La figlia del Capitano dei capitani: “Non mi manca la parola, mi mancano i suoi occhi. Perché alla fine lui nella mia vita c'è sempre”
Culto: "Il video inedito del gol di Giovanni Toschi"
A cinquant'anni dalla scomparsa, Giorgio Ferrini è ancora il “Capitano dei capitani” per generazioni di tifosi granata. “Ancora oggi incontro persone che mi stringono la mano e mi dicono: 'Sei la figlia di Giorgio, lui è il mio capitano' - racconta Cristiana Ferrini -. Ha dedicato la sua vita al Toro. Per me è un grande orgoglio ed è il motivo per cui riesco a parlare di lui con tranquillità e serenità”. Autrice del libro Mio padre, il capitano dei capitani. Giorgio Ferrini, una storia granata (Cairo Editore, 2025), Cristiana ripercorre la storia del padre, dai primi sogni di bambino a Trieste ai ricordi della vita familiare, raccontando l'uomo dietro il capitano.
Cristiana, l'amore di suo padre per il Torino nasce molto prima del suo arrivo in granata. Da dove comincia questa storia?
“Mio padre era piccolino e i suoi eroi erano i giocatori del Grande Torino. Si era fatto cucire dalla mamma una maglia granata con il numero otto e rimase sconvolto dalla tragedia di Superga. Poi il destino lo portò a Torino, dove diventò il capitano della squadra che aveva amato fin da bambino. La sua è la storia di un ragazzo predestinato, come se fosse stato tutto scritto. Lui voleva che su quella maglia tornasse il tricolore, era il suo sogno, più ancora di una coppa europea. Poi la sua vita è finita, come se avesse portato a termine una missione. Io mi sono costruita una fiaba attorno a questa vicenda, sono molto romantica nel raccontarla. Anche se, in fondo, è una tragedia: mio padre fa parte della storia del Toro, ma anche delle tragedie che hanno segnato questa società”.
Che cosa rappresentò per suo padre arrivare a Torino e mettere piede al Filadelfia?
“Mia nonna mi raccontava di quando gli preparò la valigia per venire a Torino. Era quasi come mandare un figlio in America: non c'erano le possibilità di sentirsi e vedersi di oggi. Mio padre riusciva a tornare a casa magari per due giorni a Natale. Oggi che sono mamma penso a che cosa debba aver significato lasciar partire un figlio così giovane. I miei nonni erano operai, persone semplici. Mio padre aveva già cominciato a lavorare in fabbrica, aveva uno stipendio. Per loro giocare a pallone non era un lavoro. Fu soprattutto mia nonna a insistere perché gli venisse data quell'opportunità: se quei signori erano arrivati da Torino in giacca e cravatta per chiedere Giorgio, bisognava lasciarlo andare. Ma chiesero anche che gli venisse trovato un lavoro in fabbrica.Poi c'è la gioia di mio padre quando entrò per la prima volta al Filadelfia. Mi raccontava: 'Ogni giorno che entravo lì nominavo a bassa voce i miei eroi'. Sentiva il dovere di onorare quella storia, prima ancora di entrarne a far parte. Si sentiva un ragazzo fortunato, ma anche investito di una responsabilità enorme. Quando indossi una maglia e sai che cosa rappresenta, non puoi non dare tutto te stesso”.
Nel suo libro descrive la fascia di capitano che, dopo Bearzot, cerca un altro braccio a cui stringersi, fino a trovare quello di suo padre. Che capitano era Giorgio Ferrini?
“È come se fosse stato nel destino. Quello era anche l'anno in cui sono nata io, si è coronato tutto con l'arrivo della fascia. Mio padre sentiva una responsabilità enorme nei confronti dei compagni, ma non la esercitava mai con presunzione. Era altruista, generoso, sempre pronto ad aiutare gli altri. Non era uno che tirava il carro dall'alto: era il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via, uno che si sacrificava prima degli altri. Quando c'è questa amicizia, quando si lotta l'uno per l'altro, si crea una squadra. Anche verso la fine della carriera diceva che doveva lasciare spazio a gambe e polmoni più giovani, perché il Torino doveva vincere. Era disposto a fare un passo indietro: credo sia il massimo dell'amore che si possa dare a una società di calcio”.
Ha un ricordo particolare di suo padre quando tornava a casa dalle partite?
