

Che cosa le disse il padre di Ferrini?

“Mi spiegò che aveva due figli, Giorgio e suo fratello, che purtroppo non stava bene. Per questo contava molto su Giorgio. Mi disse: 'Lei me lo vuole portare via'. Io gli risposi che non volevo portarglielo via, ma portarlo al Torino. Alla fine mi disse: 'Mi auguro che tutto quello che lei ha detto lo rispetti'. Gli risposi: 'Senz'altro'”.

Si sentì particolarmente responsabile nei confronti di quel ragazzo?

“Con Vieri, Agroppi e Crippa avevo svolto il mio compito di dirigente. Quando arrivavano al Torino, passavano nelle mani dei tecnici. Con Giorgio era diverso, perché avevo speso delle parole con suo padre. Avevo preso una responsabilità”.

Come furono i primi tempi di Ferrini a Torino?

“All'epoca il Torino non aveva grandi disponibilità economiche e Giorgio viveva in una camera in affitto. Tutte le mattine, verso le nove, veniva nel nostro stabilimento. Faceva poco: andava all'ufficio postale a ritirare la corrispondenza, si occupava delle raccomandate oppure andava in magazzino a sistemare le scatole della maglieria. Era un modo per tenerlo occupato”.

E dopo la mattinata al maglificio che cosa faceva?

“A mezzogiorno veniva a mangiare a casa mia. Poi andava all'allenamento. Alla sera mangiava in un ristorante in via Massena che chiamavano il Suicidio, perché costava poco. Successivamente riuscimmo a trovare un accordo con Urbani, un ristoratore tifosissimo del Torino, che faceva un prezzo di favore ai ragazzi. Avevano un tavolo dove si ritrovavano i giocatori”.

Che ragazzo era Giorgio nella vita quotidiana? “Un ragazzo estremamente responsabile, che non mi ha mai dato il minimo problema. Era educato nel salutare, nel modo di fare, molto riservato. Non l'ho mai sentito esprimere un giudizio fuori posto. Se gli chiedevi qualcosa su qualcuno, magari rispondeva che non lo conosceva, anche quando non era vero. Aveva ricevuto una certa educazione e la rispettava”.

Che rapporto si creò tra voi?

“Io non avevo fratelli né sorelle e Giorgio l'ho tenuto come un fratello. Mi dava sempre del lei e io gli dicevo: 'Ma Giorgio, quando mi chiami per nome?'. Lui era fatto così, timido, riservato. Alla fine riuscii a convincerlo a darmi del tu”.

Si confidava con lei?

“Sì, Giorgio con me si confidava. Parlavamo della famiglia e di tutto. Poi, quando entrò Mariuccia nella sua vita, la sua confidente diventò lei. È naturale: certe cose doveva condividerle con sua moglie, non con me”.

Quando Ferrini venne mandato in prestito al Varese, come reagì?

“All'inizio mi chiese: 'Perché mi fa andare a Varese?'. Gli risposi: 'Giorgio, per farti crescere. Qui giochi con i ragazzi, ma sei già al punto che devi giocare'. Nel giro di un mese cambiò atteggiamento, era entusiasta”.

Ricorda qualche episodio particolare del periodo trascorso da Ferrini a Varese? “Un giorno mi disse che sarebbe venuto a Torino a trovarmi dopo la partita della domenica. Quando arrivò, gli chiesi come mai fosse venuto. Mi raccontò che al mattino andava a fare colazione in un bar e lì c'era una ragazza che gli piaceva. Il titolare del locale gli aveva detto che era una ragazza meravigliosa. Gli risposi: 'Giorgio, cosa ti posso dire? Sei tu che devi scegliere, non servo io'. Quella ragazza era Mariuccia, che poi diventò sua moglie”.

Quando tornò dal Varese, come cambiò il vostro rapporto? “Per me non era più un ragazzino, era un uomo. Non aveva più bisogno della balia, sapeva fare la sua strada. Il nostro rapporto rimase ottimo. Io continuavo ad andare a vedere gli allenamenti e le partite, ma Giorgio ormai era cresciuto”.

Che cosa rappresentava il Torino per Giorgio Ferrini?

“Giorgio aveva il Toro dentro, penso che lo sognasse anche di notte. Aveva il calcio dentro di sé. Era nato così ed è rimasto così”.

Com'era Ferrini nei rapporti con i compagni?

“Non ha mai fatto pesare agli altri la sua condizione di capitano, mai. Quando nascevano delle discussioni, magari dopo una partita o tra ragazzi che abitavano insieme, Giorgio cercava sempre di mettere pace. Era un po' il fratello maggiore”.

Lei gli dava qualche consiglio?

“Come calciatore non avevo niente da insegnargli, quello era compito degli allenatori. Io gli davo consigli fuori dal campo. Gli dicevo: 'Stai attento, ci sono delle compagnie non buone. Stai attento a chi frequenti'. Erano quei consigli che puoi dare a un figlio. Ma Giorgio non ne aveva bisogno”.

Ricorda come apprese della morte di Ferrini?

“Purtroppo lo seppi il giorno dopo. Fu un dolore. D'altra parte, quando una persona viene a mancare non ci puoi fare niente. Di Giorgio conservo un bel ricordo, peccato che mi sia mancato troppo presto”.

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