“Ricordo le sue gambe, a volte con delle ferite aperte dai tacchetti, con il sangue che colava. Una volta aveva un vero e proprio buco nella gamba. Gli chiesi come facesse a sopportare quel dolore e lui mi rispose che non sentiva niente, che era soltanto un graffio. Non l'ho mai sentito lamentarsi fisicamente. Credo avesse una grandissima tolleranza al dolore. Ricordo anche quando si operò al menisco. Io, mia mamma e mio fratello andammo a trovarlo a Merano. All'epoca era un intervento che richiedeva un recupero lungo, ma lui recuperò molto velocemente perché aveva davanti una partita importante alla quale voleva assolutamente partecipare. Anche quando forse non era ancora pronto, voleva esserci”.
E una volta tornato a casa, che posto occupava il calcio nella vostra vita familiare?
“A casa mio papà era semplicemente il papà. I giornali, i trofei e le coppe erano raccolti in una stanza: se volevi vederli dovevi andarci apposta, perché nel resto della casa non c'era nulla che ricordasse continuamente la sua carriera. C'erano invece i calciatori, perché erano i suoi amici. E quelli, a un certo punto, erano diventati anche i miei eroi. Io ero tifosissima del Toro e quando arrivavo allo stadio diventavo una tifosa: lì mio padre non era più soltanto il mio papà, ma Giorgio Ferrini, il capitano. A casa, invece, tornava a essere il papà”.
Che ricordi conserva dei compagni di squadra che frequentavano la vostra casa?
“C'erano Agroppi, Zaccarelli e tanti altri amici. Non esisteva una vera distinzione tra lo spogliatoio e la vita privata. Anche le mogli erano molto unite: si scambiavano ricette, consigli, nomi di medici. Credo che questo contribuisse a rendere lo spogliatoio ancora più unito. Mio padre, quando era con gli amici, era un burlone, un compagnone. Ci si ritrovava intorno a una tavola con del buon cibo, si cantava, qualcuno prendeva la chitarra. Era una vita molto semplice. Con i Sattolo e i Cereser si mangiava e si cantava tutti insieme, adulti e bambini. Ricordo anche le serate nei club granata: il lunedì ci portavano con loro perché non sapevano dove lasciarci. Io finivo per addormentarmi su due sedie messe insieme, anche se il giorno dopo dovevo andare a scuola. Ma non ero sola: c'erano altri bambini e qualche nonna che si occupava di tutti. È stata un'infanzia, finché c'è stato lui, normalissima e bellissima”.
Che rapporto ha conservato con Trieste e con le persone che facevano parte della vita di suo padre?
“Un amore pazzesco. Mi sento una mula triestina, credo che mio padre mi abbia trasmesso il carattere dei triestini. Sono godereccia, allegra, mi piace stare con gli amici, cantare, divertirmi, sempre davanti a una tavola con del buon cibo. Sono cose che ho vissuto con lui da bambina e che ho portato nella mia vita adulta. Le nostre estati le trascorrevamo a Trieste, con i nonni, gli zii e gli amici d'infanzia di mio padre, dalla fine della scuola fino a quando ricominciava. Io, mia mamma e mio fratello ci trasferivamo lì per tutto quel periodo, mentre mio padre ci raggiungeva quando era libero. Appena aveva qualche giorno a disposizione, voleva tornare a Trieste. Lì ho ancora tanti affetti, tra cui mio zio Bruno, il fratello di papà. Frequento ancora i figli degli amici di Giorgio. Tra pochi giorni verranno a Torino Donatella e Michela, le nipoti di Nereo Rocco, e naturalmente ci ritroveremo a mangiare insieme. Sono legami nati durante le estati tra Trieste e Lignano. Abbiamo condiviso gioie e dolori, sono rapporti che rimangono per sempre. Magari non ci sentiamo continuamente, ma quando suona il telefono è sempre un'allegria. Trieste la adoro, appena posso ci torno”.
Come si comportava a casa Giorgio Ferrini? Quali abitudini aveva?
“Mi viene subito in mente il suo sguardo. Dopo Carosello ci guardava e, senza bisogno di parlare, ci faceva capire che era arrivata l'ora di andare a letto. Se provavamo a sgarrare bastava un altro sguardo. Mio padre non ha mai alzato le mani né urlato contro di noi, ma in casa c'erano delle normali regole di educazione che riusciva a far rispettare con gli occhi. Durante il fine settimana spesso non c'era, perché aveva le partite. Lo vivevamo soprattutto durante la settimana, tra la scuola, lo sport e il catechismo. Quando era a casa, però, c'era sempre un clima allegro, non ricordo tensioni.Un altro gesto che porto ancora dentro è quello della buonanotte. A qualsiasi ora tornasse a casa, veniva nella mia cameretta e poi in quella di mio fratello per darci un bacio. Ci tirava su le coperte anche quando eravamo già coperti. Se eravamo svegli, si sedeva sul letto e ci chiedeva com'era andata la giornata. Penso che siano cose che fanno tutti i papà, ma quel gesto è ancora fortissimo nella mia memoria: lo vedo entrare nella cameretta e baciarmi sulla fronte.Poi aveva i suoi posti del cuore. C'era un balcone con la vista su Superga e sull'Astigiano: si metteva lì, con la sua sigaretta, e guardava all'infinito. Per me lui è ancora lì. È il punto della casa dove sento maggiormente la sua presenza. Era molto silenzioso e aveva bisogno dei suoi spazi. Giocava con noi, ma lo ricordo anche sul divano con un libro oppure in giardino, su una sdraio, con il giornale. Era una presenza forte, ma mai invadente. In casa non era il capitano o il personaggio pubblico: il capitano era mia mamma”.
Qual è la prima immagine che le viene in mente dei suoi genitori insieme?
“Ne ho tante. Una delle più divertenti è quella di loro due che si prendono a cuscinate sul letto, con noi bambini che saltavamo intorno. Oppure mia mamma che cercava di sistemare la pelle di mio padre, perché aveva l'acne. Voleva mettergli una crema e lui la mandava via. Erano gesti affettuosi, in casa c'era tanto amore. Mia mamma dice che il destino ce l'ha fatta pagare perché eravamo troppo felici, avevamo tutto. Erano innamorati, avevano due bambini, erano riusciti a costruire la casa nella quale abitiamo ancora oggi. Mio padre era cresciuto in una famiglia povera e aveva un rapporto molto attento con il denaro. Aveva comprato una casa ai suoi genitori e investiva soprattutto nel mattone. Stavamo bene, ma non ci siamo mai sentiti ricchi.Mia mamma dice: 'Avevamo tutto e ci è stato tolto tutto'. È rimasta vedova a trentaquattro anni, con me che ne avevo dodici e mio fratello otto. È stata esemplare nel riprendersi in mano la vita, anche grazie a noi e per noi, ma sono stati anni difficili. All'inizio l'assenza sembra quasi una trasferta, come se lui dovesse tornare. Poi, con il passare degli anni, ti accorgi sempre di più di quanto manchi quella figura. Soprattutto a mio fratello, che era ancora più piccolo e avrebbe avuto bisogno di un riferimento maschile. Allora ti aggrappi ai ricordi e forse finisci anche per esaltare quella persona, rendendo esemplare ciò che era normale. Il calcio, pur essendo il lavoro più bello del mondo, toglie tantissimo tempo alla famiglia. Dicevamo: 'Viaggeremo dopo, avremo tempo dopo'. Ma quel dopo non è arrivato. Mia mamma ha vissuto tutto questo con tanta rabbia e delusione, come se la vita le avesse voltato le spalle”.
Nel libro scrive che suo padre vi ha lasciato un'immagine che rasenta la perfezione. Lei aveva soltanto dodici anni quando lo ha perso. Le è mai mancata la possibilità di conoscerne i difetti, magari di discutere con lui durante l'adolescenza e poi di riscoprirlo con gli occhi di una donna adulta?
“Sicuramente. Crescendo ho scoperto anche alcuni difetti, soprattutto attraverso i racconti di mia mamma. Quando finivano i ricordi più belli, le tornavano in mente anche episodi nei quali mio padre si era fidato troppo di qualcuno, oppure aveva fatto un passo indietro senza che quella disponibilità gli venisse riconosciuta. Mia mamma aveva uno sguardo diverso dal mio: era sua moglie, mentre io ero una bambina e per me lui era il principe azzurro. Come avrei potuto trovare qualcosa da criticare in lui? Quando una persona muore così giovane lascia soprattutto ricordi belli, i difetti vengono messi da parte, anche perché non parliamo di difetti enormi.Mi chiedo spesso quale uomo sarebbe stato oggi, soprattutto nel calcio contemporaneo. Mia mamma sostiene che sarebbe stato un disadattato, che non avrebbe mai saputo adeguarsi a questo mondo. Altri invece dicono che tanti protagonisti della sua generazione si sono adattati e che avrebbe potuto farlo anche lui. Ma non possiamo saperlo, non riusciamo nemmeno a immaginare davvero quale uomo sarebbe diventato”.
Suo padre viene ricordato come un uomo di grande bontà. Qualcuno potrebbe aver scambiato questa sua disponibilità per ingenuità?
“Bontà fino a un certo punto. In campo mio padre era un guerriero, sapeva farsi rispettare e, quando non riusciva a farlo direttamente, intervenivano i compagni per proteggerlo. Io, da bambina, vedevo soprattutto che amava i bambini: dove c'erano dei bambini, c'era lui. Ma molte cose di mio padre le ho conosciute successivamente attraverso i racconti dei suoi amici. Una figura fondamentale è stata don Francesco, che per lui era una guida spirituale, quasi un secondo papà. Mi diceva: 'Cristiana, quando ti racconto queste cose non lo faccio per farti stare bene. Tuo papà era davvero un uomo speciale'. Tra i suoi tanti figli spirituali, considerava Giorgio il prediletto. Quasi si vergognava ad ammetterlo, ma sosteneva che avesse un'intelligenza sottile. Mio padre gli poneva domande sulla vita, su Dio, sul significato delle cose. Domande che, diceva, non gli facevano tutti. Sentir parlare così bene di lui mi riempiva d'orgoglio, ma contribuiva anche a far passare in secondo piano i suoi piccoli difetti”.
Qual è la cosa più bella che le abbiano raccontato su suo padre, qualcosa che non avrebbe nemmeno sospettato?
“Credo il bene che ha fatto senza farlo sapere. Mio padre si sentiva un uomo privilegiato, fortunato per quello che la vita gli aveva dato, e cercava di condividere questa fortuna con persone meno fortunate. L'episodio più significativo è quello di un ragazzo africano al quale aveva pagato gli studi universitari e che poi è diventato medico. Lo abbiamo scoperto grazie a un baule intarsiato che avevamo ricevuto in casa, senza conoscerne inizialmente il significato. Ma credo che mio padre abbia aiutato tante altre persone senza farlo sapere. Anche don Francesco mi aveva raccontato della sua generosità, senza però dirmi a chi avesse dato una mano o in quali circostanze. Faceva quello che poteva, senza cercare riconoscimenti”.
Nel libro scrive che lei e suo fratello Amos eravate troppo piccoli per conoscere il significato del DOLORE, una parola che scrive proprio in maiuscolo. A cinquant'anni dalla scomparsa di suo padre, che cos'è oggi per lei il dolore?
“È lo smarrimento, il senso di impotenza e il vuoto che ho visto negli occhi di mia mamma in quei giorni e negli anni immediatamente successivi alla scomparsa di mio padre. È avere voglia di proteggerla e non sapere come fare, sentirsi alla deriva e chiedersi come andare avanti. È qualcosa che ti porti dentro per tutta la vita. E poi c'è il desiderio di raccontare qualcosa a mio padre, di condividere un problema. A volte ho sentito il bisogno di un consiglio diverso da quello che poteva darmi mia mamma. Oppure anche di una sgridata, perché nella vita si commettono tanti errori. Allora mi sono chiesta: 'Se ci fosse lui, che cosa mi direbbe?'. Poi finisci per darti una risposta da sola. Ti dici che devi cercare di non deluderlo, di essere una persona corretta. Puoi sbagliare, naturalmente, perché gli errori capitano, ma non devi fare del male volontariamente. Questa idea di non doverlo deludere me la porto ancora dentro. Anche quando mi sono successe cose belle, il primo pensiero è stato quello di poterle condividere con lui. Ma per me mio padre è sempre accanto. Non mi manca la parola, mi mancano i suoi occhi. Perché alla fine lui nella mia vita c'è, c'è sempre”.
Che cos'è, invece, la felicità?
“La felicità è prima di tutto la famiglia che sono riuscita a costruire, portando avanti anche l'esempio di mio padre. Per me è sempre stata più importante della carriera. Poi è fatta di secondi, di immagini improvvise, di piccoli flash. Può essere una canzone, il momento in cui arrivo a Trieste e mi sento piena di gioia, qualcosa che mi riporta a mio padre. L'ultima immagine di felicità vera che ho visto nei suoi occhi è quella del giorno in cui il Torino vinse lo scudetto. Non li avevo mai visti così intensi: piangeva e rideva insieme. Credo sia stato il culmine della sua felicità. Poi sono arrivati gli ultimi mesi, quando finalmente lo abbiamo avuto sempre a casa. Era un papà diverso, più fragile, dimagrito, con una ferita alla testa che cercava di coprire con un berrettino. Ma io e mio fratello ce lo siamo riempito di baci. Finalmente lo avevamo tutto per noi, come non era mai successo prima. Poteva vedere come si svolgeva la nostra quotidianità, seguirci nelle cose che prima, per via del calcio, riusciva a condividere soltanto in parte. Ce lo siamo proprio coccolato. Con il senno di poi, sono stati mesi felicissimi. Mentre le mie compagne di scuola avevano il papà il sabato e la domenica, noi spesso lo vedevamo soltanto nel tardo pomeriggio, quando tornava dagli allenamenti. Avere così tante ore e così tanti giorni insieme era qualcosa a cui non eravamo abituati. La straordinarietà era stare con lui”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA